Il discorso integrale di Meloni in Parlamento sull'ultimo anno di governo

L'appello all'unità europea per fronteggiare la crisi energetica, i risultati degli ultimi quattro anni, la reazione dopo la sconfitta al referendum e la strategia per l'ultimo anno di legislatura. Cosa ha detto la premier alla Camera

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9 APR 26
Ultimo aggiornamento: 10:37 AM
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’informativa alla Camera. Roma, 9 aprile 2026. ANSA/MASSIMO PERCOSSI // Italy's Prime Minister, Giorgia Meloni (C) in the Parliament, Rome April 9, 2026.ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La ringrazio, Presidente. Onorevoli deputati, voglio, prima di tutto, ringraziare il Parlamento per questa opportunità. Ho accolto con piacere l'invito che mi è stato rivolto. Considero importante il confronto con le Camere a seguito dell'esito referendario confermativo della riforma costituzionale sulla giustizia e, chiaramente, in un contesto sempre più delicato a livello internazionale.

Il post referendum di Meloni

Prima di entrare nei dettagli di quello che è stato fatto, di quello che ancora si farà, colleghi, non voglio chiaramente esimermi da una breve riflessione sull'Italia che ci è stata consegnata dal voto referendario del 22 e del 23 marzo scorsi: un'Italia che ha visto una grande partecipazione popolare al voto e, allo stesso tempo, una altrettanto grande polarizzazione; un confronto serrato, ahimè non sempre sul merito, ma con un esito comunque chiaro. E noi, come ho già detto, rispettiamo sempre il giudizio degli italiani, qualunque esso sia, anche quando non coincide con le nostre opinioni o con le nostre aspettative.
Certo, rimane il rammarico di aver perso un'occasione - a nostro avviso storica - di modernizzare l'Italia, allineandola agli standard europei, perché, colleghi, la riforma della giustizia rimane una necessità e non sono io a dirlo, ma diversi esponenti della magistratura e della politica, compresi quelli che, dopo aver preconizzato ogni possibile catastrofe a sostegno delle ragioni del “no”, il giorno successivo al voto hanno candidamente dichiarato che la giustizia ha bisogno di essere riformata, che serve un cambio di passo, che la deriva correntizia è un problema, che lo strapotere di una parte della magistratura è un rischio reale.
Ecco perché l'auspicio che formulo, a maggior ragione oggi, è che il cantiere di quella riforma non venga abbandonato, come probabilmente qualcuno si augura, perché i problemi sul tappeto rimangono e noi abbiamo il dovere di trovare soluzioni concrete, coraggiose, efficaci, possibilmente in un clima di collaborazione, non certo contro la magistratura, come si è voluto raccontare, ma a favore di una magistratura libera dai condizionamenti politici e ideologici e - aggiungo - a favore di una politica che commetterebbe un errore storico se, per ragioni tattiche, rinunciasse al proprio ruolo, che è quello di fare le leggi, modifiche costituzionali comprese.
Per quanto riguarda noi, la nostra coscienza è a posto, perché la riforma costituzionale della giustizia era uno degli impegni presi con gli italiani quando ci siamo presentati al loro cospetto, come moltissime altre cose - lo avevamo detto in campagna elettorale e lo abbiamo fatto una volta al Governo - perché è questo il modo in cui concepiamo la politica: onorare il significato profondo della parola responsabilità. Responsabilità deriva dal verbo respondeo, che origina, a sua volta, da spondeo, ovvero l'atto solenne del promettere e del garantire. Responsabilità significa, dunque, rispondere agli altri, non a se stessi e, men che meno, alla propria convenienza.
Non mi stupisce che in materia di riforma della giustizia molti chiedessero: siete sicuri che vi convenga? Perché questa è, purtroppo, una Nazione che rischia di abituarsi a una politica che non ama rischiare, che preferisce sopravvivere piuttosto che incidere, compiacere piuttosto che assumersi la responsabilità di cambiare davvero le cose. In questo è possibile che noi rappresentiamo un'anomalia, ma siamo fieri di rappresentare quell'anomalia.

Le conseguenze della sconfitta al referendum sulla giustizia, tra dimissioni ed elezioni anticipate

Detto questo, non sono qui per parlare di quello che è stato, ma per sgomberare il campo da troppe fantasiose ricostruzioni che ho letto e delineare quello che sarà. Leggo ormai da settimane bizzarre ricostruzioni sulle conseguenze del voto referendario. Si continua a parlare di dimissioni imminenti del Governo, di rimpasti, di fase due, tre, quattro, di ripartenza; alchimie di Palazzo di un mondo caro ad altre maggioranze, ad altri partiti, ad altri Presidenti del Consiglio, un mondo distante anni luce da noi nel quale non intendiamo far ripiombare l'Italia.
Non c'è alcuna ripartenza da fare, posto che il Governo non si è mai fermato e da giorni lavora, come si è visto, per scongiurare le conseguenze delle crisi internazionali e per mettere a terra altri provvedimenti. E non servono nuove linee programmatiche, perché le nostre linee programmatiche sono da sempre scritte nel programma di Governo. Non c'è alcuna intenzione di fare un rimpasto, perché, con tutti i limiti che abbiamo, questo rimane il Governo che, nonostante si sia trovato a gestire la peggiore congiuntura degli ultimi decenni, ha restituito all'Italia stabilità politica, credibilità internazionale, serietà nella gestione delle risorse e fondamentali economici decisamente migliori di quelli che aveva negli anni passati.
Quanto alle dimissioni, colleghi, certo probabilmente sarebbe convenuto sul piano tattico invocare le elezioni per giocare sull'effetto sorpresa, sulla divisione delle forze d'opposizione e, nella peggiore delle ipotesi, lasciare a qualcun altro il compito di mettere la faccia sui difficili mesi che arriveranno, cioè esattamente lo scenario che l'opposizione teme di più, tanto che definisce questo Governo un pericolo per l'umanità ma non ne invoca le dimissioni: posizione bizzarra di chi, evidentemente, ostenta una sicurezza che non ha. Non temete, ci siamo presi l'impegno di governare questa Nazione per cinque anni ed è esattamente quello che faremo. Non importa quanto sarà difficile. Siamo persone troppo responsabili per far ripiombare l'Italia nell'incertezza nel bel mezzo del peggiore scenario possibile. Gli italiani sappiano che il Governo c'è, nel pieno delle sue funzioni, determinato a fare del suo meglio, ancora meglio, fino all'ultimo giorno del suo mandato, quando ancora una volta sarà nelle urne e non nel Palazzo che si farà un altro Governo.
Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo, facendo pagare ai cittadini il prezzo dei soliti giochi di Palazzo. Governeremo, come fanno le persone serie e in pace con la propria coscienza.
Continueremo a farlo sulla base delle direttrici di Governo che ho esposto in quest'Aula il 25 ottobre del 2022, quando al Parlamento chiedemmo una fiducia che, da allora, non è mai venuta meno, grazie a una maggioranza solida e coesa della quale vado fiera e che voglio ringraziare. Così come voglio ringraziare tutti i membri del Governo che hanno lavorato e lavorano senza sosta per costruire risultati concreti, a partire dai miei due Vice Premier Matteo Salvini e Antonio Tajani, che sono orgogliosa di avere al mio fianco.
Nei giorni scorsi ho chiesto un passo indietro ad alcuni membri del Governo che pure, nell'esercizio delle loro deleghe, avevano lavorato bene. Non sono state scelte semplici né indolori, a maggior ragione per noi che rimaniamo saldamente garantisti, ma abbiamo voluto, ancora una volta, anteporre l'interesse della Nazione a quello di partito, perché non abbiamo tempo da perdere in polemiche infinite e pretestuose che nulla hanno a che fare con l'azione di Governo, che finiscono per oscurarla, che spostano, cioè, il dibattito dalle soluzioni necessarie per i cittadini alle polemiche utili per i partiti.

La sfida del governo davanti alla crisi internazionale

Sgomberato il campo, colleghi, vi sfido sulla politica, sulla vera politica. Vi sfido a un dibattito nel merito, nel merito della crisi internazionale, nel merito dei rischi per l'approvvigionamento energetico, nel merito di un'Europa che non riesce a recuperare una rilevanza reale, nel merito di come mettere l'economia al riparo in un mondo sempre più caotico, nel merito delle risorse, dove prenderle e dove metterle. Parliamo delle soluzioni e vediamo chi ne ha, perché lo scenario che abbiamo di fronte non consente più a nessuno di cavarsela dicendo che è tutta colpa della Meloni, finanche l'aumento mondiale dei prezzi del petrolio.
Gli italiani hanno diritto di conoscere le diverse proposte in campo perché, certo, al Governo spetta l'onere e l'onore di governare, ma all'opposizione spetterebbe anche dimostrare di essere in grado di rappresentare un'alternativa di Governo - così dovrebbe funzionare e funziona una moderna democrazia dell'alternanza - a partire chiaramente dalla situazione internazionale che stiamo vivendo e dalla collocazione internazionale dell'Italia, collocazione che - giova ricordarlo - non ha inventato questo Governo, ma è la stessa da circa ottant'anni a questa parte. Lo dico per rispondere, già prima che vada in scena l'ormai scontato ritornello sulla subalternità della sottoscritta al Presidente americano Trump o quello, ancora più scontato, dal titolo: “la Meloni scelga tra Trump e l'Europa”. Anche qui spiegherò di nuovo il mio punto di vista, ma approfitto per chiedere a mia volta qualche chiarimento, perché la posizione italiana nella crisi iraniana è stata esattamente la stessa dei principali Paesi europei. Allora, mi chiedo e vi chiedo se quando si dice che dobbiamo stare con l'Europa si intenda davvero l'Europa o si intenda, piuttosto, la sinistra europea anche quando questo significa dividere l'Europa, perché temo che le due cose non stiano insieme e chiaramente attendo fiduciosa una risposta.

La posizione dell'Italia dopo il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran

Intanto - come sapete - nella notte tra martedì e mercoledì è stato concordato un temporaneo cessate il fuoco tra l'Iran, gli Stati Uniti e i rispettivi alleati nel conflitto iniziato lo scorso 28 febbraio. Siamo arrivati a un passo dal punto di non ritorno, ma ora abbiamo davanti una pur flebile prospettiva di pace, che deve essere perseguita con determinazione. L'Italia esprime il proprio plauso al Presidente del Pakistan, Sharif, che si è fatto carico di questo difficile negoziato, con il sostegno di altri attori regionali.
Ora ci auguriamo che i colloqui di pace, che prenderanno il via tra poche ore a Islamabad, possano rafforzare i punti generali dell'accordo e in essi possano trovare spazio le priorità che l'Italia, insieme ai suoi partner europei, ha sostenuto fin dal primo giorno. Allo stesso modo, ovviamente, condanniamo con fermezza qualsiasi forma di violazione del cessate il fuoco.
Cessazione permanente delle ostilità, cessazione degli attacchi verso i Paesi del Golfo, cessazione delle operazioni militari in Libano, rinuncia dell'Iran al proprio programma nucleare e alla costante minaccia nei confronti dei vicini regionali e oltre, pieno ripristino della libertà di circolazione nello Stretto di Hormuz, che non deve essere soggetta a nessuna forma di restrizione, come invece sembra essere accaduto nelle ultime ore. Questo rimane uno dei punti più critici in fase di attuazione dell'accordo, perché se l'Iran dovesse riuscire a ottenere la facoltà di applicare extra-dazi ai transiti nello Stretto, questo potrebbe ancora portare a conseguenze economiche e di orientamento dei flussi commerciali al momento imponderabili. È quindi interesse prioritario dell'Italia e dei suoi partner europei e occidentali che la libertà di navigazione venga pienamente ripristinata alle condizioni precedenti al 28 febbraio, in modo da poter normalizzare la situazione di tensione sui mercati energetici, delle materie prime critiche, dei fertilizzanti e di altri prodotti essenziali per la nostra economia.
Su questo punto siamo già al lavoro con la coalizione per lo Stretto di Hormuz, promossa dal Regno Unito, alla quale partecipano oltre 30 Paesi, per provare a costruire condizioni di sicurezza che consentano il pieno ripristino della libertà di navigazione e di approvvigionamento. Un contributo che crediamo sia importante in questa fase negoziale. Questo positivo spiraglio di risoluzione della crisi con l'Iran, tuttavia, non fa venir meno un ragionamento più complessivo che abbiamo il dovere di affrontare, perché è innegabile che stiamo vivendo un momento di particolare difficoltà nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, ma è altrettanto innegabile che l'attuale amministrazione americana ha accelerato un percorso che era stato ampiamente preannunciato dalle amministrazioni precedenti, tanto repubblicane, quanto democratiche: distogliere progressivamente lo sguardo dall'Europa, per dedicarsi alla competizione globale con la Cina, scegliendo quindi l'Indo-Pacifico come quadrante geostrategico prioritario.
Una traiettoria chiara che le leadership europee del recente passato hanno lungamente e, a mio avviso, colpevolmente preferito non cogliere, comprese quelle che governavano in Italia, che si accontentavano di una pacca sulla spalla o di un tweet di endorsement quando formavano un nuovo Governo.

L'appello all'unità europea

La storia, insomma, bussa e l'Europa è chiamata a non fallire questo banco di prova e per farlo deve saper adeguare la sua strategia a un mondo che cambia alla velocità della luce, anteponendo il principio di realtà alle sovrastrutture burocratiche e ai dogmi ideologici. È in questa ottica che va visto il nostro impegno incessante a Bruxelles per il sostegno alla competitività, per la semplificazione burocratica, per una transizione verde che sia realistica e non ideologica, per un'autonomia strategica bilanciata che riduca gradualmente le nostre dipendenze e per una capacità di difesa che non ci faccia dipendere dai nostri alleati americani, come, invece, evidentemente propongono coloro che si scagliano contro maggiori investimenti sulla sicurezza, per rendere l'Europa più forte, più efficace, più rapida, più pragmatica e più concentrata sui problemi dei cittadini e sulle sfide reali che il mondo intorno a noi pone. Questa è la nostra parte di responsabilità, ovvero, prima di aspettarci qualcosa dagli altri, proviamo a occuparci davvero di noi stessi.
Poi ci sono gli Stati Uniti, l'altra faccia della medaglia, perché ciò che definiamo Occidente si poggia su due gambe: la gamba europea e la gamba nordamericana. Se le due gambe non si muovono nella stessa direzione, l'Occidente è destinato alla paralisi e, in ultima analisi, all'irrilevanza. Continuo a credere nella necessità di lavorare per garantire l'unità dell'Occidente, argomento che sostengo con forza fin da quando alla Casa Bianca sedeva ben altra Amministrazione. Mi verrebbe da dire, prendendo a prestito una frase cara all'onorevole Schlein, che noi siamo testardamente unitari. Se può permettersi di esserlo lei rispetto alle variopinte forze politiche che compongono il campo largo, potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Stati Uniti che stanno insieme da molto, molto tempo.
Siamo testardamente occidentali, perché solo se l'Occidente è unito può essere una forza capace di dire la propria sul palcoscenico del mondo e perché senza quella unità noi - non altri - saremmo più deboli. Ovviamente, per stare insieme, bisogna volerlo in due ed è per questo che nel rapporto con gli Stati Uniti dobbiamo essere chiari, lavorare per tenere insieme le due sponde dell'Atlantico e lavorare per rafforzare la NATO, che rappresenta da un lato il luogo politico nel quale gli interessi di America e Europa trovano la loro composizione e dall'altro uno strumento geostrategico e militare imprescindibile, in cui l'Europa deve assumersi le proprie responsabilità e costruire con coraggio il pilastro europeo dell'Alleanza per garantire in primis la propria sicurezza. Dall'altra parte, come è normale tra alleati, bisogna dire con chiarezza anche quando non si è d'accordo, come abbiamo fatto in passato con i dazi, che abbiamo molte volte definito una scelta sbagliata che non condividevamo, come abbiamo fatto per difendere l'onore dei nostri soldati in Afghanistan, che erano stati definiti inutili in modo inaccettabile, e come abbiamo fatto sulla Groenlandia, partecipando a ogni documento europeo di difesa dell'integrità del suo territorio e della sovranità del suo popolo, e sull'Ucraina di fronte alle proposte di negoziato che non consideravamo sostenibili. Da ultimo, come abbiamo fatto con la guerra in Iran, un'operazione militare che l'Italia non ha condiviso e a cui non ha partecipato. Un dato emerso in tutta la sua concretezza con la vicenda di Sigonella, nella quale l'Italia si è ovviamente attenuta scrupolosamente alla lettera dei trattati e degli accordi che regolano i nostri rapporti con gli Stati Uniti, circostanza che, ancora una volta, fa giustizia della solita propaganda a buon mercato ascoltata anche in queste settimane.

La condanna a Israele per gli attacchi in Libano

A proposito di parlare con chiarezza ai partner, è anche quello che abbiamo fatto con Israele per quanto riguarda il Libano. Abbiamo sostenuto il Governo libanese, la sua sovranità territoriale e il suo impegno per disarmare le milizie terroriste di Hezbollah; e per questo abbiamo, a più riprese, chiesto a Israele di fermare l'escalation militare, garantire la sicurezza del personale della missione UNIFIL, a cui l'Italia fornisce da decenni il proprio insostituibile contributo, consentire il rientro di un numero ormai esorbitante di sfollati anche per evitare il rischio di flussi migratori in ripresa verso l'Europa.
Con la stessa franchezza abbiamo difeso il diritto delle comunità cristiane in Terra Santa di poter celebrare i riti pasquali con il pieno accesso al Santo Sepolcro, luogo sacro della nostra civiltà e pilastro della nostra identità. E con fermezza ancora maggiore, ci siamo espressi di fronte ai fatti inaccettabili accaduti ieri ai danni del nostro personale UNIFIL, a cui rinnoviamo la solidarietà nostra e dell'intera Nazione. Franchezza con i partner quando non condividiamo le loro azioni, vicinanza e sostegno ai partner sotto attacco.

Il viaggio nel Golfo per assicurare approvvigionamenti energetici

Come sapete, qualche giorno fa mi sono recata - prima tra i leader UE e G7 - in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, Paesi che dallo scorso 28 febbraio sono stati sottoposti a un'aggressione ingiustificata da parte dell'Iran. Ho voluto esprimere loro la solidarietà e la vicinanza dell'Italia, ma ho anche lavorato per assicurare gli approvvigionamenti energetici, in particolare di petrolio, indispensabili da un'area che garantisce circa il 15 per cento del nostro fabbisogno nazionale. Con lo stesso spirito mi ero anche recata in Algeria, per rafforzare con il Presidente Tebboune la partnership strategica che lega le nostre Nazioni e concordare con le autorità di Algeri l'aumento delle forniture di gas naturale verso l'Italia. E così farò, recandomi presto anche in Azerbaigian, ma anche sostenendo lo sviluppo di risorse energetiche assieme ai partner del continente africano.
Eppure, perfino su questo l'opposizione è riuscita a polemizzare, definendo la missione una passerella o addirittura una fuga da presunti problemi del Governo e della maggioranza. Non voglio scendere a questo livello di polemica, soprattutto se a farla sono parlamentari che scrivono post indignati sui social mentre si trovano in vacanza in località esotiche.
Voglio, però, dire che sono certa che gli italiani siano abbastanza intelligenti da capire che di fronte al rischio dello shock energetico più pesante che abbiamo visto di recente, di fronte alla possibilità di ulteriori rincari dell'energia, dei carburanti e dei generi di consumo, di fronte al rischio di vedere interrotte intere catene di approvvigionamento e bloccata la nostra economia, è preciso dovere del Presidente del Consiglio fare tutto il possibile per assicurare alle imprese e ai cittadini energia sufficiente e a prezzi il più possibile contenuti. E lo dico anche per dire agli italiani, che mi hanno visto dedicare così tante energie in politica estera, che è ancora di più nei momenti di crisi che si comprende quanto la politica estera sia indispensabile per la politica interna e quanto ormai ne rappresenti addirittura una precondizione. A maggior ragione per una Nazione come la nostra, che esporta beni di qualità, ma importa energia; che per la sua posizione geografica, si trova naturalmente esposta ai flussi migratori; che ha bisogno di rafforzare la presenza e la dimensione delle sue industrie, ma anche di attrarre investimenti.
Rapportarsi ogni giorno con i nostri partner strategici non è turismo diplomatico, è fare gli interessi quotidiani, reali dei cittadini, delle famiglie e delle imprese di questa Nazione. E permettetemi di aggiungere, colleghi, che io ho moltissimi difetti, tranne uno: non sono una persona abituata a scappare. Non scappo da missioni sconsigliabili per ragioni di sicurezza, non scappo davanti ai problemi, non scappo di fronte alle mie responsabilità. Sono abituata a mettere la faccia su quelle responsabilità. È ancora lunga, raga'...

Le mosse del governo per rispondere alla crisi energetica

Era nostra responsabilità intervenire con un corposo decreto che ponesse le basi per ridurre in modo strutturale il costo dell'energia. Iniziativa che, prima di noi, nessuno aveva avuto il coraggio di adottare e che ha scontentato le grandi aziende energetiche, ma è stata accolta con grande favore dal mondo produttivo.
Era nostra responsabilità intervenire sul costo del carburante. Lo abbiamo fatto con un primo provvedimento, che ha tagliato di 25 centesimi al litro il prezzo di diesel e benzina e ha introdotto un meccanismo antispeculazione, che sta funzionando 
Lo abbiamo fatto, inizialmente per venti giorni, in attesa degli sviluppi della crisi e con il Consiglio dei ministri di venerdì scorso lo abbiamo rifinanziato e prorogato fino al primo maggio. Una scelta che rivendico, anche alla luce delle novità di queste ore e che moduleremo man mano che i negoziati di pace andranno avanti e ci daranno una prospettiva temporale chiara degli interventi richiesti.
Se, invece, la crisi in Medio Oriente dovesse conoscere una nuova recrudescenza dovremmo porci seriamente il tema di una risposta europea, non dissimile per approccio e strumenti a quella messa in campo per rispondere alla pandemia. In quel caso, riteniamo che non dovrebbe essere un tabù ragionare di una possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita. Non una deroga per singolo Stato membro ma un provvedimento generalizzato. Così come l'Italia rimane pronta ad attivare ogni possibile misura per prevenire possibili comportamenti speculativi, compresi, se necessari, ulteriori interventi sui profitti delle società energetiche.

I risultati del governo Meloni

Continuerà quindi il nostro impegno a 360 gradi sul versante internazionale e, ovviamente, continueremo, come abbiamo fatto finora, a lavorare con serietà sul versante nazionale per consolidare gli sforzi che in questi anni hanno portato l'Italia ad avere i conti in ordine invece di farla travolgere dalle centinaia di miliardi di euro lasciati in eredità dalla scellerata cessione degli anni del Covid, che le hanno permesso di tornare attrattiva per gli investitori esteri, atteso che, secondo l'ultima edizione dello studio sull'attrattività, il numero degli investimenti diretti esteri in Italia è quasi raddoppiato rispetto al periodo pre-COVID e che le hanno permesso, nonostante le difficoltà, di presentarsi con un'economia solida. Unico Paese del G7 a essere tornato in avanzo primario dopo la pandemia già nel 2024, con una crescita post-COVID robusta, il tasso di disoccupazione generale ai minimi storici il tasso di disoccupazione giovanile al suo livello più basso. E qui consentitemi un inciso. Da giorni, la Segretaria del principale partito di opposizione, Elly Schlein, ripete in TV che da quando governa il centrodestra è aumentata la precarietà. Solo che questa è, banalmente, una menzogna verificabile. E quando si mente, colleghi, è perché si ha paura della verità. La verità è che, da quando si è insediato questo Governo, è aumentato il lavoro stabile ed è diminuito il precariato. La sinistra lo rivendicava ma la destra lo ha fatto. E non lo dico io, lo dice l'Istat. I cui numeri certificano che, rispetto all'inizio della legislatura, abbiamo quasi 1,2 milioni di occupati stabili in più e oltre 550.000 precari in meno.
E sempre a proposito di dati reali, da quando è in carica questo Governo i salari degli italiani hanno ripreso a crescere consentendo alle famiglie italiane di recuperare, seppure lentamente, il potere d'acquisto perso negli anni precedenti. Come nel 2024, anche nel 2025 le retribuzioni contrattuali hanno avuto una crescita superiore all'andamento dell'inflazione ed è aumentato, seppure non sufficientemente per noi, il reddito disponibile delle famiglie. E come ricordato pochi giorni fa dall'Istat, nel 2025, seppur di poco, è diminuita la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale.

Occupazione femminile e qualità del lavoro: i temi dove c'è ancora da lavorare

Sono chiaramente segnali e, ovviamente, c'è ancora molto da fare. C'è molto da fare, ad esempio, per quello che riguarda l'occupazione delle donne. In questi anni il tasso di occupazione femminile è cresciuto di due punti rispetto al nostro insediamento, abbiamo superato il tetto delle 10 milioni di lavoratrici ma l'Italia rimane ancora il fanalino di coda d'Europa. Sostenere la crescita dell'occupazione femminile rimane una nostra priorità per allineare l'Italia agli standard europei e recuperare un ritardo strutturale che pesa sulla nostra economia.
E, allo stesso modo, vogliamo continuare a concentrarci anche sulla qualità del lavoro, in particolare dei lavoratori più fragili. Molto ci siamo occupati dei salari in questi anni, in ultimo con la detassazione degli aumenti contrattuali, ma è evidente che esistono ancora sacche di lavoro povero che occorre affrontare. Così, nel Consiglio dei ministri che si terrà in vista della festa dei lavoratori, rispettando una tradizione che va avanti fin dal nostro insediamento, vareremo ulteriori regole per combattere il lavoro povero, rafforzando i diritti di quei lavoratori attraverso la contrattazione collettiva. Un tema che è stato prioritario per noi fin dal giorno dell'insediamento, quello sul quale abbiamo speso la maggior parte delle poche risorse che avevamo a disposizione, insieme alla famiglia, alla sanità è stato quello di rafforzare il potere d'acquisto dei cittadini, particolarmente i più fragili e di alleggerire il carico fiscale soprattutto su chi lavora e produce. Sarebbero molti qui i provvedimenti da ricordare, come il taglio del cuneo fiscale per un valore di 18 miliardi l'anno, la riduzione dell'IRPEF e delle tasse sui premi di produttività, l'innalzamento della soglia del regime forfettario per i lavoratori autonomi, l'aumento delle pensioni minime e ancora la riforma fiscale, che l'Italia aspettava da oltre mezzo secolo, alla quale stiamo dando molto rapidamente attuazione: 18 i decreti e 6 i testi unici approvati finora e siamo in dirittura d'arrivo per definire il codice tributario, strumento che riordinerà definitivamente una materia per troppo tempo trascurata.

La lotta all'evasione fiscale

Abbiamo combattuto come nessun altro l'evasione fiscale, smentendo anche qui chi diceva che questo sarebbe stato il Governo amico degli evasori e dei furbi. In tre anni abbiamo raccolto oltre 100 miliardi di euro, risorse preziosissime che ci aiutano a tenere i conti in ordine e ci permettono di finanziare interventi a favore delle famiglie e delle imprese. E non abbiamo intenzione di fermarci. Compatibilmente con il quadro della finanza pubblica, continueremo a lavorare per ridurre il carico fiscale a cittadini, famiglie e imprese perché questo avevamo promesso, questo abbiamo fatto e questo continueremo a fare anche con la prossima legge di bilancio. Così come continueremo a investire sul Sud.

Le soluzioni messe in campo per il sud

Grazie al lavoro fatto fino ad oggi, il Sud finalmente non è più il fanalino di coda della Nazione e sta colmando quel divario che gravava sull'Italia da troppo tempo. Anche grazie alla zona economica speciale unica, agli investimenti nelle infrastrutture, alla spinta del PNRR, a un migliore utilizzo delle politiche di coesione, il PIL e l'occupazione del Mezzogiorno sono cresciuti più della media nazionale. Nel secondo trimestre 2025 il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni nel Sud ha raggiunto il dato più alto dall'inizio delle serie storiche dell'Istat. Non era mai successo e questo non può che renderci orgogliosi. E proprio partendo dall'esperienza positiva della ZES unica del Mezzogiorno, che ha dato ottima prova di sé e che abbiamo già - come si sa - esteso a Umbria e Marche, intendiamo fare un ulteriore passo avanti. Stiamo infatti studiando le modalità tecniche per riprendere alcuni dei meccanismi, in particolare quelli di semplificazione, della ZES unica che si sono rilevati rivelati i più efficaci e applicarli a tutto il territorio nazionale, perché semplificare, ridurre la burocrazia, ridurre i tempi delle autorizzazioni, in poche parole rendere la vita più facile a chi vuole investire creando lavoro e sviluppo è un passo avanti decisivo, che non deve conoscere restrizioni territoriali.

Gli investimenti in tecnologia, ricerca e sviluppo

Investire in tecnologia, investire in ricerca e sviluppo, investire nel capitale umano garantendo una formazione in grado di accrescere conoscenze e competenze dei lavoratori, completare l'ambizioso percorso di riforma delle professioni che abbiamo avviato: tutto questo è fondamentale per incrementare la crescita economica, la produttività delle imprese e la loro competitività. E a proposito di competitività, grazie alla forza, al protagonismo, alla diversificazione produttiva delle nostre imprese nel 2025 l'export tricolore è cresciuto di 20 miliardi rispetto all'anno precedente, permettendo all'Italia di raggiungere il quinto posto al mondo tra le Nazioni esportatrici, superando la Corea del Sud e insidiando il quarto posto del Giappone. E in questo scenario il nostro export si è dimostrato anche più forte dei dazi, come dimostra la crescita del valore delle esportazioni verso gli Stati Uniti, aumentata del 7,2 per cento nel 2025. Questo straordinario patrimonio nazionale merita di essere ancora di più sostenuto e intendiamo farlo ancora meglio.

La riforma del sistema Ets

Ovviamente rimane per noi fondamentale il tema dell'energia, tema che abbiamo affrontato con il decreto di cui parlavo prima, ma che abbiamo posto con forza anche durante l'ultimo Consiglio europeo, in particolare per quello che riguarda il sistema europeo di tassazione del carbonio, il cosiddetto ETS. Tassa a suo tempo introdotta dall'Europa per disincentivare le emissioni inquinanti, ma che oggi finisce per gravare anche sul prezzo dell'energia prodotta con fonti rinnovabili, gonfiando artificialmente i costi energetici in diversi Stati membri, con punte che - come ho già detto - per la nostra Nazione toccano i 30 euro per megawattora, un quarto dell'intero prezzo dell'elettricità.
Nelle conclusioni dell'ultimo Consiglio europeo abbiamo ottenuto che venisse inserita la possibilità per gli Stati membri di adottare misure nazionali urgenti in grado di mitigare il prezzo dell'energia nel breve termine, ETS compreso. E tutto ciò in attesa di una revisione organica di questo strumento, sempre prevista dalle conclusioni, per ridurne strutturalmente la volatilità e l'impatto sui prezzi dell'energia.
Con il decreto Energia noi avevamo chiesto che l'ETS non comportasse un aumento del costo delle rinnovabili per abbassare i costi complessivi: è una norma che, come si sa, richiede l'autorizzazione dell'Unione europea; ma, alla luce delle conclusioni del Consiglio, siamo al lavoro con la Commissione europea e siamo fiduciosi che l'obiettivo si possa raggiungere.
Più in generale, continueremo anche a chiedere, in Europa, di sospendere temporaneamente l'applicazione dell'ETS alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico. Si tratta di un provvedimento straordinario e urgente, che serve subito e almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente.

Le politiche migratorie

Sull'immigrazione, avevamo promesso un cambio di passo e, certamente, il cambio di passo c'è stato, anche se non ci basta. Abbiamo siglato accordi internazionali che prima non esistevano; abbiamo ridotto gli sbarchi, aumentato sensibilmente i rimpatri, rafforzato il controllo delle frontiere, combattuto i trafficanti di esseri umani e, soprattutto, abbiamo ridotto le morti nel Mediterraneo.
Grazie all'Italia, è cambiato anche l'approccio dell'intera Europa al governo dei flussi migratori. Oggi abbiamo una lista europea di Paesi sicuri di origine e una nuova definizione di Paese terzo sicuro, che consentiranno di applicare procedure di frontiera accelerate; abbiamo una copertura giuridica ancora più chiara a sostegno delle cosiddette soluzioni innovative, a partire da quegli hub per i rimpatri in Paesi extra-UE, sul modello del Protocollo Italia-Albania, e un nuovo regolamento europeo sui rimpatri sta per essere finalizzato, proprio per renderli sempre più effettivi.
Ora è necessario consolidare questo approccio: renderlo stabile e strutturale. Anche per questo, nell'ultimo disegno di legge sulla sicurezza abbiamo previsto la possibilità di attivare, in caso di conclamata necessità, un blocco navale temporaneo al largo delle nostre coste: un'altra proposta che portiamo avanti da tempo, che era nei nostri programmi e che abbiamo costruito con pazienza.
E ora che la campagna referendaria è alle spalle, voglio rinnovare il mio appello affinché tutti i poteri dello Stato facciano la loro parte per garantire il rispetto di queste norme. Spetta alla politica scrivere norme chiare ed efficaci; spetta alle Forze dell'ordine, a cui va il nostro plauso e il nostro ringraziamento, verificarne le eventuali violazioni e spetta, in ultimo, alla magistratura assicurarne l'effettiva applicazione: è questo che fa chi rispetta la separazione tra i poteri dello Stato, scritta nella nostra Costituzione.

L'impegno sul fronte sicurezza

Quanto alla sicurezza, so che forse molti italiani si aspettavano di più da questo Governo, nonostante l'impegno su questo fronte abbia rappresentato una priorità costante del nostro operato. Basti ricordare che, dal nostro insediamento, abbiamo assunto oltre 42.000 operatori delle Forze di Polizia, riuscendo a garantire il turnover al 100 per cento, ed entro la fine della legislatura sono in programma altre 27.000 assunzioni. Abbiamo rinnovato i contratti scaduti da anni, potenziato mezzi e tecnologie, aggravato le pene per chi minaccia o aggredisce i nostri uomini e le donne in divisa, previsto una specifica tutela legale per chi dovesse essere indagato o imputato per fatti inerenti al servizio. Abbiamo, di fatto, bloccato i rave party illegali, previsto risposte più rapide contro le occupazioni abusive, misure più efficaci contro i borseggi, l'accattonaggio minorile, le truffe agli anziani, le rivolte nelle carceri e abbiamo aumentato i presìdi di sicurezza nelle aree più sensibili: ospedali, stazioni, scuole, periferie.
Dal decreto Caivano in poi abbiamo anche avuto il coraggio di affrontare il problema della criminalità minorile e lo abbiamo fatto con norme coraggiose, contestate da chi non aveva fatto molto sul tema. Abbiamo previsto l'arresto in flagranza per i minorenni trovati in possesso di arma da fuoco per impedire che ragazzi sempre più giovani diventino la manovalanza preferita della criminalità organizzata proprio per la loro non punibilità. Così come abbiamo introdotto norme molto severe per arginare il dilagante fenomeno dell'uso dei coltelli tra i più giovani, e intendiamo andare avanti anche sulla proposta di legge a prima firma della presidente della Commissione antimafia Colosimo per togliere la potestà genitoriale ai boss mafiosi tanto per rispondere, ancora una volta, con il sorriso e con i fatti all'ultima palata di fango infilata nel ventilatore da un'opposizione disperata che costruisce surreali teoremi su una mia presunta vicinanza con la criminalità organizzata tirando in ballo un padre, morto peraltro che non vedo da quando avevo 11 anni. Vi sfido anche su questo.

La lotta alla criminalità organizzata

Non sono solita ingerire nel lavoro delle Commissioni parlamentari d'inchiesta, ma mi permetto di chiedere alla Commissione parlamentare antimafia di occuparsi dei tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nei partiti politici, Fratelli d'Italia compreso. Mentre alcuni usano il tema per fare propaganda contro gli avversari, a me interessa costruire gli anticorpi a un fenomeno che ci riguarda tutti. Non accetto che i miei sacrifici possano essere usati per gli interessi di quelli che combatto dal 19 luglio del 1992, e non accetto lezioni su questo tema.
Sui rapporti tra questo Governo e la criminalità organizzata parlano i fatti: abbiamo messo in sicurezza l'ergastolo ostativo, salvato il carcere duro per i mafiosi da chi stava per smantellarlo. Sotto questo Governo, e non altri, sono stati catturati oltre 130 latitanti, sono state eseguite più di 300 maxi operazioni, migliaia di arresti, 7,2 miliardi di euro il valore dei beni sottratti alla criminalità, più di 18.000 beni confiscati restituiti alla collettività che ora ospitano presidi delle Forze dell'ordine o progetti a carattere sociale. Non abbiamo nulla da imparare da chi, invece, i boss li scarcerava a colpi di decreto con la scusa del COVID. Combatto la mafia fin da ragazzina e continuerò a farlo fino al mio ultimo respiro, senza se e senza ma, e mi auguro che almeno su questo si possa e si riesca a lavorare insieme.

Centri sociali illegali e manifestazioni violente

E poi, finalmente, lo sgombero di quei centri sociali illegali e violenti che tutti gli altri avevano tollerato, se non sostenuto o finanziato: realtà dove regna l'illegalità e lo Stato di diritto sembra sospeso. Sarò anche qui chiara: andremo avanti con forza, con determinazione, perché non accettiamo l'idea che in Italia possano esistere zone franche dove tutto è consentito in virtù di una sedicente copertura politica o ideologica. E a chi ha accusato abbiamo risposto con provvedimenti efficaci, come quello sul fermo preventivo, che hanno uno scopo molto chiaro: garantire che le manifestazioni di piazza si svolgano pacificamente, come prevede la Costituzione, senza incidenti, devastazioni, città vandalizzate, poliziotti e carabinieri aggrediti solo per il divertimento di qualche figlio di papà che si diletta a distruggere stazioni che noi dobbiamo sistemare con i proventi delle tasse dei cittadini.
Eppure, personalmente non sono soddisfatta dei risultati sulla sicurezza, perché la sicurezza è il primo dovere dello Stato e noi dobbiamo riuscire a incidere con maggiore efficacia nella vita quotidiana dei cittadini e nella loro percezione di sicurezza.
Per questo intendiamo, ad esempio, incrementare ulteriormente la presenza di Forze dell'ordine sul territorio, continuando a riorganizzare l'attività amministrativa per avere più personale in strada e stiamo lavorando per introdurre la figura dell'ausiliario dei Carabinieri e delle Forze di Polizia, assumendo 10.000 unità di volontari in ferma prefissata per fare attività di sicurezza e di controllo del territorio. Ancora, la sanità. Sappiamo tutti quanto questo tema tocchi la vita dei cittadini. Rivendico l'azione del Governo, che ha portato il Fondo sanitario nazionale al livello più alto di sempre: 143 miliardi nel 2026, 17 miliardi in più rispetto all'insediamento e ha avuto il coraggio, per primo, di contribuire a cercare soluzioni sul tema delle liste d'attesa, invece di limitarsi a dire che la competenza erano delle regioni, come avevano fatto gli altri. Ma è evidente che per molti italiani i tempi restano troppo lunghi, l'accesso troppo difficile, le differenze territoriali ancora troppo marcate. Questo non è accettabile, perché la sanità è uno dei pilastri della nostra Nazione. Così, il nostro impegno deve essere più forte, più concreto, più visibile nella vita quotidiana delle persone. Avremo presto i dati del sistema di monitoraggio sull'andamento delle liste d'attesa, regione per regione, prestazione per prestazione, e questo ci consentirà, finalmente, di intervenire in modo mirato ed efficace. Servirà un impegno corale per riuscire a risolvere gli ambiti più critici, perché se lo Stato e le regioni non lavorano insieme, fianco a fianco, il meccanismo si inceppa e a pagarne le conseguenze sono in ultima istanza i cittadini.
Ecco perché voglio anche rivolgere alle regioni una disponibilità e un appello: facciamo squadra, perché l'esito di questa sfida dipenderà dalla capacità che avremo soprattutto di lavorare insieme.

Il piano casa

Altro tema che ci sta particolarmente a cuore è quello della casa, un bene primario, il luogo dove si cresce, si studia, si sogna, si mette al mondo il futuro. Senza una casa è impossibile costruire una famiglia, garantire una vita dignitosa ai propri cari, rispondere ai bisogni fondamentali delle persone. Purtroppo oggi il problema dell'accesso alla casa riguarda una quantità sempre maggiore di cittadini. Tantissimi italiani, giovani coppie, studenti e lavoratori fuori sede, famiglie monoreddito, persone con disabilità e molti altri, cioè gente che lavora, si impegna, paga le tasse, si trova in una zona grigia - passatemi il termine -: è troppo “benestante” per accedere alle graduatorie delle case popolari ed è troppo povera per far fronte alle richieste, sempre più alte, del mercato immobiliare. Ecco, io penso che uno Stato giusto non debba lasciare queste persone nel limbo, debba porsi il problema di come aiutarle a camminare da sole. È quello che intendiamo fare anche in vista della ricorrenza del 1° maggio. Il Consiglio dei ministri approverà finalmente i provvedimenti necessari alla realizzazione in Italia di quel vasto Piano casa a cui stiamo lavorando da tempo. Un Piano robusto, strutturale, che ha come obiettivo quello di rendere disponibili, tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati oltre 100.000 case nei prossimi 10 anni.
Queste sono alcune delle questioni principali sulle quali il Governo è al lavoro, ma, come avete notato, non ho annunciato misure roboanti tipo: daremo a tutti uno stipendio senza lavorare o potrete ristrutturare la vostra villa a spese dello Stato. Avrò probabilmente deluso chi immaginava di rivedere lo stesso schema che abbiamo visto tante, troppe volte in passato, cioè quello di Governi che, in vista delle elezioni, davano vita a misure puramente demagogiche e devastavano i conti pubblici nel tentativo disperato di raccogliere consenso facile, scaricando sui giovani il costo di bonus e privilegi. Il malcostume di quei politici che invitano tutti al bar a bere gratis e lasciano agli altri il conto da pagare non ci apparteneva ieri e non ci apparterrà domani. Per questo tipo di scelte bisogna rivolgersi ad altri.

La strategia per l'ultimo anno di governo

Noi scegliamo la serietà e non rinunciamo a convincere con risposte concrete di lungo periodo, una strategia chiara, continuità nelle scelte che hanno funzionato, riforme coraggiose, verità in luogo delle menzogne e tanto, tanto lavoro. È quello che faremo anche in questo ultimo anno di Governo, per poi attendere con serenità il giudizio sul nostro lavoro e sui risultati che ha prodotto. Sappiamo che la situazione oggi è migliore di quando ci siamo insediati, ma sappiamo anche di dover riuscire a fare di più e meglio e lo faremo perché siamo abituati a rimboccarci le maniche. Non conosciamo la rassegnazione e non siamo abituati a gettare la spugna, tutt'altro. L'ultimo anno di questa legislatura non sarà un tempo d'attesa, ma sarà un tempo di lavoro, di scelte e di risultati, non un tempo per costruire consenso facile, ma un tempo per rafforzare una direzione solida. La nostra direzione è chiara: difendere l'interesse nazionale italiano, sostenere chi produce e lavora, rafforzare la presenza dello Stato dove serve e alleggerirla dove è troppo invasiva, sostenere le famiglie, quelle presenti e quelle future, dare risposte ai tanti giovani che rischiano di cercare quelle risposte nella dipendenza dall'intelligenza artificiale o dai social media, continuare a restituire fiducia, costruire opportunità e rendere questa Nazione più giusta, più meritocratica, più forte e più libera.
Vogliamo continuare a costruire questa Italia con abnegazione, determinazione e con umiltà, perché il voto del referendum contiene anche un segnale che non intendiamo ignorare, ma piuttosto utilizzare in positivo, perché, colleghi, un “sì” ti conferma, ma un “no” ti riaccende, ti impone di fermarti a riflettere e di rimettere tutto in discussione.
Alla fine di quella riflessione, se sei una persona abituata a guadagnarsi le cose sul campo, capisci una cosa semplice e potentissima: il rifiuto non è la fine di un percorso, ma è l'inizio di una nuova spinta. Sarò felice di ascoltare le proposte che certamente le forze di maggioranza, ma anche quelle di opposizione, vorranno fare in quest'Aula per aiutarci ad affrontare questa difficile congiuntura della storia. Ogni buona idea sarà vagliata senza pregiudizi, magari attuata se ce ne saranno le condizioni. Se invece i partiti di opposizione vorranno usare il tempo a loro disposizione per inveire contro chi sta governando durante la tempesta, ce ne faremo una ragione.
A chi guarda con scetticismo risponderemo con i fatti, a chi spera nel nostro fallimento risponderemo con la determinazione, a chi getta fango risponderemo con l'orgoglio di chi può ancora permettersi di guardare gli altri - tutti gli altri - negli occhi.
A chi invece crede in questa Nazione diciamo: ricordatevi che non siete soli, il Governo c'è e farà la sua parte ogni ora di ogni singolo giorno fino all'ultimo. Quando quel giorno arriverà, se avremo agito così, non avremo alcuna ragione di temere il giudizio del popolo sovrano. Vi ringrazio.