L'intervista

"Sul Pnrr troppe cabine di regia. L'Europa non ci aspetta". Parla Nelli Feroci

"Draghi è la nostra garanzia in sede europea. La domanda è però un'altra: i partiti cosa intendono fare?"

Carmelo Caruso

"I sindaci hanno ragione. Manca l'attrezzatura umana per attuare il piano nazionale di ripresa e resilienza. Il meccanismo europeo è pesante e intrusivo. Il rating dell'Italia è basso. Il ddl Concorrenza è stata una spia per Draghi". Intervista all'ex commissario europeo

Perché sul Pnrr siamo preoccupati? “Perché l’Europa non ci aspetterà”; “perché il meccanismo per ottenere l’erogazione dei fondi è un meccanismo pesante, a tratti intrusivo. ma senza alternative”; “perché le cabine di regia stanno diventando troppe, una pletora e non sempre aiutano”. Siamo preoccupati perché tutti questi “perché” sono di Ferdinando Nelli Feroci, un diplomatico che ha girato il mondo (New York, Algeri, Pechino, Bruxelles) ex commissario Ue per l’industria e l’imprenditoria durante il mandato di José Barroso.

 

Questo è quello che dice. Lo dice al Foglio: “L’Europa non ci attenderà. A  differenza dei fondi strutturali, i fondi del Pnrr vengono erogati di fronte allo stato d’avanzamento dei lavori”. Quel denaro è nostro o non è nostro? “E’ nostro ma a condizione che… Le condizioni che abbiamo accettato sono chiare e ricordo che hanno portato alla caduta del governo precedente ”. Ma non era questa la nostra  “grande occasione”? “E lo rimane. Le regole, le scadenze sono concordate e motivate dalla somma, una somma inedita e speciale”. Insomma, ce li daranno ora per chiederli indietro dopo? “In passato abbiamo dato prova, come paese, di accumulare ritardi, di non sapere spendere le risorse. Il nostro rating è basso. Draghi è la nostra garanzia ma l’Europa comincia a chiedersi cosa gli lasceranno fare i partiti. L’episodio del ddl Concorrenza è stata una spia”.


E’ così: l’Italia è “pedinata” da un intero continente. E lo è per un motivo molto semplice e lo spiega l’ex commissario europeo Nelli Feroci: “Abbiamo chiesto due linee di credito. Quella che si definisce a “dono” e quella “a credito”. Qual è la differenza? “Che avremmo potuto solo usufruire di quella a dono”. Abbiamo chiesto più di tutti? “Sì e la notizia è che lo abbiamo ottenuto. L’Italia ha infatti dimenticato la lotta durissima che ha preceduto la nascita del Recovery”. E’ vero che le regole da ottemperare sono severe, a tratti impossibili? Che lingua parla l’Europa? “E’ vero che il monitoraggio è pesante, a tratti intrusivo. I paesi frugali hanno ottenuto che nei casi di dissenso tra paesi, in materia di spesa, sia il Consiglio europeo a dirimere la questione”.

 

E’ stato giusto accettare tutte queste condizioni? “Senza dubbio. Il meccanismo è giustificato. Si tratta di un gioco complesso ma vale la pena giocare”. E le riforme che abbiamo già fatto, non contano nulla? “Ci sono due tipi di adempimenti. 131 interventi da fare riguardano gli investimenti e poi ci sono le riforme (51). Nel caso delle riforme il meccanismo è meno intrusivo. Sono obiettivi generali. Ma il problema è capire chi fa cosa. Non è ancora chiaro”. Hanno quindi ragione i sindaci a spaventarsi? “Hanno ragione. Gli manca “attrezzatura umana”. La pletora di cabine di regia rischia di produrre come effetto quello di rendere impossibile il controllo; controllo che deve rimanere in capo al governo e al Mef. Il governo Conte II è caduto sulla governance del Pnrr”. Per finire, ci basta Draghi come polizza assicurativa? Non è lui che ci difende? “E’ la nostra garanzia in sede europea. La domanda è però un’altra: i partiti cosa intendono fare? Il ddl Concorrenza, al di là delle concessioni balneari, è stato osservato dall’Europa in maniera critica. Sta purtroppo passando l’idea che dopo l’elezione del capo dello stato si possa tornare come prima”. E perché no? “Perché l’Italia è ancora in mezzo al guado. Non è vero che siamo usciti dall’emergenza. Ci stiamo dentro”.

 

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  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.