Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (Ansa)

La federazione con la Lega è il nuovo grande piano (aziendale) dei Berlusconi

Salvatore Merlo

Per Salvini è situazionismo, ma il Cav. pensa già al dopo: dietro “l’inizio di un percorso” verso il partito unico c'è anche l'idea di trasformare Fininvest in una grande finanziaria. Con un occhio al Quirinale

Il piccolo progetto della federazione con Matteo Salvini, il partito unico, è uno spicchio del più grande progetto che avanza in famiglia e in azienda: mettere a posto le cose. Sistemare. Tutto. Anche Mediaset e pure Mondadori. Proiettarsi nel futuro, dunque. Con ordine. Con la pace nel sangue. È da tempo che Marina e Pier Silvio Berlusconi ci pensano, ne parlano con il padre, soppesano ogni aspetto della questione. Sono ragionamenti ciclici. Ma sempre più frequenti, dicono. Stringenti. E infatti i pranzi del lunedì, ad Arcore, a casa del Cavaliere, con Silvio e Fedele Confalonieri, da qualche tempo, più che mai pare siano diventati lo sconfinato oceano da cui sorgono le bufere e i miraggi, si tracciano le rotte, s’immaginano i punti d’approdo definitivi per quell’incredibile vicenda umana, per quell’irripetibile romanzo (o musical, a seconda dei punti di vista), che va sotto il nome di “vita di Silvio Berlusconi”.

 

Il Titano ribelle, mezzo Prometeo e mezzo Anticristo, anomalo perché in conflitto d’interessi, in conflitto d’interessi perché anomalo, chiamato dal destino a imporsi, a distruggere, a dilaniare anche se stesso per trentacinque anni  in una battaglia e in una sofferenza sovrumane. Così, arrivato adesso al traguardo glorioso degli ottantaquattro anni, sconfitto persino il Covid come fosse la procura di Milano, attorno al Cavaliere invecchiato ma non domo, lui che continua malgrado tutto a smaniare e concupire al punto da immaginarsi sul serio candidato alla presidenza della Repubblica (“Meloni e Salvini me l’hanno promesso”), ecco che cala l’intelligenza protettiva degli affetti. È infatti con una certa dose di pragmatismo che ad Arcore, a Segrate, a Cologno Monzese e in via Paleocapa a Milano, assecondano, benedicono e spingono il piano della federazione con la Lega. Che poi significa partito unico, anzi “l’inizio di un percorso” verso il partito unico, come ha detto Berlusconi stesso la settimana scorsa a Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Mara Carfagna facendoli trasecolare. Ma quello che per il Sultano immaginifico è soltanto il penultimo rilancio della sua vita straordinaria e cantabile, per i figli e gli amici di una vita è invece una messa in sicurezza del grande Silvio. Padre e fratello acquisito. È la certezza di una via d’uscita onorevole per l’uomo attorno al cui carisma ludico e monocratico ha tumultuosamente danzato l’intera Seconda Repubblica.

 

Mettere a posto, si diceva. Ogni cosa. E infatti, mentre ci si avvia a una rapida ma accidentata fusione con la Lega, ovvero a un disimpegno da quella fatica quotidiana della politica che tuttavia porterà Berlusconi a essere il presidente del più grande partito d’Italia, ecco che la scelta politica s’intreccia con quella aziendale. Come sempre. Tutto conduce a una nuova visione del ruolo della famiglia nel capitalismo italiano ed europeo. Meno politica significa anche forse meno Italia, in prospettiva. E l’idea, sempre più precisa, sempre più messa a fuoco, dopo l’uscita da Mediobanca, è infatti quella di trasformare Fininvest, la holding famigliare, in una grande finanziaria sul modello Exor, la holding olandese controllata dalla famiglia Agnelli-Elkann. Spalancare l’orizzonte a nuove prospettive d’investimento. E dunque - perché no? - lasciare anche la guida diretta delle aziende editoriali.

 

E allora Pier Silvio potrebbe lasciare la guida di Mediaset nelle mani di manager capaci e sperimentati come Stefano Sala, l’attuale amministratore delegato di Publitalia, per affiancare così  la sorella Marina alla guida di  Fininvest. Una portaerei da varare nel mare grande della finanza internazionale. Il futuro è una verità schiusa a misteriose promesse, certo. Eppure cresce l’esigenza di rimettere a posto i tasselli della storia e della conquiste del Cavaliere. In forme innovative. Con un porto sicuro in Italia, ma lo sguardo rivolto anche altrove. Dunque quella che per Salvini è poco più di una trovata situazionista, la fusione dei partiti, poco più d’una mossa tattica per sommare i sondaggi di Forza Italia a quelli della Lega e poter così dire alla Meloni (che ieri ha superato la Lega): “Il leader sono sempre io”, per la famiglia Berlusconi è invece strategia. Ampia. Complessiva. Pianificazione minuziosa del futuro. Sono gli appunti per il dopo. Certo in mezzo a tutto questo c’è Lui. Come sempre.

 

Il Cav., ovvero  l’uomo eterno per il quale quello dell’erede (Salvini?)  è da sempre un gioco elusivo disseminato di innocui cadaveri. Un gioco al cui fondo c’è stato sempre e soltanto Lui: il sorriso appena accennato in una contenuta adorazione di sé. “Dopo di me il diluvio”. Berlusconi non ha mai sopportato nessuno che nemmeno lontanamente potesse essere il suo successore. Nemmeno con il suo sostegno. Al punto che in questo progetto, che per ora condivide, e che anzi dicono sia una sua idea, lui non s’immagina pensionato. Bensì elevato. Al Quirinale. Possibile? Inverosimile per chiunque. Ma non per il Cavaliere, che malgrado l’età pensa sempre che il fulmine (cioè lui) s’illumina la strada da solo. Per gli altri che lo circondano e vogliono proteggerlo, però è diverso. L’idea, alla fine, è sostanzialmente quella che Berlusconi resterà comunque. Anche senza Forza Italia. Come Lenin nel mausoleo. Attraverso un codice, un’efflorescenza, un’emanazione. Il leninismo e il berlusconismo. Una luce immortale e un conto in banca. Una piccola pattuglia di parlamentari con Salvini  e una holding finanziaria globale.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.