Quelle di Giorgia Meloni sono parole che circolano nei retrobottega romani con l’effetto tipico delle dichiarazioni ambigue. Ognuno ci legge quello che vuole.
E’ forse per questo che Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con i collaboratori evoca le elezioni anticipate. E la sensazione che qualcosa si sia inceppato si diffonde con la velocità propria delle stagioni difficili. Eppure, di giorno in giorno, la sconfitta al referendum viene razionalizzata per quello che è. Non un terremoto, bensì un inciampo. Che un ministro sintetizza così: “Prima eravamo sicuri che avremmo vinto le prossime elezioni, adesso quella certezza è rimessa in discussione”. In una parte della maggioranza c’è il timore che la magistratura militante legga il risultato come una legittimazione, e questa lettura produce tensioni reali,
si veda il caso di Giorgio Mulè, ma non cambia i rapporti di forza in Parlamento e non apre nessuno scenario che non esistesse anche prima. Il rimpasto, quella soluzione che a intervalli regolari i commentatori indicano come la mossa ovvia, è più complicato di quanto sembri: aprirlo significa aprire tutto, le rivendicazioni degli alleati, i dicasteri e Salvini che chiede il Viminale.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la legge elettorale il cui iter comincia il 31 marzo: proporzionale con liste bloccate, premio di maggioranza, nessuna preferenza. Fa comodo a Salvini e Tajani, che hanno una leadership debole e hanno bisogno di controllare i gruppi parlamentari, ma evoca i profili di incostituzionalità che affossarono il Porcellum e regala all’opposizione un argomento da sempre di destra proprio dopo l’infausta batosta del referendum.
Il problema adesso però non è la sconfitta. Il problema è la testa con cui si (ri)entra in campo.