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“Occhio all’identità della Lega”. Così Zaia striglia Salvini
Le sconfitte del Carroccio alle amministrative hanno riacceso l'insofferenza della base leghista. Il presidente del Veneto: "Ora pensare all'autonomia, sarebbe un fatto storico"
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28 JUN 22
Ultimo aggiornamento: 11:11 AM

La Lega zoppica. Le amministrative deludenti sono solo l’ultimo episodio di una crisi di identità che si trascina stancamente dall’estate fatale del Papete. Dalla creazione del governo Draghi si è parlato tanto di “Lega di lotta” e “Lega di governo”, individuando la frattura più probabile sulla faglia tra populisti anti-sistema e governisti. Il discorso identitario, territoriale, del partito è rimasto sullo sfondo, quasi che la metamorfosi salviniana da Lega Nord a Lega nazionale fosse passata senza far storcere il naso a nessuno.
Intervistato dal Corriere, Luca Zaia ricorda a Salvini che quel partito, nordista e autonomista, esiste ancora. Lo fa gentilmente, senza esporsi a critiche dirette verso il suo leader, ma lancia un messaggio preciso: “Credo che un partito debba essere identitario, costruire la propria fisionomia con gli anni e con le scelte. Credo che quando passerà l’autonomia sarà un fatto che cambierà la storia”. Due rimandi in due righe, l’identità tradita e la questione delle autonomie. Poi l’intervistato torna a parlare dei risultati delle amminsitrative, in chiave assolutoria, di quel che si può fare ora e di come ricucire la coalizione.
Ma quel “prima il nord” che Zaia sembra suggerire al Matteo nazionale non è da sottovalutare. Soprattutto perché a ripeterlo non è solo il governatore veneto, ma, a giorni alterni, anche i due colleghi più importanti del Settentrione: Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana. Per il primo l’autonomia “è un’opportunità nazionale”, mentre per il secondo “una riforma che migliorerà il paese”. Anche per Salvini, almeno a parole, ma l’impegno del Capitano – su questo i leghisti sono abbastanza d’accordo – in sede governativa si è fatto sentire poco e niente.
Le inquietudini degli amministratori locali della Lega ricordano un copione, lapidario, già suggerito da Giancarlo Gentilini, sceriffo di Treviso e “combattente leghista” della prima ora: “Devono essere i presidenti di regione, a cominciare da Zaia, a dire al segretario che è meglio fare un passo indietro perchè davanti alla Lega oggi c’è un precipizio”. Una confessione importante, rilasciata al Corriere del Veneto, specie se si pensa che Gentilini è uno dei “vecchi” che non aveva mai fatto mancare la propria benedizione alla svolta salviniana.
È la cartina al tornasole di un partito che ha lasciato da parte molto in fretta le sue parole d’ordine, da “Padania” a “federalismo”. Una mutazione coronata dal successo delle politiche 2018 e delle europee 2019, ma ora che lo sfondamento a sud ha perso tutta la sua carica, usurpata quasi completamente da Giorgia Meloni, la Lega delle origini torna a farsi sentire. Una Lega forse depurata dagli improperi dei Bossi e dal folclore di Pontida, che però riconosce ancora nel grande nord e nei suoi ceti produttivi – quel padanissimo popolo delle partite Iva – i suoi interlocutori principali.
Il bivio di Matteo Salvini è doppio. Da una parte bisogna decidere se si è populisti oppure governisti. Dall’altra c’è la scelta sull’identità territoriale. Una ritirata, almeno parziale, a nord, come sembrano suggerire i governatori, oppure continuare sulla strada nazionale che tanti dispiaceri sta regalando a via Bellerio. In caso contrario, si può sempre scegliere di non scegliere. Approccio che Salvini ripropone ormai con regolarità di fronte ad ognuna delle sfide del partito e i cui risultati sono noti. Certo è che il crollo dei consensi non può continuare in eterno senza .che gli amministratori leghisti facciano qualcosa - da sondaggi oggi Salvini conta meno che nel 2018 - e che prima o poi dovrà pur essere convocato un congresso nazionale per discutere di scelte e responsabilità - l'ultimo è del 2017.