Il valzer di Meloni: "Non scappo". Intesa trovata sulle partecipate. Il lodo Franceschini sulla legge elettorale

Sfida in Aula le opposizioni: "Non fuggo, non mi dimetto", ma Conte e Schlein sognano già Chigi. Cambio a Leonardo, verso il ticket Mariani e Macrì, ad e presidente. A Terna, Monti e Cuzzilla. La proposta di Franceschini sulla legge elettorale: "Evitare il premio di maggioranza"

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10 APR 26
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ANSA/ANGELO CARCONI

Roma. Anche Meloni fu Meloni, noi fummo. Non è il rilancio ma il discorso Gattopardo e anche il “non indietreggio”, “non scappo” e “non fuggo” sembra il valzer con il principe, “l’arriveremo alla fine”, un altro anno ancora, un altro giro, ve lo prometto… Dice in Aula: “Un sì conferma e un no ti riaccende. Con il referendum abbiamo perso un’occasione storica” ma si lascia sbranare da Schlein, che parla come Conte, “potevate fare tutto e non avete fatto nulla”, da Renzi: “E’ attaccata alla sedia con il Vinavil”. Dario Franceschini, dopo averla ascoltata, suggerisce: “Da una batosta così non ti riprendi. Non ha più un’idea”. Cambiano le partecipate di stato. A Leonardo esce l’ad Cingolani (al suo posto Mariani e Macrì presidente) e Crosetto, al Foglio, lo accarezza, prima dell’addio. Noi fummo. 
Arriverà alla fine della legislatura, adesso è una promessa, ma Meloni come ci arriverà? Per la prima volta si presenta alla Camera, per l’informativa sullo stato del suo governo, con i capelli da tempesta, senza mai pronunciare il nome di Trump, anticipando che ci attende qualcosa di terribile ed è per questo che, quasi implora, “serve la sospensione del Patto di stabilità”. Il ministro Pichetto, conversando, lamenta: “A me si chiede di abbassare le bollette, a Giorgetti di fare aumentare il pil, insomma” e manca solo che aggiunga “il signora mia…”. Crosetto, che viene inseguito per dire cosa ne pensa di quest’altra testa che rotola, Cingolani a Leonardo (a quante teste siamo arrivati?) lo saluta con: “Non è la politica che giudica un ad ma i numeri e i mercati”. Dicono che Cingolani paghi tutto quel potere concesso a Helga Cossu, direttrice generale di ben due Fondazioni, Leonardo e Ansaldo. Una, la Leonardo, venne tolta in malo modo a Luciano Violante e ancora il modo, direbbe Dante, lo offende. Quando Meloni scelse Cingolani non si contarono gli elogi ed è stata una sorpresa l’altra nomina di Giuseppina Di Foggia, finalmente una donna manager, alla guida di Terna. Dopo tre anni, Cingolani esce e Di Foggia vede nell’orizzonte la presidenza di Eni. Giorgetti che scende dalle scale del Senato, e che ha in mano la cartellina con i cv degli ad, sospira: “Serve pazienza, pazienza”. Sono vicini a Meloni quasi tutti i ministri (manca Lollobrigida e forse manca anche a FdI, tanto, troppo) e fa tenerezza il continuo riferimento di Meloni a Tajani, quel “grazie ad Antonio”, mentre spaventano gli schiaffi a Piantedosi, la frase durissima di Meloni, “non sono soddisfatta sulla sicurezza, non lo sono”. L’unico sussulto è quando Meloni scippa il “testardamente unitari” a Schlein e lo trasforma in “sono testardamente occidentale”, quando lamenta il fango sul padre morto “che non vedo da quando avevo undici anni” e, ancora, quando pizzica Francesco Boccia (il nome lo omette) perché “c’è chi scrive sui social mentre si trova in località esotiche” solo che questa volta è Boccia a sembrare Meloni. Parlava di lei? E Boccia: “Sì, si riferiva a me, o forse a Crosetto. Meloni si consumerà lentamente. Ormai si è chiusa nel fortino. Vedrete, il suo governo si spegnerà e sarà un danno per il paese”. Crosetto chiacchiera fitto con Renzi e Renzi, che sa come funziona, si tuffa in Salone e offre titoli: “Il problema di Meloni è Conte ma non Giuseppe. Fosse per me io cambierei anche la legge elettorale. Pd e M5s la vorrebbero fare ma non lo possono dire. Urso? Un cretino. Se non facciamo errori la sinistra vince. E’ fatta, fatta. Dobbiamo solo lasciare Meloni lì”. Conte, che ora fa l’ucraino, si apparta con Igor Taruffi mentre Schlein si vanta con tutta la stampa che già lo omaggia da premier. Marco Sarracino, che siede in segreteria Pd, pensa che “forse era facile fare meglio di Conte ma certamente era difficile fare meglio di Meloni. Oggi Schlein l’ha battuta”. Ed è vero, l’ha battuta, in demagogia. E’ una Meloni frastornata perché il mondo, dice Tremonti, “parliamoci chiaro è frastornato”. Il poeta Franco Marcoaldi la chiama “disperanza”. Il ministro Zangrillo, che a Marina Berlusconi piace per fantasia, numeri e battuta, comincia a dire quello che a destra tutti pensano (anche Tajani): “Orbán? In Ungheria peccato che non c’è il mare altrimenti anziché a votare andrei al mare”. Litigano, solo che ora a farne le spese sono i servitori di stato. Alla Gdf viene riconfermato quel signore che è Andrea De Gennaro, ma si mutilano le ambizioni di una generazione, quella di Cuneo e Buratti. Non appena De Gennaro lascerà, entrambi avranno superato il limite d’età. Fuori. A Leonardo l’aria è così fetida che non servirà un ad ma una ditta di traslochi sia per il nuovo ad Mariani che per il presidente Macrì. A Eni, si sa che c’è Descalzi, Siddharta, e che la nuova presidente Di Foggia (?) deve solo raccogliersi in ascolto di Siddharta. A Terna ci sarà il ticket Pasqualino Monti ad e Cuzzilla presidente mentre a Enav si va verso Pappalardo presidente e Di Biasio, ad. Meloni non parla più di legge elettorale. La farà, ma è cambiato tutto, anche se non è cambiato nulla. Franceschini al Foglio dice che ora bisogna trattare, attenti, trattare, per evitare questo scenario: “Abbiamo un obbligo, direi quasi morale, più importante di quasi tutti gli altri aspetti di una legge elettorale”. Che fare? “Evitare che ci sia un premio di maggioranza, non per fare governare chi vince le elezioni ma che consenta da sola alla maggioranza di avvicinarsi o raggiungere il quorum per eleggere gli organi di garanzia”. Che fare, ancora? “In nome di questo obiettivo le opposizioni dovranno scegliere il comune comportamento parlamentare”. Loro, i Boccia, i Franceschini, gli Orlando, i Guerini sono sempre stati i Gattopardi. E’ solo cambiata Angelica. Meloni ora è Noi fummo.
Carmelo Caruso