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Né Conte né Di Maio, è Vito Crimi il capo più naturale del M5s 

Salvatore Merlo

Dopo che l'ex avvocato del popolo è stato detronizzato dal tribunale civile di Napoli, per qualche ora il grillino primigenio è tornato a fare il leader del Movimento 5 stelle

Capita che la metaforica poltrona del potere si ficchi per caso sotto il sedere di qualcuno. Meno frequente è che la cosa accada due volte alla stessa persona. Per lo stesso incarico. E ovviamente sempre per caso. Ma dev’esserci una sapienza del destino, perché ieri per qualche ora è ri-toccato a lui: a Vito nostro, il rediVito Crimi, quasi biscapo del M5s  dopo che Conte (non avendo capito le regole che lui stesso ha scritto) è stato detronizzato dal tribunale civile di Napoli

Ieri è ritornato quasi reggente, anzi autoreggente, per un pomeriggio. Per qualche ora. Forse lo sarà di fatto per una settimana in attesa di un “direttorio”. Chissà. Capirci qualcosa nelle “regole” del grillismo è difficile. Resta il fatto che nel Pci dopo Togliatti e Longo, venne Enrico Berlinguer. Mentre nel M5s dopo Di Maio e Conte, (ri)venne Vito. La prima volta fu subito dopo le dimissioni di Giggino, che a gennaio del 2020 si tolse la cravatta  lasciando l’incarico di capo del M5s, e lo fece commuovere. “Non sarò certo un passacarte”, disse Crimi a Simone Canettieri. Certo che no. “Comando io davvero”, sottolineò lui a scanso di equivoci. D’altra parte la tendenza ingrata a non prenderlo troppo sul serio si trascinava fra i malevoli e venduti cronisti sin dal 2013, in pratica dal giorno in cui lo si vide per la prima volta vagare per Roma alla ricerca del Senato (“scusi, per andare dove devo andare: dove devo andare?”). O quando ci si addormentò dentro, in Aula. O quando, infine, da capogruppo regalò momenti di trascurabile allegria denunciando “il complotto dei piedini sporchi”. In ortopedica continuità, s’intende, con Mani Pulite.  

 

Seguirono diversi pranzi e cene con Paola Taverna e altri pensatori nei ristoranti intorno al Senato, dotte conversazioni, mille progetti non sempre poi realizzati, ma comunque sempre elaborati in profondità  davanti a un’amatriciana e a  un carciofo (che il più delle volte non era Crimi medesimo). Adunate strategiche, si diceva, che spinsero ben presto il nuovo capo-reggente a convocare in un piovoso lunedì di settembre 2020 tutti i ministri, i sottosegretari e i capigruppo del M5s presso un casolare di campagna tragicamente battezzato “Combragor”. Anche se, a quanto risulta, non così chiamato in onore dell’eponima coppa di Fantozzi (malgrado il menù scelto da Crimi fosse in effetti a base di frittatona di cipolle). In quell’occasione di grande rilancio per il Movimento cinque stelle, Vito si segnalò per una citazione silvano-agreste. “Torniamo alle origini”, disse. “Anzi... alla natura”, volle precisare, mentre alle sue spalle intanto spuntava un altrettanto metaforico cartello: “Non dare da mangiare agli asini”.  Ebbene, ora che Giuseppe Conte è inciampato nei cavilli di quello statuto grillino che il bravo avvocato ha da par suo contribuito a intorcinare ulteriormente, ecco che tocca ancora a lui, al rediVito Crimi. Almeno così è stato ieri. Re per un giorno. Vito ha preso in mano la situazione che precipitava. Di petto. “Bisognerà rivotare, e rieleggere Conte”, ha sentenziato. Peccato non tenga l’incarico, ma il piglio c’è. Eccome. E dev’esserci proprio anche una sapienza del destino, si diceva, in questo ritorno pur momentaneo del segretario liquidatore del vaffa. Perché forse davvero nessun altro meglio di lui, nemmeno Danilo Toninelli che pure meriterebbe, insomma nessuno meglio di questo segretario di tribunale cresciuto politicamente alla Birreria Wührer di Brescia, sembra incarnare fisime, ghiribizzi e uzzoli del grillismo realizzato. E’  l’unico tronco che galleggia nella tempesta del M5s, e non solo perché cavo (o vuoto). Non è pietra pomice. Crimi è il prototipo zero e forse addirittura il più originale dei giacobini e vaffanculotti che nel 2018 tentarono d’instaurare in Italia un regime di analfabeti cronici. E’ un sansepolcrista. Il grillino da combattimento che non va nemmeno agitato prima dell’uso, il matematico mancato nato a Palermo ma trasferito a Brescia, che candidandosi per la prima volta al Senato nel 2013 (prese circa 300 voti sul web) aveva promesso  “di compiere il mio dovere verso Dio e verso il paese e di osservare la legge scout”. Nè Conte, né  di Maio, né Grillo. Il Movimento 5 stelle è Vito Crimi.
 

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.