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zero balle e un po' di idee

I tabù da sfatare su salari, giovani e reddito di cittadinanza. Colloquio con Montezemolo

Claudio Cerasa

Il lavoro che c’è. La produttività che manca. Gli sforzi che toccano a governo e imprenditori. E poi il reddito. Per aumentare gli stipendi occorre affrontare di petto alcuni tabù. Cinque idee per risolvere con urgenza una doppia emergenza sul lavoro. Chiacchierata con il presidente di Ntv, Sigaro Toscano e Telethon

È una battaglia di civiltà, dice Luca Cordero di Montezemolo, e come tutte le battaglie di civiltà occorre affrontarle con serietà, con occhio fermo e con poca ideologia. Il tema, dice Montezemolo, riguarda il lavoro che c’è, e che nessuno vuole, e riguarda i salari che ci sono, per i quali tutti dovremmo combattere per non accontentarci di quello che c’è. Montezemolo, 75 anni, già presidente della Ferrari, già presidente di Confindustria, già presidente della Fiat, già presidente di Alitalia, oggi presidente di Ntv, Sigaro Toscano e Telethon, è preoccupato da quello che potrebbe succedere in Italia il prossimo autunno, quando la combinazione tra inflazione molto alta, costi dell’energia molto alti, salari molto bassi potrebbe mettere l’Italia di fronte a un problema a due facce.

 

Da un lato, un potere d’acquisto dei cittadini ridotto all’osso. Dall’altro, un mercato del lavoro fiaccato non solo dal lavoro che non si trova ma dal lavoro che non si vuole. “È arrivato il momento – dice Montezemolo – di fare un’operazione verità non solo di natura economica ma anche di natura sociale. È arrivato il momento, sul tema del lavoro, di mettere insieme tutti, governo, partiti, sindacati, imprenditori, e condividere con urgenza alcune priorità. È arrivato il momento di farlo perché, in Italia, accanto alle virtù che conosciamo, ci sono alcuni dati che non possono non allarmarci. Bisognerebbe ricordare più spesso che nel nostro paese il numero di persone che si trova in povertà assoluta tocca i cinque milioni, che il totale dei minori che si trova in condizioni di povertà assoluta è arrivato al 13,5 per cento, che il numero di ragazze tra i 15 e i 29 anni che si trova nello stato cosiddetto Neet, Not in education, employment or training, sfiora oggi il 29 per cento”.

  

Montezemolo, amico personale di Mario Draghi dai tempi della comune frequentazione del liceo Massimo a Roma, pensa che ci siano alcuni precisi problemi da considerare quando si parla del lavoro che c’è e che nessuno vuole. Il primo problema, dice, riguarda il Reddito di cittadinanza. “Non è il problema principale, d’accordo, ma è uno dei problemi centrali, che ci permettono di mettere a fuoco un dramma culturale del nostro paese”. I percettori del Reddito di cittadinanza, ricorda Montezemolo, che sono circa tre milioni, ricevono un importo medio pari a 588 euro e secondo l’Anpal, l’agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, coloro che possono realisticamente lavorare sono circa un milione mentre gli altri sono inabili al lavoro, minorenni, studenti o sono obbligati a casa per occuparsi di un famigliare a carico. Del milione di beneficiari chiamati a trovare un lavoro, meno della metà, in tre anni dall’introduzione, è stato avviato verso il percorso di accompagnamento al lavoro, previsto nel momento stesso in cui si sottoscrive il patto per il lavoro. Ciò significa, continua Montezemolo, “che centinaia di migliaia di persone non si sono mai presentate ai centri per l’impiego, né sono state contattate, e se quelle persone che potrebbero lavorare non sono spinte a cercare un lavoro,  e possono restare nella loro condizione attuale, io dico che c’è un problema enorme con il Reddito di cittadinanza”.

 

Il problema, continua Montezemolo, non è solo il modo in cui funziona il Reddito di cittadinanza. Il problema, piuttosto, è legato a un dato culturale: “Se io guadagno 580 euro stando a casa senza fare nulla, quanto devo essere pagato di più per uscire di casa e andare a lavorare perdendo la libertà che ho nello stare a casa con una paghetta di stato? Il tema è questo. Non è l’incapacità da parte degli imprenditori di proporre contratti competitivi con il Reddito di cittadinanza, ma è la difficoltà con cui chi oggi non ha un lavoro e potrebbe lavorare si avvicina al mondo del lavoro, mosso da una convinzione errata: non adattarsi al lavoro che c’è ma cercare il lavoro che ritiene più comodo. Mi chiedo: se un ristorante offre 1.800 euro netti al mese per un posto di lavoro come cameriere e i candidati per quel ruolo chiedono, come condizione per lavorare, di non lavorare il sabato sera, di non lavorare la domenica, di non lavorare prima delle 8 di mattina e rifiutano il posto di lavoro perché quel posto non si confà alle proprie abitudini la colpa è del salario basso o del lavoro che non si vuole?”.

   
Tutto questo, naturalmente, non esclude, dice Montezemolo, che in Italia vi sia un grande problema con i salari, ma è un problema che si trova a valle, non a monte. “È vero. L’Italia è il paese europeo nel quale gli stipendi, tra il 1990 e il 2020, sono cresciuti di meno. Anzi è l’unico nel quale sono diminuiti, lasciando sul terreno il 2,9 per cento. I salari tedeschi hanno guadagnato il 33,7 per cento, quelli francesi il 31,1 per cento. Quando si parla di salari, però, non si tiene spesso conto di un doppio problema.

 

Primo. I paesi che hanno visto migliorare più sensibilmente la condizione dei lavoratori sono quelli che hanno conosciuto una più forte e solida crescita del pil e della produttività. Secondo. Un paese che vuole aumentare i salari non può dimenticare che l’Italia, tra i paesi che aderiscono all’Ocse, è uno di quelli che registrano una maggiore differenza tra il costo per il datore di lavoro e la retribuzione netta percepita dal dipendente. Nel 2021, questo dato è stato pari al 46,5 per cento, il quinto posto tra i paesi Ocse, contro una media Ocse pari al 34,6 per cento: è un numero spaventoso”.

 

Un numero spaventoso, ribadisce Montezemolo, come quello che riguarda i lavoratori sotto la soglia di povertà (“esiste una vera emergenza sociale, rappresentata dal 25  per cento di lavoratori che si trova nonostante il lavoro, a vivere in condizioni di povertà. Sono di solito  lavoratori non protetti dal contratto collettivo. E sono lavoratori che ci ricordano ogni giorno che dovrebbe esistere un minimo di stipendio sotto il quale non si può andare”). È un numero spaventoso come quello che riguarda  il numero elevato di posti di lavoro che ci sono e che nessuno vuole. Nel mondo del turismo, ha detto pochi giorni fa il ministro Massimo Garavaglia, ci sono circa 300 mila posti di lavoro che non si riescono a occupare, 95 mila solo nel settore alberghiero. Nel comparto agricolo, ha detto qualche giorno fa il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti, ci sono circa centomila posti di lavoro che servirebbe e che non si riescono a occupare. Un recente focus realizzato da Censis Confcooperative ha stimato nell’1,2 per cento la mancata crescita del pil a causa di questo disallineamento tra domanda e offerta di lavoro che riguarderebbe almeno 240 mila figure professionali qualificate.

 

Dunque, che fare? Montezemolo ha qualche idea e le mette in fila. “Quando si parla di lavori che ci sono, ma che nessuno sembra volere, occorrerebbe armarsi di buona volontà e capire in che modo la politica potrebbe dare un suo contributo per avvicinare la domanda e l’offerta. Un modo intelligente potrebbe essere quello di mettere in campo un grande investimento sulla formazione dedicato agli immigrati che arrivano in Italia e che potrebbero se preparati con dedizione e passione essere dei sostegni fondamentali per il mercato del lavoro. Per farlo,  però, dobbiamo affrontare di petto un tema enorme: i lavori che ci sono ma non si trovano sono lì perché giorno dopo giorno, mese dopo mese, aumentano i tipi di lavori che gli italiani non vogliono fare. E’ un problema enorme, che non dipende da un tema legato ai salari  ma dipende da un tema di carattere culturale e sociale”. Accanto a quest’opera di formazione, aggiunge ancora Montezemolo, occorrerebbe portare avanti una grande operazione dedicata all’assunzione dei giovani. “Si dice che tagliare in modo sostanziale il cuneo fiscale sia un’operazione troppo costosa. Non condivido, ma capisco. Ma se non si vuole tagliare, pardon, se non si  riesce a tagliare il cuneo fiscale come si dovrebbe bisognerebbe concentrarsi esclusivamente sugli under 30, dando la possibilità ai  più giovani  di avere in tasca ogni cento  euro spesi da  un’azienda per il suo salario non il  50  per cento ma una cifra tra  l’80 e  il  90 per cento. E’ una questione di dignità, ma è anche una questione strategica, se si vuole evitare che i nostri giovani vadano a cercare rapidamente un lavoro fuori dal nostro  paese”.

 

A tutto questo, dice Montezemolo senza nominare mai Draghi, bisogna aggiungere anche delle proposte ulteriori. “Penso che imprese e governo possano trovare un modo per introdurre nei contratti di lavoro un premio di produttività, pari al valore di  una mensilità, totalmente detassato: lo stato fa lo sforzo di far entrare nelle tasche del lavoratore l’intero premio, l’imprenditore fa lo sforzo di aggiungere una mensilità”. Le aziende però per poter aumentare  più facilmente i salari hanno bisogno di crescere  (in Italia, come ricordato dal governatore di Bankitalia Ignazio  Visco, le aziende con oltre 250 addetti sono poche, troppo poche, e impiegano meno di un quarto degli occupati, circa la metà di Francia e Germania). Per poter crescere le  imprese hanno bisogno di investimenti (tra il 2018 e il 2020, ha detto l’Istat a inizio maggio, oltre un quinto delle medie e grandi imprese ha differito/annullato i suoi piani di investimento). E per far confluire più investimenti nelle aziende, dice Montezemolo, “bisogna dare l’opportunità alle aziende di detassare tutta quella porzione di utile che un imprenditore decide di investire in azienda:  per innovare, per crescere, per aggregare. Lo schema dovrebbe essere chiaro”, conclude Montezemolo. “Per migliorare i salari occorre far crescere di più il nostro paese. Per far crescere di più il nostro paese occorre far crescere la produttività. Per far crescere la produttività occorre rimboccarsi le maniche. Vale per tutti. Per la politica, che ha leve per agire. Per le imprese, che hanno leve per innovare. E anche per i genitori, che avrebbero il dovere di spingere i propri figli a inseguire non solo il lavoro perfetto ma anche quello imperfetto. Tra lavorare e stare su un divano non ci dovrebbe essere gara, no?”.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.