L'intervista

"Questo governo non arriverà al 2023". Ora Bettini vede Draghi al Quirinale

Per Bettini Michetti è "un populista straccione e Calenda un egocentrico autodistruttivo". E poi ne ha per tutti: da Letta a Conte

Simone Canettieri

L'ideologo del Pd si confessa con il Foglio. Da Roma al ddl Zan fino ai consigli a Letta. E poi un rammarico: "Il gruppo dirigente non mi difende abbastanza"

Goffredo Bettini non pensa che il governo Draghi durerà fino al 2023, ma dice che l’Italia non potrà continuare a fare a meno di Draghi. Tanto che lo vede al Quirinale.

Il monaco del Pd, osannato quanto odiato nel suo partito, si sfoga con il Foglio. Tira fuori gli artigli, disegna parabole e scenari, dà consigli a Enrico Letta. E poi Roma, il rapporto con i grillini, il suo amico Giuseppe Conte. Ma bisogna partire dalla cronaca.

 

Bettini,  è deluso dall’intervento del Vaticano sul ddl Zan?

“Non mi permetto minimamente di entrare nel merito del pensiero del Santo Padre su questo tema. La Segreteria di stato del Vaticano ha colto alcune contraddizioni, che rispetto ma non condivido. Sarà la politica, nella sua autonomia, a decidere”.

 

Ma Papa Francesco rimane un simbolo per la sua sinistra?

“Il mio riferimento nelle Agorà riguardava la sua ispirazione sociale. L’empatia verso le persone in difficoltà. Verso la debolezza. Contro l’oppressione e la violenza dei più forti. La sinistra, anche quella riformista, ha sempre aderito a questi sentimenti. Essa inizia ben prima di Marx, con Spartacus”. 

Bettini, da custode dell’altra Chiesa, chiude il suo pensiero così: “Riguardo al ddl Zan, ammiro la battaglia condotta dalle forze democratiche. Ammiro, ancora una volta, Monica Cirinnà che è in prima fila per i diritti”.

 

Rimaniamo a Roma, ma sull’altra sponda del Tevere.  Per il centrosinistra c’è  Roberto Gualtieri. Ma mentre la destra è unita, il  centrosinistra è  presidiato, seppur  con diverse sensibilità, anche da Raggi e Calenda. Un guaio per  Gualtieri, no?  

“Gualtieri rappresenta l’insieme del centrosinistra. E’ sobrio, intelligente, di grande autorevolezza internazionale, in grado di recuperare le risorse necessarie alla Capitale: oggi sfigurata e umiliata.  Inoltre con Gualtieri si affronterà il vero dramma orizzontale della città: la fatica del vivere. Così diffusa, anche nei ceti medi. Non sono vite, sono scarti di vite. Per rendere diversa Roma, occorrono investimenti sociali ed economici. E qui torna l’utilità di Gualtieri”. 


Insistiamo Bettini, Gualtieri non è l’unico di centrosinistra e i sondaggi su di lui sono controversi.  

“Dubito che l’esperienza negativa della Raggi, l’egocentrismo autodistruttivo di Calenda, o il populismo straccione di Michetti possano essere un’alternativa seria a Gualtieri sindaco”.

 

Lei è stato ed è, anche se lo smentisce sempre, uno dei consiglieri di Giuseppe Conte:   l’ex premier  non farebbe prima e meglio a fondare un partito?  

“Conte, per l’esperienza del rapporto che ho avuto con lui, è un uomo pacato, ragionevole, autonomo e fiducioso nei tempi lunghi. Seguo con molta amicizia il suo percorso. Al di là delle chiacchiere, senza il M5s la vittoria del campo progressista è letteralmente impossibile. Conte disegnerà un nuovo profilo del Movimento. Salvando il nucleo innovativo, utile a tutta la politica italiana, e sfrondando definitivamente ogni forma antistituzionale e populista. Non tifo per il peggio, tifo per il meglio”.


Lei è stato un grande sponsor dell’alleanza M5s-Pd. Ma in vista delle prossime amministrative è chiaro a tutti che questa unione continui a non decollare: non ha sottovalutato le resistenze di entrambi i partiti?  Ha vinto la pratica sulla sua teoria?  

“Le resistenze sono state soprattutto locali. Le rispetto. Si poteva fare di più, penso a Torino e alla qualità della soluzione in Calabria. L’importante è mantenere la barra dritta sulla prospettiva delle elezioni politiche che prima o poi dovranno svolgersi”.


 Bettini, come deve comportarsi Enrico Letta per non fare la fine di Nicola Zingaretti, ex segretario dimissionario dopo lungo logoramento interno?

“Letta non deve farsi imprigionare dalle correnti. Deve, al contrario, allargare il gruppo dirigente, costruire sedi autorevoli per coinvolgere nelle decisioni le personalità vecchie e nuove che pesano nella vita del Pd e nel dibattito pubblico italiano”.

 

Ma perché il Pd fatica a essere il partito di Draghi al contrario della Lega?

“La Lega ha bisogno di differenziarsi. Dice sì in Cdm e poi no di fronte all’opinione pubblica. E’ un partito senza bussola. Ha paura dell’egemonia della Meloni ma non è in grado di costruire un’ipotesi centrista di diversa natura. Non è nella Lega il futuro dell’Italia”.  

 

Ma secondo lei Mario Draghi deve continuare a fare il premier fino al 2023  o  invece potrebbe essere il “nome” su cui puntare per il Quirinale?

“Non sono io la persona più adatta per indicare soluzioni per la presidenza della Repubblica. Intanto c’è Mattarella, al quale va tutta la mia stima. Credo sia difficile che questo governo arrivi al 2023. Potrà tentare alcune riforme indispensabili: Pa, giustizia, fisco. Ma alla fine il carattere eterogeneo dell’alleanza porterà ad una crisi inevitabile. La presenza di Draghi rimane in ogni caso indispensabile. Lo ha dimostrato anche con il ruolo avuto all’ultimo G7. Senza Draghi l’Italia affonda. Senza una ripresa della dialettica democratica, la democrazia si snatura. A partire da questi due dilemmi va risolto il problema”.

 

Lei è osannato è criticato dentro il suo Pd.   Ogni tanto non le viene la voglia di ritornare in Thailandia?

“E’ tutta la vita che parlo apertamente che mi espongo e vengo criticato. Sono pieno di ferite che però non intaccano la sostanza della mia persona. Un giovane mi prende di petto? Ben venga. Mi dispiace solo che non si conosca sufficientemente la mia storia e che non si sia levata qualche voce di solidarietà dal gruppo dirigente nazionale; al contrario, ogni volta che posso, mi spendo con generosità per gli altri. Ma non è questo che mi fa rimpiangere la scelta del ‘ritiro’, di una fuga, come diceva Ingrao, nel ‘convento’. Semmai il rimpianto viene dalla constatazione che la politica, anche quella più bella, è un linguaggio ‘monco’ che non ti fa comprendere il profondo dell’esistenza e i sentimenti che scuotono e attraversano gli esseri umani”.
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero, prima ancora Parma, Firenze e Viterbo, dove iniziò a 19 anni con un pezzo sul pattinaggio artistico. Ama i giornali, e soprattutto le notizie. Molto meno le bio. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.