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piani di rivalsa

Tremonti dreamin': “Sarò ministro dell'Economia”. Con un progetto: separare Tesoro e Finanze

Salvatore Merlo

All’ombra del desiderio di (ri)affermazione dell'economista di Sondrio, ci deve pur essere qualcosa di vero. In qualche oscura zona della sua fantasia gorgoglia una mezza certezza 

Una, due, tre telefonate. Due imprenditori e un grande professionista milanese. Tono incredulo. “Sai che m’ha detto Tremonti?”. No, che ti ha detto? “Mi ha detto  che sarà lui il prossimo ministro dell’Economia”. Bum! E tu che gli hai risposto? “E che gli dovevo rispondere? Gli ho fatto i complimenti”.

 

 In realtà nessuno dei tre ha creduto al vecchio Giulio, derubricando  l’intera faccenda a probabile vanteria. Lui è pur sempre quello dello spread a 574 punti nel 2011: chi se lo piglierebbe mai?  Insomma i tre riconducevano tutto a quel genere di sparata vanagloriosa che in Tremonti si accompagna ormai a un pizzico di voluttuosa autodegradazione, sempre attivata sul labile confine che un tempo separava la satira dalla realtà, e che un tempo, per dire, conduceva un certo numero di uomini politici a prendersi a torte in faccia sul palcoscenico del Bagaglino.

Ma al di là delle classiche barzellette sui matti che si fanno chiamare Napoleone, ovvero dietro la ben nota forza visionaria del fu ministro, insomma  all’ombra del suo desiderio di (ri)affermazione, ci deve pur essere qualcosa di vero. In quale oscura zona della fantasia gorgogliano queste certezze di Giulio Tremonti? E che cortocircuito le fa prorompere alla presenza di altre persone (noi ne abbiamo trovate solo tre, ma chissà quante saranno) con la potenza di un sogno che forse condiziona la realtà? Ora, si può certamente fare finta di nulla. Si possono anche ignorare queste parole in libertà, ricordando che Giorgia Meloni è alla ricerca di ministri affidabili e solidi  al punto da essersi messa di buzzo buono per tentare di convincere il riluttante, ma universalmente stimato Fabio Panetta, cioè una specie di Mario Draghi ma meno algido, ad accollarsi la soma del ministero dell’Economia.

Altro che Tremonti, il quale, diceva Antonio Martino, “pensa di essere un incrocio tra Colbert e Spengler, e il guaio è che ci crede”.  Ma poi un esponente di governo della Lega ci fa una rivelazione illuminante: quelli di Fratelli d’Italia, dice lui, “ci stanno proponendo di spacchettare il ministero dell’Economia in due”. Da una parte il ministero del Tesoro  e dall’altra il ministero delle Finanze. Da una parte insomma il ministero delle “uscite”, quello che spende, in pratica quello precluso a qualsiasi ministro abbia quasi portato l’Italia in default, e dall’altra parte il ministero delle “entrate”, quello che non interessa troppo ai mercati, in sostanza quello che  non fa schizzare lo spread a 600 punti al solo annuncio della nomina di un ministro e prolifico scrittore che si autodefinisce  “genio dell’economia”.

Due ministeri. Separati. Stesso schema del primo governo Berlusconi nel 1994, quando l’ex direttore generale di Bankitalia Lamberto Dini (oggi sarebbe all’incirca Panetta) venne nominato ministro del Tesoro e gli fu affiancato come ministro delle Finanze un quarantasettenne tributarista di Sondrio  che si chiamava Tremonti (oggi ha settantacinque anni e si fa chiamare “professore”, ma è sempre lui). E allora è possibile mai che a ottobre Giulio Tremonti si ritrovi ministro delle Finanze, laddove aveva iniziato ventidue anni fa? Risponde un dirigente di Fratelli d’Italia, uno anziano, uno che Tremonti lo conosce bene: “Non ci credo, spero proprio di no, ma ora che me lo avete detto non ci dormirò la notte”. D’altra parte la riconoscenza di Meloni, l’ex  ministro se l’è guadagnata facendo entrare la leader  di FdI all’Aspen Institute quando lei non era ancora la superpotenza che è oggi.

Non solo. Più di qualcuno teme che, equivocando segnali, la Meloni possa avere interpretato certi gesti di simpatia americani nei confronti di Tremonti come una specie di benedizione internazionale al suo ingresso nel governo. Nella Lega ne ridono, i governisti almeno. Impossibile, dicono. E’ un megalomane, aggiungono. Tuttavia senza un pizzico di megalomania e vanagloria (“sarò ministro”), senza quella tendenza all’autoincensamento spinto, senza il formidabile egocentrismo e persino l’immensa immodestia, ecco, senza disporre di tali premesse psicopolitiche, non sarebbe proprio stato possibile essere sopravvissuti al disastro nazionale del 2011 per tornare in Parlamento nel 2022. Quindi...

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.