La “questione morale” o per meglio dire della presunta diversità morale, è un totem o tabù evidentemente mai affrontato e risolto da quelle parti politiche; ma nelle dichiarazioni, o voci dal sen fuggite, riportate a mo’ di esempio c’è anche qualcosa di diverso. C’è il riflesso condizionato, antico – tipico di partiti costruiti su una ideologia totalitaria e totalizzante – della punizione esemplare del traditore come mezzo necessario per cancellare il tradimento, la “deviazione”. Nel nome della Causa, della Linea. O più tristemente, come da esiti più recenti, della diversità etica. Quando le dichiarazioni di esponenti di varie aree e storie nella sinistra italiana finiscono per inciampare tutte su quell’idea, “nessun garantismo”, vengono a galla gli antichi modi di pensare. Il primo riposa su una cattiva consapevolezza, purtroppo molto diffusa soprattutto in Italia (speriamo meglio nel Belgio), di cosa siano un’indagine e un processo penale: il garantismo è nient’altro che pratica di rispetto di regole che non possono essere tralasciate nemmeno davanti alla flagranza di reato, l’accertamento dei fatti vale persino per Panzeri. Il secondo è la dimenticanza sistematica della presunzione di innocenza, che è nella Costituzione ma non ha mai impedito ai giustizialisti, e a molta cultura di sinistra, di utilizzare invece l’accusa come strumento politico e di giudizio inappellabile contro gli avversari. Quando invece si è costretti a occuparsi della propria parte, il non garantismo diventa necessità di purificazione, di salvaguardia dell’immunità di gregge. I fatti che “sono quanto di più lontano ci possa essere da Articolo 1. Che è una piccola comunità di militanza vera” per Speranza; per Arturo Scotto “noi siamo con i lavoratori, non con gli emiri miliardari” (affermazione che però non è in grado di smentire i fatti); per il pd Brando Benifei, “noi siamo indignati e schifati… Provare a influenzare e a colpire il nostro gruppo è particolarmente ghiotto, perché noi non siamo come la destra”. Così che “la rabbia che ho dentro” di Speranza diventa sentenza purificatrice, Panzeri è già stato “depennato dall’anagrafe degli iscritti”. Un tempo si diceva caduto in disgrazia, prossimamente sarà sbianchettato dalle fotografie? Furono orrori del comunismo d’antan, che del resto non ottennero di arginare la corruzione né di preservare la purezza ideologica. Ma anche oggi, anziché provare a rivedere il rapporto tra l’Idea Socialista e le persone reali, esposte alla corruzione per il solo fatto di essere reali, ci si rifugia nel persistente mito dell’Incorruptible. Banalizzato nel “ci costituiremo parte lesa” di Enrico Letta o nell’intento da Inquisizione di Andrea Orlando di “capire quali tarli abbiano scavato questo cratere morale”. Dice bene Majorino: “E’ chiaro che la vicenda riguardi anche noi, è inutile parlare di una sorta di diversità morale smarrita da tempo”. Ma invece di ragionarci su, il riflesso condizionato è quello della purga, della purificazione. Non c’è bisogno di scomodare la tragedia del compagno Rubasciov, né la costrizione all’autocritica obbligatoria. I tempi sono diversi. Ma se la prima reazione resta quella di ripristinare con castigo esemplare la purezza e la diversità morale, senza sforzarsi di capire i meandri della politica e del denaro, non si è tanto distanti dal reato “di inimicizia contro Dio” degli ayatollah iraniani. Il
Qatar gate è enorme e resterà negli annali per due motivi: il primo, serio, è che coinvolge direttamente i rapporti dell’istituzione europea con una autocrazia islamica; il secondo, meno, è che è il primo caso di questo tipo a Bruxelles. Ma non è ovviamente il primo caso che coinvolge politici e partiti di sinistra. Se invece di chiedere punizioni esemplari, saltando un mai compreso garantismo, i responsabili provassero a modificare l’approccio in senso anche solo vagamente liberale, rifiutando lo schema di pulizia etica e accantonando finalmente l’inutile difesa dell’Idea, accettando l’imperfezione e la porosità delle pratiche politiche, le cose migliorerebbero. Almeno un po’.