Il retroscena

M5s, Di Maio conta le truppe: in 30 con il ministro. "Ma prima la risoluzione"

Giuseppe Conte continua a dire ai suoi fedelissimi: non va espulso, Luigi se ne andrà da solo

Simone Canettieri

Il ministro dà per scontato l'addio. Ma prima dello strappo vuole mettere in sicurezza il voto del Parlamento alle parole di Draghi. Per la prima volta Grillo non sa come intervenire: "Così ci biodegradiamo subito"

Sarà un aliscafo, come quello che fa la spola fra Napoli e Ischia, o un barchino di migranti, tipo quelli a cui Salvini dà la caccia da una vita? Alla fine questa è la domanda: quanti parlamentari si imbarcheranno con Luigi Di Maio verso i lidi dorati del centrismo-liberale e lontano dalle acque torbide del M5s? Il ministro degli Esteri predica calma: “Prima portiamo a casa la risoluzione senza danni per il governo, rafforziamo Draghi, poi faremo tutte le riflessioni del caso”.

La situazione si è incarognita.  Dopo l’affondo di Roberto Fico contro il ministro degli Esteri, i parlamentari vicini a Di Maio hanno iniziato ad agitarsi: “Abbiamo una dignità, il dado è tratto, andiamocene”. Ma dove? E in quanti?  

Il presidente della Camera ha deciso di rompere il consueto silenzio per ribadire che il M5s è “sempre stato legato alla Nato e alla Ue”, che il suo alter ego partenopeo è “un mistificatore” che dice “stupidaggini”, che lo ha fatto “arrabbiare” e che di fatto da una parte c’è il partito e dall’altra c’è Di Maio. Per il titolare della Farnesina, che si trovava in un vertice europeo in Lussemburgo, dietro a queste parole c’è l’asse fra Fico e Giuseppe Conte. Chiaro. Lampante. “Gravissimo”, fanno sapere dalla pattuglia parlamentare vicina al ministro di Pomigliano d’Arco. Ma quanti sono questi irriducibili pronti a tutto pur di non morire contiani?

Tutti i carotaggi di queste ore portano alla stessa cifra in linea di massima: una ventina alla Camera, fondamentali per formare un gruppo, e meno di dieci al Senato, dove per formare un gruppo serve soprattutto un simbolo a cui aggrapparsi, che al momento non c’è. Secondo ricostruzioni più hard la scissione potrebbe toccare quota sessanta perché sarebbe la somma dei fedelissimi di Di Maio più gli impenitenti morosi, coloro che da un bel po’ non versano più parte dello stipendio al partito. Ma sono cifre a dir poco ottimistiche e non è detto che le due dinamiche si incrocino. Anche se è un timore che il capogruppo Davide Crippa sta avanzando in tutte le riunioni:  la fuoriuscita di dimaiani più quella dei parlamentari morosi. Gli spartani di Giggino, trenta non trecento, sono pronti al grande salto. I più accorti e silenti spiegano che serve fare un passo alla volta. In effetti, questa vicenda, rischia di essere lunga e snervante. Se oggi alla fine la risoluzione sulla guerra produrrà un accordo di maggioranza, mancherà il fatto politico in grado di provocare una reazione. Tutto rimandato. Si torna allora alla guerra di nervi, alla resa dei conti rimandata. Giuseppe Conte non vuole far passare, come dice spesso, “Luigi come un martire”. Lo ha ripetuto anche domenica notte e ieri al momento della stesura del comunicato stampa del Consiglio nazionale.

Nessuna volontà persecutoria: se ne andrà lui”. Ma quando? E come? Per una volta anche il periodico arrivo di Beppe Grillo a Roma rischia di non avere i soliti effetti taumaturgici nella vita del partito. Come racconta l’agenzia AdnKronos il garante è su di giri per via della “guerra sui giornali” messa in atto dai vicepresidenti del M5s, in particolare Riccardo Ricciardi e Michele Gubitosa (“gli sgherri di Conte”, li chiamano  dalle parti del ministro degli Esteri). Grillo ha bene in mente il rischio di fondo di questa storia: l’implosione della sua creatura. “Così ci biodegradiamo a tempi record”. Le solite vocine cattive segnalano pure che con un Movimento dimezzato nelle forze parlamentari anche il contratto di consulenza che ha il garante rischierebbe di essere rivisto, ma al ribasso. Ma questi sono aspetti secondari, almeno nella testa di Conte, convinto che prima si chiude il caso e meglio è. Ma senza atti di forza. E allora se non sarà la risoluzione a far saltare il banco, ecco si  intravede all’orizzonte un’altra possibilità per dirsi addio. E’ legata alla regola del secondo mandato. A fine mese, salvo sorprese, verrà sottoposto il quesito agli iscritti del M5s. Tutto dipenderà da come sarà scritto, più che dall’esito della votazione,  conseguenza scontata della domanda (questo insegna la storia della “democrazia diretta” grillina). Grillo è contro il crollo dell’ultimo totem costruito a suo tempo con Gianroberto Casaleggio, al massimo apre a un terzo giro per i parlamentari in regione o al Parlamento europeo. Conte vorrebbe in qualche modo la possibilità di potere esercitare deroghe per i “meritevoli”.  

Di Maio scalda i motori: se di un barchino o di un aliscafo ancora non si sa. Di sicuro oggi il M5s sembra la zattera della Medusa.

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.