Matteo Salvini e Giorgia Meloni a Verona (Ansa, giugno 2022)  

In libreria dal 30 agosto

Le catene della destra. Il libro di Claudio Cerasa in anteprima

Claudio Cerasa

Il fascismo non c’entra. L’estremismo oggi ha una matrice nuova che coincide con una parola: complottismo. Un mix letale di nazionalismo, antagonismo e minacce alla libertà. Salvini, Meloni e i loro cugini

In libreria e negli store online da martedì 30 agosto “Le catene della destra”, il nuovo libro del direttore del Foglio, Claudio Cerasa (Rizzoli, 304 pp., 18 euro). “Scienza, guerra, giustizia, giovani, complottismo: l’ascesa degli impostori. Inchiesta su un grande imbroglio” il sottotitolo. In questa pagina anticipiamo ampi stralci del capitolo dedicato al complottismo.

 

Alla fine, è sempre colpa di qualcuno. E’ sempre colpa di un potere forte. E’ sempre colpa di un establishment occulto. E’ sempre colpa di una finanza corrotta. E’ sempre colpa di una multinazionale cattiva. E’ sempre colpa di un sistema deviato. E’ sempre colpa di un banchiere spregiudicato. E’ sempre colpa di un’élite che agisce nell’ombra. E il meccanismo è sempre lo stesso ed è quello che ha messo a fuoco un famoso accademico americano di nome Michael Barkun in un saggio divenuto famoso nel 2003: A Culture of Conspiracy: Apocalyptic Visions in Contemporary America.

 

Funziona così. Prendi un fenomeno complesso. Spiega quel fenomeno individuando chi ne può trarre giovamento. Trasforma nel motore vero di quel fenomeno chi può aver tratto giovamento da quel fenomeno. Costruisci delle teorie alternative alle verità consolidate. Trasforma i difensori delle verità consolidate in nemici della libertà d’espressione. Fai della tua versione complottista un manifesto della libertà. E trasforma chiunque non sia d’accordo con la tua versione dei fatti in un pericoloso nemico della libertà, e dunque del popolo.

 

“Le teorie del complotto” sostiene Michael Barkun “sono restie alle critiche e al principio di falsificabilità e trovano forza nella logica circolare: sia le prove che confutano il complotto che l’assenza di prove a favore della sua esistenza sono reinterpretate dai complottisti come indiscutibili dimostrazioni della sua verità, per cui la cospirazione diventa una questione di fede piuttosto che qualcosa che può essere provato o confutato”. Una volta individuato lo schema, l’azione di gioco, il meccanismo può essere usato per spiegare tutto e per individuare di volta in volta dei nemici del popolo intenzionati a difendere la verità costituita per trasformare tutti noi in sudditi destinati a perdere la nostra libertà. E lo schema si porta su tutto. Su ogni vestito. Vale quando si parla di moneta unica. Vale quando si parla di economia. Vale quando si parla di globalizzazione. Vale quando si parla di scienza. Vale quando si parla di vaccini. Vale quando si parla di pandemia. Vale quando si parla di guerra. E’ un meccanismo perfetto. Letale. Descritto in modo formidabile, anni fa, prima da Karl Popper.

 

Karl Popper, famoso filosofo austriaco vissuto tra il 1902 e il 1994, in La società aperta e i suoi nemici (Armando Editore, 2018) definì questo meccanismo “teoria cospirativa della società”. “Questa concezione dei fini delle scienze sociali” scriveva Popper “deriva dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella società, specialmente avvenimenti come la guerra, la disoccupazione, la povertà, le carestie, che la gente di solito detesta, è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti”.


Popper però non sosteneva che nella storia i complotti non siano mai esistiti. Ma sosteneva che i complotti, ahinoi, avvenivano “tutte le volte che pervengono al potere persone che credono nella teoria della cospirazione” che “sono facili quant’altre mai a adottare la teoria della cospirazione e a impegnarsi in una controcospirazione contro inesistenti cospiratori”. In un passaggio di un altro suo saggio, Congetture e confutazioni (Il Mulino, 2009), il filosofo è stato ancora più esplicito e le sue parole ci permettono di illuminare quello che è il vero collante trasversale del populismo mondiale: il complottismo. “Quando i teorizzatori della cospirazione giungono al potere” scrisse Popper “essa assume il carattere di una teoria descrivente eventi reali.

 

Per esempio, quando Hitler conquistò il potere, credendo nel mito della cospirazione dei Savi Anziani di Sion, egli cercò di non essere da meno con la propria controcospirazione”. E così lo schema si ripete ovunque. L’obbligo vaccinale? Dietro c’è Big Pharma. La crisi del debito? Dietro ci sono le agenzie di rating. La riforma costituzionale? Dietro c’è Jp Morgan. L’immigrazione di massa? Dietro c’è Soros. La stabilità dell’euro? Dietro c’è la Germania. E così via. La piccola premessa che vi abbiamo offerto sul tema del complottismo ci è utile per affrontare un tema esploso in modo rilevante durante la pandemia che riguarda la vera origine dell’estremismo. Il suo humus. Il suo brodo di coltura. La sua radice. In modo pigro, molti osservatori, nei mesi più duri della pandemia, di fronte alle manifestazioni dei no vax, quelle più dure, quelle più violente, hanno spesso utilizzato un’equazione facile e superficiale: estremista uguale fascista.

 

La verità però è un po’ più complessa. E per provare a ragionare sulla natura dell’estremismo politico che caratterizza la stagione in cui viviamo, un estremismo con cui la destra si ritrova spesso a braccetto, più che immergerci nella dicotomia tra fascismo e antifascismo è utile immergerci in una dicotomia più interessante e più globale: complottismo e anticomplottismo. Il pensiero unico complottista, in verità, non è una prerogativa di un singolo schieramento politico ma, in nome della sfida al sistema, in nome della sfida alla casta, in nome della sfida ai potenti, in nome della sfida ai poteri forti, tende a diffondersi con disinvoltura lungo tutti gli estremi. Anche se in Italia, negli ultimi anni, nello spazio della legislatura iniziata il 4 marzo 2018, gli estremi che hanno scelto di non ripudiare il proprio estremismo complottista si sono trovati più spesso a destra che a sinistra.


Una piccola carrellata per gradire. Pronti? Via. “Se il filantropo Soros chiede all’Italia di fare qualcosa, la scelta giusta è fare il contrario” (Salvini, 25 maggio 2022). “I vaccini? Non vorrei che qualche multinazionale o casa farmaceutica avesse preso l’Italia come Paese cavia” (Matteo Salvini, 7 settembre 2017). “Soros vorrebbe che l’Italia fosse un campo profughi perché a lui piacciono gli schiavi” (Matteo Salvini, 3 luglio 2018). “Macron è il rappresentante delle élite europee architettate a tavolino” (Matteo Salvini, 26 gennaio 2019). “Fermiamo insieme l’Europa dei banchieri, dei burocrati, dei barconi e dei buonisti!” (Matteo Salvini, 24 maggio 2019). “La legge sulle unioni civili salva i clandestini dall’espulsione” (Matteo Salvini, 19 ottobre 2016). (…)


“L’inchiesta di Fanpage [sui presunti finanziamenti a Fratelli d’Italia]? Tutto studiato, diamo fastidio ai poteri forti” (Giorgia Meloni, 27 maggio 2021). “Il vaccino a mia figlia? Neanche in catene” (Giorgia Meloni, 23 luglio 2021). “Dobbiamo capire che dietro questo grande tema dell’immigrazione incontrollata, non c’è il tentativo episodico di persone che sperano di sbarcare in Europa. C’è un movimento organizzato” (Giorgia Meloni, 19 giugno 2019). “L’idea di utilizzare il green pass per poter partecipare alla vita sociale è raggelante, è l’ultimo passo verso la realizzazione di una società orwelliana. Una follia anticostituzionale che Fratelli d’Italia respinge con forza. Per noi la libertà individuale è sacra e inviolabile” (Giorgia Meloni, 13 luglio 2021). “Complimenti ad Alessandro Mahmood per il successo [al festival di Sanremo]. Però mi chiedo che senso abbia far votare (a pagamento) il pubblico se poi la giuria dei soliti noti decide di testa sua di far vincere chi sarebbe arrivato terzo con solo il 14 per cento delle preferenze. Una presa in giro” (Giorgia Meloni, 10 febbraio 2019). “Dietro il tema dell’immigrazione c’è anche un disegno di destrutturazione della società, che mira a privarci della nostra identità, costruendo una società multiculturale senza identità, radici, consapevolezza, in modo che le persone diventino consumatori tutti uguali in balia del capitale” (Giorgia Meloni, 19 giugno 2019). (…)

 

Il pensiero unico complottista, come è evidente, trasformando le verità alternative in un manifesto del pensiero libero, tende in modo sistematico e naturale a trasformare i propri avversari in nemici della libertà. E con grande disinvoltura chi abbraccia questo pensiero tende a presentarsi regolarmente sulla scena pubblica con il profilo di chi lotta per ridare ai cittadini un pizzico della libertà che qualcuno diabolicamente gli ha fatto perdere. Alcune volte i nemici della nostra libertà possono essere istituzioni come l’Europa. Altre volte possono essere strumenti come l’euro. Altre volte gli immigrati invasori. Altre volte le mascherine imposte dalla dittatura sanitaria. Altre volte persino i giurati di Sanremo. Altre volte ancora le regole adottate dai governi per sopravvivere alle emergenze.


Il problema degli estremisti non è dunque legato alla loro contiguità diretta con il fascismo ma è legato a qualcosa di più sottile, di più pervasivo: la loro contiguità con il lessico usato dai neocomplottisti per giustificare ogni rivolta contro il famigerato sistema dominante. Il punto, dunque, quando si parla di estremismo, non è la prossimità tra il mondo della politica e quello dell’eversione, non è l’infiltrazione dei fasci in un partito, non è la nostalgia per alcuni autoritarismi, ma è la tendenza naturale a trasformare il complottismo in uno strumento di propaganda elettorale.

 

Scrive ancora Tom Nichols in un saggio uscito nel 2021 in Italia con la Luiss libri, intitolato Il nemico dentro: “Dai temi più strampalati ai più inquietanti, l’immaginario cospirazionista, che è un universo paranoico che può essere delimitato da espressioni come “tutto è collegato”, “niente succede per caso”, o ancora “le cose non sono quello che sembrano essere”, mette in scena l’idea che ci siano forze che ci impediscono di conoscere il mondo com’è veramente, che ci nascondono le cose; in un certo senso, non è che un altro modo di esprimere la diffidenza che si è insinuata dovunque”. (…)


Gérald Bronner, sociologo francese autore della Democrazia dei creduloni (Aracne, 2016), anni fa provò a ragionare razionalmente sulla natura del complottismo e arrivò a una conclusione interessante. Il tema, dice Bronner, è “il diritto al dubbio”. Con tutto ciò che ne consegue. “Si può dimostrare” scrive Bronner “l’esistenza di qualcosa, ma è impossibile dimostrare in via definitiva che qualcosa non esiste. Ora, è proprio questa la pretesa che ha la persona eccessivamente diffidente nei confronti di qualsiasi dichiarazione ufficiale: dimostrami che non c’è nessun complotto, dimostrami che questo prodotto non è pericoloso. Posso provare che esistono dei cavalli, ma non posso provare che non esistono liocorni. Se sostengo di non averne mai visti e che l’esistenza di una creatura siffatta sarebbe contraria alla zoologia, colui che dubita delle verità ufficiali potrà facilmente oppormi che la scienza si è spesso sbagliata nel corso della storia e che potrebbero esistere liocorni in luoghi inesplorati, nel cuore profondo delle foreste o su altri pianeti. Potrà anche invocare delle testimonianze di persone che sostengono di averli visti, mostrare le tracce che alcuni di loro potrebbero aver lasciato”.

 

E’ un esempio, dice il sociologo, di un sofisma che incontreremo spesso in queste pagine: il sofisma detto argumentum ad ignorantiam, l’argomento dell’ignoranza: “La possibilità, per colui che reclama il diritto al dubbio, di seppellire tutti i discorsi in contrasto con il suo sotto una valanga di argomenti”. (…) Ma oltre al meccanismo, che riguarda la forma, c’è un tema che riguarda la sostanza e che riguarda in particolare il collante che tiene insieme queste forme di complottismo, che comprende un mix letale fatto di nazionalismo, antagonismo permanente, una visione del potere inafferrabile e dunque malefico e un desiderio costante di intercettare delle paure non con lo scopo di neutralizzarle ma con l’obiettivo di alimentarle.

 

La paura del progresso (ci toglieranno il lavoro e dunque la nostra libertà). La paura della tecnologia (ci toglieranno i lavori che sappiamo fare e dunque la nostra libertà). La paura della scienza (ci toglieranno la salute e dunque la nostra libertà). La paura del mercato (ci toglieranno i nostri negozi e dunque la nostra libertà). La paura dei migranti (ci toglieranno i nostri soldi e dunque la nostra libertà). La paura dell’Europa (ci toglieranno i nostri soldi, a colpi di tasse, e dunque la nostra libertà). La paura dell’integrazione tra i Paesi europei (l’individuo è libero solo quando decide per sé, non quando qualcuno decide per lui). E il meccanismo alla fine è sempre quello: alimentare sentimenti complottisti contribuendo ad accendere un ventilatore di menzogne che a forza di mettere in circolo costantemente postverità alla fine riesce a trasformare in verità anche alcune verità alternative.


La pandemia ha contribuito in modo sostanziale a prosciugare alcuni serbatoi dei complottisti (ma chissà per quanto) e ha reso più che mai evidente una verità difficile da contestare: di fronte a problemi complessi è del tutto controproducente concentrarsi sui capri espiatori piuttosto che sulle soluzioni. Il populista antisistema, come ricorda ancora Gérald Bronner in La democrazia dei creduloni, usa spesso la chiave del complotto per fuggire dalla realtà. Ma quando lo fa tende a sottostimare quali sono le conseguenze che possono innescarsi dalla legittimazione dell’algoritmo del complotto. Nel migliore dei casi la fuga è dalla realtà.

 

Nel peggiore dei casi la fuga è dalla ragione. “Quando i teorizzatori della cospirazione giungono al potere essa assume il carattere di una teoria descrivente eventi reali. Per esempio, quando Hitler conquistò il potere, credendo nel mito della cospirazione dei Savi Anziani di Sion, egli cercò di non essere da meno con la propria controcospirazione”. Rileggersi Popper, prima del prossimo voto e prima del prossimo tweet.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.