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Gaetano Manfredi, dal suo “campo largo”, osserva i movimenti centristi

Marianna Rizzini

“Dobbiamo distinguere lo spostamento al centro delle classi dirigenti dall’eventuale spostamento al centro dell’elettorato: siamo così sicuri che coincidano? Io credo di no". Parla il sindaco di Napoli

Il voto locale che ha premiato il centrosinistra e poi la scissione dei Cinque stelle, con l’addio di Luigi Di Maio e la nascita di “Insieme per il futuro”: due eventi che hanno dato in qualche modo una spinta al cammino verso il centro di alcune forze ed esponenti politici (sindaci compresi). Vista da Napoli, la città dove il campo largo di Enrico Letta e l’alleanza Pd-Cinque stelle ha portato alla vittoria (nell’autunno scorso) di Gaetano Manfredi, eletto al primo turno alla testa di una coalizione formata da Pd, Cinque stelle e altri partiti di centrosinistra, il dato elettorale amministrativo, dice Manfredi, “conferma intanto il ruolo delle liste civiche e di un’area politica più moderna e riformista, valore aggiunto importante tanto più al Centro Sud, dove c’è stato e dove in alcuni casi persiste un problema di rappresentanza politica, anche nell’area moderata”.

 

Ora però nell’area moderata c’è fermento, come se si vedesse la convergenza al centro materializzarsi all’orizzonte: “Dobbiamo distinguere”, dice il sindaco Manfredi, “lo spostamento al centro delle classi dirigenti dall’eventuale spostamento al centro dell’elettorato: siamo così sicuri che coincidano? Io credo di no, ed è un dato a cui si deve prestare molta attenzione, per evitare di sottovalutare problemi urgenti e bisogni non ascoltati”. Quanto ai Cinque stelle, dati in alcune zone in caduta libera già prima della scissione, Manfredi invita a “ricordarsi che il M5s rappresenta una parte di elettorato che esprime posizioni più radicali, anche da aree sociali in sofferenza. Parlo per Napoli, e mi riferisco ad alcuni quartieri, ma non solo di Napoli. Spostarsi al centro? Se resta una formula, rischia di non portare risultati: prima di tutto, in prospettiva, un raggruppamento progressista deve cercare di intercettare le parole non espresse dal ceto medio impoverito, e dei tanti giovani che non si riconoscono in alcuna formazione e non votano”.

 

Un sindaco forse è facilitato nel compito, essendo a diretto contatto con i cittadini: “Da sindaco di una grande città percorsa da sensibilità politiche diverse, credo che chiunque oggi abbia l’aspirazione di vincere una competizione elettorale debba cercare di capire che cosa pensano e che cosa chiedono gli elettori — elettori che magari in passato si sono rifugiati nel voto di protesta. E ripeto: prima che allo schema, si pensi a chi deve votare quello schema. Il sindaco è una sorta di sentinella sul territorio, essendo ogni giorno a contatto con i problemi delle persone. E forse possiamo aiutare chi dal Parlamento deve legiferare. Siamo un anello di congiunzione, rappresentiamo la varietà del territorio italiano: i problemi non sono gli stessi dappertutto, e non dappertutto è stato ricucito il rapporto tra elettori ed eletti. Anche sul piano nazionale vedo una doppia necessità e un doppio obiettivo: da un lato dare risposta ai bisogni peculiari dei territori, dall’altra alzare lo sguardo verso un progetto organico per il futuro”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.