Fino all'ultimo congresso

Letta è solo. La preoccupazione di Prodi. Nel Pd si preparano Bonaccini-Provenzano-Schlein

Carmelo Caruso

Poco entusiasmo, diserzioni. Tra i dem si ragiona sul post voto. Separazione (modello Ds-Margherita) o congresso a gennaio. I dilemmi della sinistra

Sarebbe questo il modo di aiutarlo? E’ il Pd che ha staccato la corrente a Enrico Letta. A piazza Santi Apostoli, a Roma, mentre Letta apriva la campagna elettorale, uno dei dirigenti  del Pd, sapete che faceva? Passeggiava. Era altrove. Non era utile neppure per fare numero. E credeteci, ce n’era bisogno. Eccome, se ce n’era. Camminava lungo via del Corso come Walter Benjamin a Parigi. Faceva il flâneuer di sinistra. Romano Prodi è preoccupato. Quando parla a cuore aperto dice che nel partito c’è troppo “antilettismo”. Se il Pd dovesse scendere sotto il 20 per cento si ragiona di scissione (modello Ds-Margherita). Se il Pd dovesse superarlo, ma di poco, è inevitabile che “il congresso debba essere convocato”. C’è una data: gennaio. E ci sarebbe anche una “donna orizzonte”. E’ Elly Schlein.


Cosa si fa nel calcio? Si dividono le marcature. Uno va sul numero sette, uno sul numero nove e l’altro sul numero dieci. Su Enrico Letta entrano invece in tackle portieri, difensori, centrocampisti, attaccanti della squadra avversaria ma pure della sua: Meloni, Salvini, Tajani, Calenda, Renzi, Bonelli, Bersani …

 

Durante il confronto a due, con Giorgia Meloni, Letta ha dichiarato che con “Fratoianni e Bonelli non governeremo. E’ solo un’alleanza elettorale”. Ha sbagliato? Probabilmente. Ma anche se fosse? C’è nel Pd qualcuno che può insegnare? E’ mai possibile che per sentire un po’ di calore, e parole “sanguigne”, Letta debba andare a Taranto da Michele Emiliano e Vincenzo De Luca? Romano Prodi, che nel Pd è il “tradito numero 1”, l’ha capito. Il Pd non pensa alle elezioni, pensa “alla cosa dopo”. I dirigenti del Pd sorridono quando leggono i tweet di Calenda che canzona il loro segretario e il suo bus elettrico: “Ammazza che brutto, ti hanno rubato i cerchioni?” (a proposito, Calenda farebbe bene a temere Renzi che oggi, a Roma, si è addirittura creato un evento su misura, il Renzi day: “In silenzio, io?”).

 

Letta continua a dire che con Giuseppe Conte, lo zircone del socialismo, è finita mentre mezzo partito precisa “e però i 5s…”. La “cosa dopo” nel Pd si chiama congresso. Ogni volta che un ministro democratico (uno su tutti Dario Franceschini) garantisce  che “il congresso non esiste, Enrico resterà” si ha la conferma che il congresso esiste. Si consiglia a Irene Tinagli, segretaria vicaria di Letta, di prepararsi. Secondo statuto deve essere lei a traghettare il partito al congresso. Si potrebbe celebrare a inizio anno. Il vero tema è un altro. “Siamo sicuri che sia meglio il congresso? E se invece ci separassimo?”. Se lo chiede la sinistra del Pd.

 

Il candidato naturale per succedere a Letta è Stefano Bonaccini che, ed è veramente singolare, viene già “processato” (e non è neppure segretario!). Bonaccini è vero che “è figlio della ditta” (emiliano, ex responsabile degli Enti locali di Bersani) ma nel tempo (da rileggere “Mistero Napoletano” di Ermanno Rea) si è avvicinato, questa la colpa, “troppo a Renzi. E poi non lo sai che ha il suo stesso portavoce? Senza contare che Bonaccini ormai è un base-riformista”. E’ la corrente di Lorenzo Guerini e Luca Lotti

 

Bonaccini potrebbe, a sua volta, essere sfidato da Andrea Orlando, il capomastro socialista, ma a quel punto chi è geloso di Orlando suggerisce: “Non è preferibile candidare Peppe Provenzano che è più giovane, un prodotto nuovo?”. L’obiezione qual è? “E se Bonaccini poi vince il congresso? Come si mette?”. Ma Bonaccini “siamo poi sicuri che vince?”. E infatti, comunque vada il futuro del Pd, o di quello che resta, passerà da Bologna, dall’Emilia-Romagna. Quando Letta, a Rimini, al Meeting, ha detto: “Sono il segretario pro tempore del Pd. Mi auguro che il prossimo segretario sia una donna” al solito, nel Pd, sono state risate. Del resto nel Pd l’urgenza è avere una buona posizione nel plurinominale e tutelare  i ministri, gli ex, tutte quelle figure che hanno dato tanto, ma veramente tanto…

 

Questo partito della sofferenza (“eh, anche questa volta per il bene dell’Italia ci sacrifichiamo…”) non si è neppure accorto che la protagonista di questa campagna elettorale è la vicepresidente regionale di Bonaccini. E’ Elly Schlein. Quando i segretari di sezione chiamano a Roma, al Nazareno, implorano la segreteria: “Mandateci la Schlein, riempie le piazze”. Per carità, anche a lei hanno già trovato dei difettucci. E’ spigolosa, si crede “Ocasio-Cortes”.

 

E invece a Letta piace, ha insistito perché si candidasse. Mancano ormai pochi giorni al voto e nel Pd, per dirla come la dicono a destra, sono “pronti” al congresso ma non “credono” nel segretario. C’è chi ha rimproverato Emiliano per la frase “la destra deve sputare sangue”. E infatti non dovrebbe sputarlo la destra. E’ la sinistra che dovrebbe essere “preparata” a darlo. Il Pd è il partito che piange la morte del regista  Jean-Luc Godard ma che risparmia (l’ultimo) respiro. Quello si sa, serve sempre per il congresso. Fino all’ultimo segretario.


 

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  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.