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Mille giorni di governo Meloni: blando continuismo, dunque sufficiente
Se gli italiani dovessero andare al voto oggi si accontenterebbero di questo governo, diffidando delle attuali opposizioni. Le frasi da manuale di Elly e i giochi di parole di Renzi non prevalgono su Meloni
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15 JUL 25
Ultimo aggiornamento: 10:22 AM

Dovessero decidere gli italiani adesso, dovessero tenersi domenica prossima quelle che gli inglesi chiamano snap elections, ci sono pochi dubbi. Tra confermare quelli che governano oggi e affidarsi alle attuali opposizioni, gli elettori si accontenterebbero di quelli di oggi. Non servono neanche i sondaggi per capirlo. Basta guardarsi intorno, mettere il naso al vento, toccare un po’ in giro, ascoltare che cosa si dice. Insomma, bastano i cinque sensi. E con questo, vostro onore, il commento sui mille giorni di Giorgia Meloni potrebbe anche chiudersi qui. Essendo la politica un sistema di interazioni e non una gara di resistenza solitaria, il voto di sufficienza che la premier s’è guadagnato è la risultante di alcuni meriti suoi, di errori mitigati o corretti in tempo e infine della mancanza, a oggi, di alternative stimolanti. Se fossi un elettore di destra sovranista eppure dotato di senso critico (non so se esistano) non sarei altrettanto generoso. Non mi farei confondere dalle cortine fumogene dell’anti-woke, della cultural war alle vongole in difesa dei prodotti tipici Coldiretti, della caricaturale vena autoritaria dei ministri dell’istruzione o degli interni. Guarderei piuttosto con fastidio alla sostanza di un governo totalmente allineato e mimetizzato nel mainstream conservatore europeo, nessuno scarto sulle politiche di bilancio, tutte le riforme istituzionali archiviate per non smuovere le acque, l’ansia quasi comica di farsi amico ogni potere forte o neanche così forte, nazionale o estero.
Infine, mi verrebbe l’orticaria a seguire le manovre di occupazione d’ogni posto o posticino di stato e parastato per famigliari, famigli, nipoti, amanti, vecchi sodali di movimento: ma che è, il centrosinistra? In realtà, tutti questi difetti di coerenza corrispondono alla mitigazione (fossi uno di loro e non avessi avuto neanche uno straccio di vicedirezione in Rai direi “tradimento!”) della promessa rivoluzione meloniana, trasformata in blando continuismo e quindi in governo sufficiente. Poi c’è l’Ucraina, certo, rigore apprezzabile e comunque dentro le oscillazioni e prudenze di quel famoso mainstream europeo: le opposizioni non farebbero meglio ma già Draghi, per dire, fece e significò molto di più. Vedremo se e quando si evidenzieranno gli sfaceli economici e sociali denunciati da Schlein e Renzi, se gli italiani li percepiranno come tali e ne daranno la colpa al governo. Per ora, le frasi da manuale dell’opposizione di Elly e i giochi di parole di Matteo non prevalgono sulle faccette buffe o irate di Giorgia: parità, bonaccia, galleggiamento, ordinaria amministrazione. Insomma, il sogno d’ogni governo.
Stefano Menichini