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Il Papeete di Giorgia e il conforto di Salvini. Vicino al Capitano: "Dalle sconfitte si impara"
Per una volta Salvini non è responsabile della débâcle. Gode di non essere stato lui e va a Messina: "E' l'ora del ponte!"
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28 MAR 26

Il segretario federale della Lega, Matteo Salvini, al Papeete Beach di Milano Marittima, 01 agosto 2021.ANSA/STEFANO CAVICCHI
Scocca l’ora del Papeete, sì, ma per Giorgia. Al punto che Palazzo Chigi è una Gomorra fintanto che Salvini, dopo il Papeete, è diventato grande. Il segretario della Lega è cresciuto. Sta calmo. O forse, a quanto pare, gode per una volta di non essere stato lui. Di non c’entrare niente, insomma, con la stangata e con la sconfitta del referendum (e questa certamente è una notizia).
“Meloni deve imparare”, dicono gli uomini a lui più prossimi. “Dalle sconfitte si impara”, ripetono. “E comunque, noi ne usciamo bene”. Loro ne escono bene, a sentirli, e non soltanto perché al nord la Lega ha vinto e Luca Zaia lo rivendica apertamente. Ma pure perché a sud di Roma i leghisti non governano, non c’entrano col voto protestatario, e addirittura fanno notare di essere stati gli unici a impegnarsi. I soli a fare una campagna elettorale sistemica, coi vari ambasciatori del Sì. Dalla deputata Simonetta Matone al membro laico del Cpga Francesco Urraro. Il Carroccio del Sud si sarebbe speso mentre gli altri litigavano e continuano a litigare (ci inoltrano bruschi commenti di Forza Italia contro i Fratelli: Martusciello che scrive: “Avete avvertito Cirielli che ha perso le elezioni?”).
Ed ecco allora che Matteo Salvini, stavolta, si pasce dei drammi altrui. Dietro i suoi silenzi – non chiamatela Schadenfreude – è il conforto di vedere Meloni che veste i panni da segretario leghista. Che per un giorno vive à la Salvini, appunto. Con un partito avvelenato – da La Russa in giù – quasi quanto il suo. E un governo maledetto, alla fine della decadenza. Luca Zaia dice: “Dal referendum il paese esce spaccato”. Massimiliano Romeo, il capogruppo al Senato: il nord produttivo non può essere "trascurato”. Ma spaccato, più del paese, è il governo. Con Salvini che il giorno del voto era sul Danubio. Che traeva forza dalla stretta magiara di Orbán. E che era parecchio lontano perché è da lontano che la mente vede più chiaro delle passioni (e Salvini è passionale assai). Anche se forse non immaginava – dopo Vannacci – fino a che punto il sacrificio di un altro potesse diventare la sua benzina. Perché se è vero che lei veste i panni di lui per un giorno, è altrettanto noto come, per lui, lei sia una donna che s’è infilata le sue scarpe. Una “ragazza” che occupa il Palazzo – Chigi – dove Salvini non è mai riuscito a entrare. “Sono tempi stimolanti”, dice in queste ore il segretario a chi tenti di sbrecciare il suo silenzio calmo. Tempi stimolanti per quanto, a sentire i suoi, il fuoco sia sotto la cenere. Se si andasse al voto, ovviamente, non esiterebbe ad accodarsi a Meloni. Anche se il pensiero, tra i fedelissimi, è: “ben le sta”, “dalle sconfitte si impara”, “noi ci siamo passati”. E poi, nella Lega del Mezzogiorno: “Noi ci siamo mobilitati, perché quando Matteo chiede un impegno della propria squadra sul territorio è ascoltato”.
Comunque, a proposito di Mezzogiorno e di nuova linfa, se per Giorgetti questo è il tempo del voto – e per Meloni l’ora del Papeete – per Matteo Salvini è indubbiamente “L’Ora del Ponte”. Questo pomeriggio il segretario è infatti atteso a Messina coi presidenti forzisti Schifani e Occhiuto. Sotto il sole dello Stretto si terrà una manifestazione con oltre 40 associazioni, sindacati, realtà economiche per l’infrastruttura che più d’un ponte è un trampolino. “Sono tempi interessanti”, dice lui. Ore di slancio e di ponti per chi ha vinto nel nord di Zaia, Fedriga e Fontana (non precisamente il suo) e non ha perso nel sud degli alleati riottosi. Matteo Salvini tace, osserva, pondera. Sogna il suo Stretto come si sogna un vizio. Ma col silenzio della virtù che forse, questa volta, è soltanto “un vizio camuffato”.