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il decalogo

L'establishment e la prova della politica dei due Meloni

Claudio Cerasa

Che cosa pensa il partito del pil sul prossimo governo? E che differenza c’è tra primato della politica e primato del populismo? Mattinata a Milano a spasso tra l’establishment. Con dieci domande, dieci risposte e tre spunti utili di Beppe Sala

Metti una mattinata a Milano. Metti un paio d’ore passate con alcuni importanti volti della città. Metti una colazione con venti importanti uomini d’affari della capitale finanziaria dell’Italia. Metti un caffè con il sindaco. Metti un pranzo con un imprenditore. Metti una cena con un campione dell’innovazione. Metti insieme tutto questo, metti insieme le loro domande, metti insieme la loro curiosità su ciò che ci si può aspettare sul futuro dell’Italia meloniana, e alla fine puoi provare a tirare le somme. Il tema è questo: cosa teme del governo Meloni quel pezzo non irrilevante della classe dirigente italiana che considera l’agenda dei partiti sovranisti molto distante rispetto all’agenda dei doveri italiani?

Beppe Sala, sindaco di Milano, chiacchierando con chi scrive, cerca di interpretare con queste parole, non catastrofiste, la sfida di Meloni. “Immagino – dice Sala – che quando stai per governare un paese che ha un debito pubblico come quello italiano non puoi non essere terrorizzato e non puoi non capire quanto tu abbia bisogno dell’Europa. Il sentimento comune dei cittadini, anche di quelli che non hanno votato Meloni, oggi però è legato a tre domande. Primo: che idee pericolose si porterà dietro Meloni al governo? Risposta: occhio all’immigrazione. Secondo: quanto verrà premiata la fedeltà e quanto la competenza? Risposta: occhio al secondo livello di governo. Terzo: quale sarà il nemico che il governo sceglierà di avere per scaricare a terra le vecchie pulsioni sovraniste? Risposta: l’obiettivo è sempre uno e si chiama Bruxelles. Alle tre domande di Sala se ne possono aggiungere delle altre che riguardano alcune questioni non di poco conto che stanno a cuore al cosiddetto partito del pil. Domanda numero quattro: come farà Meloni a emanciparsi dai molti alleati impresentabili con cui ha costruito un percorso all’interno dell’Europa? Riposta: occhio al tentativo di far prevalere, per via costituzionale, le leggi italiane su quelle comunitarie.

Domanda numero cinque: qual è il debito che Meloni dovrà pagare per il suo passato populista? Risposta: occhio a quello che succede a Piombino, dove il populismo alimentato da Meloni & Co. ha prodotto un sindaco come quello di Fratelli d’Italia che nonostante le richieste del governo presente (Draghi) e di quello futuro (Meloni)  continua a ribadire il suo no al rigassificatore (lo ha detto anche ieri). Domanda numero sei: fino a che punto Meloni riuscirà a utilizzare l’arma dei tecnici al governo per sterilizzare l’opposizione interna che promette di fargli la Lega di Salvini? Risposta: molto dipenderà da quanto la Lega deciderà di ricoprire in futuro il ruolo del custode unico dell’ortodossia sovranista. Domanda numero sette: dove troverà Meloni i soldi per tamponare il caro bollette se davvero, come Meloni ha detto, non ha intenzione di usare, come invece chiede la Lega, l’arma dello scostamento di bilancio? Risposta: la speranza è che, a parte il possibile disaccoppiamento delle tariffe del gas da quelle delle rinnovabili, la risposta continui a essere nella richiesta di avere più Europa, non meno Europa come da storica tradizione  dei nazionalisti di destra. Domanda numero otto: chi ricoprirà, all’interno del governo, il ruolo di difensore delle politiche pro mercato, in presenza di una coalizione che sembra essere naturalmente portata a utilizzare la leva del protezionismo statalista come un’arma utile a contrastare le presunte derive della globalizzazione. Risposta: panico.

Domanda numero nove: in presenza di una normativa sul golden power molto discrezionale come quella che ha oggi l’Italia, normativa che permette cioè al governo di bloccare di fatto qualunque operazione finanziaria considerata non compatibile con l’interesse nazionale, che problema potrebbe essere per il mercato italiano avere una normativa del genere al servizio di un’ideologia protezionista? Risposta:  doppio panico. E infine, domanda numero dieci: se è vero che il populismo è come un vulcano vivo, con un magma sempre attivo, e se è vero che diverse bocche del vulcano populista sono state momentaneamente tappate, da quale nuova bocca uscirà fuori, un domani, il magma sovranista? Risposta: non si sa come, ma si sa contro cosa, e il contro cosa è facile da individuare, e coincide con l’Europa. Rispondere con esattezza a queste domande è ovviamente difficile. Così come è difficile rispondere oggi ad altre due domande gettonate: chi andrà al Mef (unica cosa certa: il Mef sarà di fatto spacchettato, con un ministro del Tesoro tecnico e un viceministro con delega alle Finanze che parteciperà ai consigli dei ministri, e con un profilo che somiglia molto a  quello di Maurizio Leo)  e chi sarà il nome indicato dalla Lega che prenderà il posto che oggi Salvini reclama (il Viminale) solo per alzare il prezzo della sua trattativa sul governo.

Più difficile invece non accorgersi di un fatto elementare, ma decisivo, sintetizzato ieri da Robert Shiller, docente a Yale, Nobel per l’Economia nel 2013 per i suoi studi sulla finanza comportamentale, in un’intervista pubblicata sul sito di Repubblica, che offre spunti utili per rispondere a buona parte delle dieci domande: rispetto al futuro governo italiano, “si è diffusa la convinzione, a livello internazionale, che la linea seguita sarà quella della continuità, senza strappi di finanza pubblica, facendo tesoro della preziosa eredità di Draghi. E c’è la certezza, poi, che solo appoggiandosi all’Europa in un rapporto collaborativo di pari dignità, cominciando dal rispetto degli standard per usufruire dei fondi stanziati, l’Italia potrà superare i suoi annosi problemi di crescita. Qui sta la sfida: che il partito che ha vinto sappia davvero mettere da parte il sovranismo e il populismo, i due connotati che lo caratterizzano, altro che il fascismo”. Detto in modo diverso,  la sfida di Meloni è tutta qui: far sì che il ritorno al governo di una maggioranza che sostiene di avere a cuore il primato della politica trovi una via alternativa per evitare di far coincidere l’affermazione della politica con l’affermazione del populismo. Le preoccupazioni ci sono, il timore c’è, le tensioni registrate ieri tra Draghi e Meloni non promettono nulla di buono sul futuro del Pnrr (Draghi ha detto, numeri alla mano, che la strada intrapresa dal suo governo sul Pnrr ha portato ottimi risultati, Meloni, senza numeri alla mano,  ha detto che la strada intrapresa dal governo Draghi sul Pnrr non è quella giusta). Ma la fiducia nell’Italia, nel suo futuro, è ancora forte, anche da parte di chi Meloni non l’ha votata, e la possibilità che l’agenda dei doveri occupi buona parte dell’agenda  sovranista esiste, e il primato della politica a questo servirà: riuscire, al governo, a guidare i propri follower resistendo alla tentazione di farsi guidare da essi.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.