Donzelli frena su rimpasto e voto anticipato. “Vogliamo cambiare la legge elettorale, ma non è la priorità"

Il meloniano parla agli studenti e indica le priorità per la maggioranza: Piano casa, sicurezza, tasse. "Non ci conviene cambiare il rosatellum. Il referendum dimostra che possiamo perdere ma preferiamo rischiare per evitare la palude per chi governa". Con lui anche Calenda che questa volta chiude a Meloni: "L’europeismo è per me la discriminante fondamentale. Ma non è nel dna della premier”

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31 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 11:16 AM
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Giovanni Donzelli

Giovanni Donzelli guarda oltre. Non pensa che la premier Meloni debba riferire in Aula, come chiedono le opposizioni. Allontana le ipotesi di rimpasto e smentisce le tentazioni di voto anticipato. “Penso che nella maggioranza nessuno lo abbia mai ipotizzato. Andremo avanti fino alla fine”. Perché di cose da fare, per per rilanciare l’azione di governo, ce ne sono: dal Piano casa alla sicurezza, fino alle tasse, da abbassare. La legge elettorale? “Vogliamo cambiarla, ma non è la priorità”. E un Meloni bis? “Faremo della valutazioni sul ministero del Turismo, ma non ci sarà un nuovo voto di fiducia. Questo sarà il governo più duraturo della Repubblica”, risponde al Foglio il responsabile dell’organizzazione di FdI. Anche su di lui, dopo le pulizie post referendum – le dimissioni di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè – sono circolati retroscena in base ai quali il suo ruolo nel partito è stato messo in discussione. Donzelli sorride, non sta preparando gli scatoloni, non gli tolgono l’ufficio di via della Scrofa, assicura. Piuttosto, il colonnello meloniano, offre spunti su quelle che potranno essere i dossier su cui la maggioranza intende muoversi nelle prossimi settimane. Lo fa ragionando con gli studenti del master in Comunicazione d’impresa e public affairs della 24ore business School.
A invitarlo è il suo collega di partito Giangiacomo Calovini, che da queste parti fa il docente e per l’occasione ha chiamato anche Carlo Calenda. Ma niente abboccamenti, questa volta, nonostante il leader di Azione abbia condiviso con i meloniani il sostegno alla riforma della Giustizia. “E se Meloni avesse risposto a Trump avrebbe vinto il Referendum”. Il leader di Azione del resto, e non è un novità, considera il presidente americano “un cleptocrate, che sta distruggendo l’ordine liberale mentre nessun leader difende la dignità europea”. Men che meno la premier. Calenda lo sottolinea, ricordando poi come l’Ucraina sia ormai sparita dai radar della politica – “ormai non frega più nulla a nessuno, siamo una idiocrazia”. Si parla piuttosto del Brasiliano, il folcloristico influencer, spesso ospite della Zanzara, che vuole candidarsi a sindaco di Roma e “in un paese normale sarebbe in galera”. Quanto all’Europa, ed è forse la principale ragione che lo tiene lontano dai meloniani, Calenda ripercorre prima il suo passato da ambasciatore a Bruxelles, quando al Coreper bisognava ricorrere alla legge del Fracassi (“Nel dubbio: in culo ai Paesi Bassi”), ovvero quella massima in voga nella diplomazia italiana a cui ricorrere se non si sa come posizionarsi o se non arrivano indicazioni dall’Italia. E poi ribadisce che è necessario superare il diritto di veto: “O lo eliminiamo o saremo vassalli degli Stati Uniti. L’europeismo è per me la discriminante fondamentale. Ma non è nel dna della premier”.
Lo conferma poco dopo Donzelli che su questo punto (e non solo) ha un’idea ben diversa da quella del leader di Azione. “Il diritto di veto è uno strumento utile, importante, per far valere i nostri interessi nazionali”, non ha dubbi l’esponente di FdI. Convinto anche che il governo debba andare avanti. Le prossime mosse? “Lavorare sul Piano casa, che può anche aiutare l’economia; tagliare ancor di più le tasse e poi c’è la sicurezza, il grande tema”. Donzelli spiega quindi che varie leggi sono state varate “ma bisogna assicurarsi che le norme vengano anche percepite dai cittadini”. E dunque, aggiunge: “Sullo spacciatore o sullo scippatore, possiamo fare di più. Anche se – prosegue ripetendo il solito mantra meloniano – non aiutano alcuni magistrati che fanno scelte ideologiche”. Infine c’è la legge elettorale, “che non è la priorità” e non “è nemmeno una risposta dopo il referedum”. Ma sarebbe utile, secondo Donzelli, alla stabilità. “Diranno in ogni caso che è una riforma di parte, anche se stiamo dialogando con l’opposizione. Vogliamo farla nei modi e nei tempi più opportuni”. Non si addentra nei tecnicismi – collegi o premi di maggioranza – ma il deputato di FdI spiega: “Vogliamo che chi viene votato dagli italiani possa andare al governo”. Niente più governi inciuci e governi tecnici, vade retro Mario Draghi. E per sgombrare il campo dall’accusa di opportunismo, di voler cambiare legge elettorale per convenienza, Donzelli ribatte così: “Non è un tragedia se perdiamo le elezioni. Il referendum ha dimostrato che possiamo perdere. A noi converrebbe anche non cambiare legge elettorale, perché siamo il primo partito e quindi saremmo centrali anche in caso di pareggio. Ma noi – conclude – preferiamo rischiare di perdere. Vogliamo evitare la palude per chi governa”.