Antonio Panzeri  

Da Panzeri a Bettini, un Nokia per amico

Salvatore Merlo

Il cellulare preistorico che non si intercetta. “Lo uso solo io e i narcotrafficanti”. E invece lo usano tutti

Chi ha la lingua troppo lunga può inciamparci, dunque ecco che da Bruxelles giunge notizia che Antonio Panzeri, protagonista dell’euroscandalo corruttivo, non parla coi magistrati.  E’ un duro. Uno che ammetterebbe con difficoltà anche solo di aver mai respirato. Su di me non troveranno niente, dice. Sicuro di sé, dunque, anche in ragione del fatto che,  per parlare al  telefono, questo vecchio dalemiano non usava né un Samsung né un iPhone. Niente smartphone. Niente whatsapp. Niente di rintracciabile. Panzeri non è mica Matteo Salvini o Carlo Calenda, che col cellulare ci vanno probabilmente a letto per intrattenere vivacissima attività verbale anche nel sonno. Panzeri al contrario usava, con misura, un preistorico Nokia. Uno di quei reperti d’archeologia impermeabili ai moderni software d’intercettazione. Inattaccabile a quelle diavolerie che furono la disgrazia di Luca Palamara, l’ex magistrato dell’omonimo scandalo cui si attribuisce questa apocrifa battuta: “Mi hanno intercettato, porca trojan!”.

 

Come diceva Massimo D’Alema, mentore non solo di Panzeri ma anche dispensatore di varia saggezza: “Sono un uomo dell’Ottocento. Non ho orologio, diffido del computer e... uso poco il telefonino”. Una forma d’igenico autocontrollo, se così si può dire, che il Maestro consigliava, come ricorderanno in tanti, anche a Giovanni Consorte ai tempi della scalata Unipol. Nel nostro paese, d’altra parte, soltanto Silvio Berlusconi non ha mai smesso di usare il telefono. Nemmeno dopo Noemi e le altre. E s’è visto con che risultati. Ma questa è un’altra storia.

 

Oggi, piuttosto, scopriamo che di uomini dell’Ottocento, per dirla dalemianamente, è invece piena l’Italia, se è vero che anche Goffredo Bettini, come Giuliano Amato, ha pure lui un Nokia da collezione e, pare, persino un rarissimo Brondi anni Novanta. Lo stesso genere di telefonino che usa da anni Luigi Bisignani, ma pure Gianni Letta e anche Marco Travaglio. Uno che d’intercettazioni se ne intende assai: “Resisto ancora con un vecchio Nokia”. E ci mancherebbe. “Questo telefono ormai lo usiamo soltanto io e i narcotrafficanti”, racconta spesso agli amici Fabrizio Cicchitto, ridendo, senza sospettare quanto al contrario il suo fatiscente Nokia sia invece diffuso tra gli “uomini dell’Ottocento”.

  

Per ragioni di (rivendicato) analfabetismo digitale, ce l’ha pure Ugo Sposetti, l’ultimo tesoriere dei Ds. E persino Diego Della Valle. Il fatto è che una telefonata ti allunga la vita, come diceva la pubblicità della Sip con Massimo Lopez, o ti sputtana per sempre. Così o ci si butta sul Nokia di Panzeri, per così dire, o si fa come Vincenzo De Luca, il presidente della Campania che il telefonino proprio non lo usa. Un suo numero di cellulare ci sarebbe, ma squilla sempre a vuoto. E se telefonare a sua moglie è una buona idea, lui però non richiama mai. Un po’ come Michele Emiliano, lo sceicco di tutte le Puglie, che ha postato il suo numero di cellulare su Facebook, sì, ma se poi deve parlare davvero con qualcuno, a Bari, lo convoca al bar Cognetti o al bar Petrella che sono il suo ufficio colloqui riservati in zona teatro Petruzzelli. Dimmi dove parli, e ti dirò chi sei. Dimmi che telefonino hai, e immaginerò come lo usi.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.