Il caso

Armi, la gioia di Conte: "Abbiamo piegato Draghi e il Pd". Letta: "Surreale"

Il leader del Nazareno telefona a Draghi per dargli sostegno. Poi il colloquio teso con l'alleato

Simone Canettieri

Grillini al settimo cielo: "Il 2 per cento del Pil sulla spesa militare entro il 2028". C'è aria da balcone: tipo aboliamo la guerra. Ma il segretario dem è furioso

Giuseppe Conte grida  alla vittoria. A squarciagola: “Abbiamo dettato la linea, abbiamo piegato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini sulle spese militari: il 2 per cento sarà raggiunto entro il 2028”. E dunque anche il Pd è ko. C’è un’euforia da vecchi tempi in casa grillina. Dichiarano tutti con entusiasmo e punti esclamativi. Vorrebbero quasi dire: “Abbiamo abolito la guerra!”. Ma si fermano prima. Il leader del M5s entra a Palazzo Madama all’ora di pranzo. Passa in rassegna le truppe. Riprende i disertori (i senatori critici) e motiva gli altri così: “Non dobbiamo farci mettere in un angolo”.  


Oggi il governo porrà la fiducia sul decreto Ucraina senza relatore. E dunque, tecnicamente il contestato odg di Fratelli d’Italia  recepito dal governo in commissione (quello con il 2 per cento del Pil entro il 2024)  decadrà. Anche se c’è chi dice che rimarrà comunque agli atti come documento. Lana caprina. “Abbiamo portato il governo sulle nostre posizioni: gli italiani stanno dalla nostra parte”, ripete Conte per tutta la giornata. E’ forte dei sondaggi (in settimana ha acquistato lo 0,5 per cento dopo mesi di caduta libera) e di una centralità nel dibattito che non gli era  più consona.  E anche oggi in Senato tutti si aspettano i caroselli grillini. Che saranno costretti a perdersi per strada il compagno Vito Petrocelli, detto Petrov, amico di Mosca e pronto a votare contro la fiducia pur non dimettendosi da presidente della commissione Esteri (“rappresento la maggioranza degli italiani”).  Appena potrà Conte lo caccerà dal Movimento. Ma anche questo è un dettaglio. Non bisogna rovinare la festa. Le truppe contiane – la brigata Joseph – non possono permettersi distrazioni. Paola Taverna, Alessandra Todde, Danilo Toninelli, Carlo Sibilia: sono ore di gloria. Intorno a Conte, però, c’è un discreto deserto. Inutile dire che Luigi Di Maio, il ministro degli Esteri, si tenga largo sulla fascia rispetto a questa vicenda: “Confido in una soluzione”, dice. Ma non partecipa alle scene di giubilo da “balconata”. 


Ma questa è una dinamica interna ormai nota. Ben più interessante è l’aria che si respira dalle parti del Pd, costretto dal maggioritario all’alleanza con il M5s. Enrico Letta  è furioso con Conte. E glielo dice anche al telefono durante una conversazione che al Nazareno definiscono figlia di ore e giorni ormai di “profonda irritazione”. Poco prima il segretario del Pd aveva parlato al cellulare anche con Mario Draghi per esprimergli solidarietà  dopo gli attacchi scomposti di queste ore, frutto “dell’ossessione dei sondaggi”.  E soprattutto per ribadirgli tutto l’appoggio dei dem. “L’Italia deve ottemperare agli obblighi internazionali e ammodernare il sistema di difesa: il proprio e quello europeo. E tutto questo lo si può fare con la dovuta gradualità”, ripete Letta. Di certo – sottolinea  ancora il segretario infuriato con Conte – “non c’è e non ci sarà alcuno scambio tra gli investimenti nel sociale e quelli per la sicurezza e la difesa”.

 
Insomma il tandem rossogiallo ha le ruote bucate. Ed è proprio la guerra a segnare una trincea fra i due ex premier. Sempre Letta ricorda che fu Conte “nel   2019   a raccontarsi come protagonista di una mediazione fra Trump, Macron e Trudeau in merito agli impegni con la Nato sulle spese militari”.  Per il leader Pd il battage scatenato dal M5s è “surreale”.  E non vuole nemmeno pensare che gli alleati possano aprire una crisi di governo: “Una roba che adesso lascerebbe tutti sbigottiti”. E però Conte se ne infischia. E corre verso qualsiasi microfono per dichiarare. Per dire “ce l’abbiamo fatta: abbiamo piegato il governo e il Pd”. Per l’avvocato del popolo (“o del pueblo”, come lo chiamano i dem) è la prima vittoria politica da quando è capo del M5s. Potrebbe essere quella di Pirro se dovesse perdersi gli alleati per strada. Al Nazareno, ormai, il proporzionale lo sognano la notte.
           

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.