I riformisti del Pd hanno tantissime ragioni ma pochissima forza. Come uscirne?

La corrente che si ricononsce nel manifesto sottoscritto da Ceccanti, Morando e Tonini dice cose condivisibili. Ma per prevalere all'interno della comunità del Pd, questo tipo di posizioni hanno bisogno di un sostegno più ampio
20 MAG 23
Ultimo aggiornamento: 04:00
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Foto Ansa

Tre importanti esponenti dell’area riformista del Pd, Stefano Ceccanti, Enrico Morando e Giorgio Tonini, hanno steso, su Repubblica, un documento di critica all’impostazione di Elly Schlein e ricco di argomenti interessanti. Annunciano di voler dar vita a una battaglia interna al partito per rendere esplicito il suo carattere plurale e democratico. Le loro proposte sulla riforma istituzionale, che considerano urgente e che quindi non può essere affrontata con tattiche “aventiniane”, l’ammonimento a non far precedere la redistribuzione alla crescita di competitività, l’accento posto sulla centralità della formazione scolastica e professionale per intervenire sui ritardi nell’innovazione e le strettoie del mercato del lavoro, sono piene di buon senso e di razionalità.
In sintesi si può dire che abbiano molte ragioni, anzi che hanno ragione. Però non hanno forza. E la domanda che ci si pone è proprio questa: perché un riformismo maturo, equilibrato e competente conta così poco? Perché il loro appello ai riformisti perché facciano sentire la loro voce sembra più che altro una petizione di principio? Il fatto è che questo tipo di proposta, che richiede un certo livello di cultura politica per essere apprezzato, finisce spesso per essere ininfluente per il prevalere di concezioni palingenetiche. I riformisti vogliono migliorare le istituzioni, l’economia, la società, ma per chi proclama l’esigenza di “superare”, non si sa bene come, il capitalismo, migliorare è troppo poco. Sono passati più di quarant’anni da quando i riformisti del Pci, quelli raccolti attorno a Giorgio Napolitano, vennero definiti “miglioristi” con tono quasi canzonatorio. Anche a loro toccò la stessa sorte di emarginazione, perché il senso comune della sinistra di allora (e a quanto pare di oggi) considerava il miglioramento come la ricerca di una via facile, contrapposta alla non meglio definita ma affascinante “trasformazione”. Oramai dovrebbe essere chiaro che sforzo, culturale e politico, richieda un’opera di miglioramento reale, mentre la proclamazione dell’alterità radicale e identitaria richiede solo un po’ di retorica. Dovrebbe essere chiaro ma, evidentemente, non lo è.