Il caso

Draghi parla un'ora con Putin: "Ma niente pace". E sul gas guarda all'Algeria

Simone Canettieri

Telefonata del premier al presidente russo: "E' stato un tentativo". Trattativa sul grano. Intanto l'ex banchiere si consola con la politica interna: sminati i balneari e la delega fiscale

Non è il colloquio della svolta, anzi. “E’ stato un tentativo”. Senza pie illusioni. “Non vedo spiragli di pace”. Nel pomeriggio Mario Draghi e Vladimir Putin si parlano al telefono per poco meno di un’ora. E’ la seconda conversazione dopo quella avvenuta lo scorso 30 marzo. E’ un fatto politico, che arriva a cinque giorni da un’altra telefonata del premier italiano: quella con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Nella prima scarna nota che esce da Palazzo Chigi emerge un messaggio.

E cioè la ricerca di “sforzi per trovare una soluzione condivisa alla crisi alimentare in atto e alle sue gravi ripercussioni sui Paesi più poveri del mondo”. Nel linguaggio di Bankitalia, da dove Draghi (e i suoi collaboratori) provengono, significa che la telefonata è servita a registrare la volontà italiana di cercare la pace a partire dallo sblocco delle navi del grano. Il premier  ci prova, insomma. Tuttavia è più che realista. E ribadisce così al partito trasversale dei “pacifisti pour parler” che i negoziati sono “l’unico modo per risolvere le controversie, anche le più aspre e violente”, ma si fanno in due.

E’ il senso del messaggio che invia per l’inaugurazione del parco Rabin. Cerimonia a cui non partecipa perché intanto è in corso un Consiglio dei ministri per strigliare le truppe sugli obiettivi del Pnrr da portare a casa entro giugno e per approvare la legge delega sugli incentivi alle imprese in base alle normative sulla sicurezza sul lavoro (è una proposta di Andrea Orlando, ma anche una risposta al mondo Cisl, dove la mattina il premier viene accolto con applausi e una buona dose di fiducia, annunciando anche un taglio delle tasse nella prossima manovra il cui varo dovrebbe essere anticipato a ottobre). Ma alla fine tutto si muove su questa telefonata Roma-Mosca, che sarà seguita, pare, da un’altra sull’asse Roma-Kyiv. Innanzitutto il Cremlino sostiene che è stato Draghi a telefonare a Putin. “Ha parlato quasi sempre lui”, dice l’ex banchiere centrale. Nel comunicato russo emerge una versione, non concordata, del colloquio. Sintesi brutale: il grano è bloccato perché i porti sono minati, toglieteci le sanzioni, non vi aumenteremo il prezzo del gas. Il premier alle 19 si presenta in conferenza stampa. No good news. 


Draghi riferisce la versione di Putin sui porti del Mar Nero minati con una chiosa abbastanza elementare: sono minati perché la Russia ha invaso l’Ucraina. Nel premier alberga la consapevolezza che non “è detto che la proposta sul grano vada a buon termine”. Nonostante le conseguenze umanitarie per milioni di persone. Deve essere stata una telefonata non semplice, se è vero che Putin ha informato il premier “del lavoro in corso per stabilire una vita pacifica nelle città liberate del Donbass”. Sicché la guerra rimane lì, imperterrita. Nonostante la “disponibilità” italiana che rientra nel quadro di volontà atlantica, come ricordano da Palazzo Chigi.

Più facile per Draghi guardare alle cose di casa. Alla fine ha sminato la norma sui balneari, e sembra andarne fiero, con tanto di ringraziamento ai partiti (protesta invece Giorgia Meloni). Poi aggiunge che anche con il Pnrr alla fine ci siamo e che sulla delega fiscale tanto ha fatto imbizzarrire Lega e FI “siamo vicini a un accordo”. Questo scenario interno gli serve per dire, e chissà se lo fa per rispondere all’uggiosità di Giuseppe Conte, che “il governo va avanti bene”. Ovviamente è tutto molto più complesso. Prima della telefonata con Putin, Draghi ha firmato “un mega accordo”, come da definizione delle agenzie di stampa, con l’Algeria sul gas. L’Italia sull’energia guarda altrove, ma allo stesso tempo  non vede la pace.
  

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.