Il racconto

"Si ritira". Salvini ci spera, ma Berlusconi (per ora) non molla il Colle dei sogni

Il leader della Lega lavora su due forni e intanto manda messaggi a Draghi. Dà per scontato il passo indietro dell'alleato per il Quirinale

Simone Canettieri

Sgarbi di mattina spegne le speranze sull'operazione scoiattolo, ma poi il Cav. da Arcore rilancia. Riprendono le telefonate: "Non voglio deludere chi ha fiducia in me"

“Si ritira”. Ore sette di mattina di un martedì ancora molto lontano da lunedì prossimo, debutto del voto per il capo dello stato. La Lega fa trapelare che  Silvio Berlusconi  al vertice di mercoledì, o comunque prima di domenica, farà un passo indietro. L’indiscrezione coincide con l’auspicio di Matteo Salvini (“confido in un atto di generosità”, dice ai deputati).  Il pissi pissi rimbalza al Nazareno, sede del Pd: “Si ritira”. Il tutto è rafforzato da Vittorio Sgarbi: “Stop alle telefonate ai parlamentari: l’operazione scoiattolo è chiusa”. Ma non è proprio così. In mezzo c’è Silvio Berlusconi. “Non molla: va avanti”, raccontano in serata due fonti vicine alla famiglia e alle aziende del Cav.
 

Fra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini qualcosa si è incrinato. E’ chiaro. Dettaglio: il leader della Lega viene a sapere dai programmi Mediaset che il vertice romano si terrà giovedì, e non domani, a Villa Grande. I deputati azzurri vanno in tv per dire che “al momento c’è solo il nostro presidente come candidato, non esistono piani B”. Appena le telecamere si spengono commentano: “Boh, sarà...”. Da più parti, intanto, la realtà insegue il Cav. Il pallottoliere non si schioda: 505 voti sono un miraggio.  Tutti parlano per Berlusconi, tutti si fanno esegeti delle di lui future intenzioni. 


Ore 14, Arcore, Villa San Martino: pranzo del martedì. Ci sono il padrone di casa e la fidanzata per il consueto rito con la famiglia del bisnonno più famoso d’Italia. C’è anche Fedele Confalonieri. Dall’appuntamento esce un’indicazione, un sentimento che cade a Roma come un refolo da tenere comunque in grande considerazione. Il ragionamento è questo: “Silvio non si ritirerà adesso, andrà alla conta, vuole comunque provarci e poi forse farà la mossa, quella del king maker”. Immaginate un tavolo da poker con Silvio Berlusconi seduto al centro: non è tipo che si alza dal tavolo prima di aver riscosso. Realtà e azzardo si tengono per mano. Come sempre. E dunque “non si accoderà mai a una proposta di Matteo Salvini, vuole essere lui a dare le carte”, racconta chi lo conosce bene.

Il piano B del Cav., spiegano i suoi collaboratori, non contempla Mario Draghi e nemmeno altri nomi di centrodestra. “Su questo siamo molto ottimisti, invece”, sussurrano  dalle parti di Matteo Salvini, impegnato nell’ennesima conferenza stampa sul caro bollette. Al capo della Lega questi spazi servono per tenere vivi i due forni, come già raccontato dal Foglio. Sapendo che l’ipotesi B (Casellati o Moratti) può avere più possibilità di Berlusconi. Poi certo c’è Mario Draghi: Salvini lo ha incontrato la settimana scorsa in gran segreto e gli ha presentato un conto salatissimo. Per mandarlo al Quirinale, opzione secondaria, chiede che i leader entrino nel nuovo governo e che i ministri tecnici si facciano da parte. Salvini impasta e a ben vedere di forni aperti ne ha tre. “Non dispongo del destino del premier”, si lascia sfuggire il capo del Carroccio che saltella di appuntamento in telefonata. Poi c’è Vittorio Sgarbi, certo. Il telefonista, o meglio “il cacciatore di farfalle”, come lo chiama Gianni Letta. A “Un Giorno da” il deputato e critico d’arte insiste: “A Silvio mancano in tutto cento voti, compresa la quota di franchi tiratori da sostituire”. I fatti iniziano ad avere la testa dura. Allora il Cav. si ritira? Ci siamo? Forza Italia è una pentola a pressione. Prima Antonio Tajani, poi Licia Ronzulli saltano addosso al  “vivace” Vittorio: “Non è il portavoce del presidente, parla a titolo personale. Il presidente non ha ancora sciolto la riserva”. 


Ma c’è aria di sfiducia, almeno a Roma. Contromossa da Milano. Prima l’ex presidente del Consiglio si congratula con  la neo presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola   e poi esce con una nota che dà una bella ravvivata alla situazione: “Non ho deciso, ma sono molto ottimista. Non deluderò chi mi ha dato la fiducia”.  La verità, il verosimile, la tattica, la sorpresa dietro l’angolo: tutto si mischia e tutto si confonde. Gianni Letta – non si contavano da tempo così tante dichiarazioni del gran visir berlusconiano – più loquace che mai si sfila dal Quirinale: “Io candidato del centrodestra? Ma per carità!”. Ad Arcore intanto il Cav. si è rimesso in poltrona con il suo amico telefono. E’ ripartita la pesca a strascico (contattati i quattro governatori azzurri, piovono chiamate anche dentro Iv, nonostante il no di Matteo Renzi).

E’ laterale, ma si mischia in questa grande zuppa, anche il ristorante pescheria di Valter Lavitola a Monteverde, nella capitale. L’ex direttore dell’Avanti, che si era speso anche lui nella caccia agli ex grillini  di Alternativa c’è, adesso dice che Salvini punta su Marcello Pera e metà gruppo misto (57 parlamentari) lo seguirà. Vengono tirati  in ballo il Vaticano, un alto prelato, un’associazione di giovani cattolici. Milano, tarda sera: “Ragazzi, a che punto siamo?”, il Cav.  non è domo. E che dopo di lui, per lui, c’è solo il Mattarella bis. Giorgia Meloni sa che Berlusconi vuole andare avanti, tuttavia confida che “giovedì abbia le idee chiare”. Il tappo sul centrodestra non è saltato, ma il liquido è infiammabile.
               
 

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.