Emerge un piano di rilancio intorno a Meloni, ma restano vaghezze

La premier sogna diventare la più longeva della storia, avverrà a settembre. E i parlamentari non hanno dimenticato che prima di inizio del 2027 non avranno diritto ai vitalizi. E però nei corridoi di Palazzo Chigi c'è comunque un'aria inquieta

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28 MAR 26
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 Il 4 settembre 2026 Giorgia Meloni diventerà il presidente del Consiglio più longevo della storia repubblicana: una data che a Palazzo Chigi nessuno ha dimenticato. E i parlamentari che non raggiungono quattro anni e sei mesi di mandato, marzo 2027, perdono il diritto al vitalizio: una scadenza che nessuno degli eletti ha dimenticato. Due date, due freni. Eppure nei corridoi di Palazzo Chigi si respira qualcosa di simile all’inquietudine. Malgrado ci siano delle idee per ripartire con l’azione di governo. Estendere lo strumento autorizzativo delle Zone economiche speciali a tutto il territorio nazionale, quelle aree dove un investimento ottiene il via libera in sessanta giorni invece di aspettare anni nell’ordinaria giungla burocratica. Riorientare i fondi di coesione europei verso la competitività. Insistere sulla revisione dello scambio europeo di quote di emissione, il sistema che fissa un prezzo alla CO2 e pesa sui costi energetici delle imprese. Sono cose che, ci dicono da Palazzo Chigi, potrebbero dare al governo Meloni la benzina per il secondo tempo della legislatura. Il problema, semmai, è trovare la testa per farle. Perché negli ultimi giorni Giorgia Meloni pronuncia a volte parole che hanno un sapore insieme dignitoso e vagabondo. “Non rimango qui a ogni costo”, dice. E ancora: “O le cose funzionano bene, o io non resto abbarbicata, non ne ho motivo”. 
Quelle di Giorgia Meloni sono parole che circolano nei retrobottega romani con l’effetto tipico delle dichiarazioni ambigue. Ognuno ci legge quello che vuole. E’ forse per questo che Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con i collaboratori evoca le elezioni anticipate. E la sensazione che qualcosa si sia inceppato si diffonde con la velocità propria delle stagioni difficili. Eppure, di giorno in giorno, la sconfitta al referendum viene razionalizzata per quello che è. Non un terremoto, bensì un inciampo. Che un ministro sintetizza così: “Prima eravamo sicuri che avremmo vinto le prossime elezioni, adesso quella certezza è rimessa in discussione”. In una parte della maggioranza c’è il timore che la magistratura militante legga il risultato come una legittimazione, e questa lettura produce tensioni reali, si veda il caso di Giorgio Mulè, ma non cambia i rapporti di forza in Parlamento e non apre nessuno scenario che non esistesse anche prima. Il rimpasto, quella soluzione che a intervalli regolari i commentatori indicano come la mossa ovvia, è più complicato di quanto sembri: aprirlo significa aprire tutto, le rivendicazioni degli alleati, i dicasteri e Salvini che chiede il Viminale. A complicare ulteriormente il quadro c’è la legge elettorale il cui iter comincia il 31 marzo: proporzionale con liste bloccate, premio di maggioranza, nessuna preferenza. Fa comodo a Salvini e Tajani, che hanno una leadership debole e hanno bisogno di controllare i gruppi parlamentari, ma evoca i profili di incostituzionalità che affossarono il Porcellum e regala all’opposizione un argomento da sempre di destra proprio dopo l’infausta batosta del referendum. Il problema adesso però non è la sconfitta. Il problema è la testa con cui si (ri)entra in campo.
Così un piano emerge. Le certezze sono di carattere economico. L’obiettivo del deficit al tre 3 cento non è un obbligo di legge: è una scelta politica che il governo si è dato e che può essere rivista. I margini di flessibilità esistono, e una legge di Bilancio con più spazio di manovra potrebbe servire più di una bandiera di rigore nell’anno che precede le elezioni. C’è poi una consapevolezza acquisita, in parte proprio dall’analisi del voto referendario, ovvero che Donald Trump dispiace agli italiani, compresi molti elettori di centrodestra. La premier lo ha capito, bisogna mantenere il dialogo con Washington senza farsi identificare con la Casa Bianca. Un modello c’è già: quando Meloni ricordò pubblicamente i soldati italiani morti in Iraq, prendendo le distanze da una dichiarazione di Trump. La mossa fu apprezzata. Si può fare ancora, con la stessa cura. Le vaghezze, invece, riguardano l’interno. C’è il tema di una premier che accentra troppo e delega poco, che non ha costruito attorno a sé un gruppo operativo capace di alleggerirla sui dossier domestici. E c’è il tema di un partito, Fratelli d’Italia, che nel sud soprattutto presenta un elettroencefalogramma quasi piatto. Su questo, per ora, più che un piano c’è una consapevolezza. Che non è poco, ma non è ancora abbastanza. La data del 4 settembre è cerchiata in rosso. E quella di marzo 2027 anche. Però la partita, dicono, bisognerà giocarla con la testa giusta.