Pd, le prime mosse di Letta: via i capigruppo, segreteria con tecnici e poche correnti

Il segretario sente i leader delle opposizioni sulle riforme, a partire dalla legge elettorale. E intanto ha in mente di sostituire Delrio e Marcucci

Simone Canettieri

Rossomando e De Micheli in pole al Senato e alla Camera, Morani vice. Poi interroga i circoli sulla sua relazione. Le correnti sempre più spiazzate

Prima delle correnti del Pd, tocca agli operatori tv. Lo aspettano davanti al Nazareno, ma forse non hanno ancora fatto il callo con la fisionomia del nuovo segretario. Così Enrico Letta, passo veloce, varca la sede del partito in compagnia del “per ora solo amico” Marco Meloni. E li buggera tutti. Poi si chiude al secondo piano dove lo aspetta il tesoriere Walter Verini. Fine delle trasmissioni. Letta non parla. Lo farà oggi, ma con la stampa estera. Intanto, un forte tramestio attraversa i gruppi parlamentari. (Canettieri segue nell’inserto III)   
Tutti si aspettano, se non una scossa, almeno una forte carezza di discontinuità. Ma tutti, fra le correnti che animano il Pd, si augurano che non inizi da loro a usare il cacciavite. Gira, per esempio, l’ipotesi che il neo segretario intervenga nel nome del “girl power” con il cambio dei capigruppo: Anna Rossomando al Senato (al posto di Andrea Marcucci) e Paola De Micheli alla Camera (in sostituzione di Graziano Delrio). Con Alessia Morani (Base riformista) vicesegretaria. Ipotesi che circolano, ma che vengono prese e respinte da tanti parlamentari alle prese con il terzo segretario di questa legislatura: “E l’autonomia dei gruppi? I nuovi capigruppo andrebbero votati, no?”. Anche per questo dossier c’è tempo. Visto che la segreteria Letta non vedrà la luce prima di una settimana-dieci giorni. E “sarà all’insegna della competenza”.

 

Questo significa che il neo leader potrebbe anche nominare figure d’area e non le solite emanazioni dei capicorrente. Draghismo puro. Come d’altronde il debutto con la stampa estera. E anche certe dinamiche scaturite nel Pd dalle sue parole sul ritorno al Mattarellum lasciano perplessi: “Con il taglio dei parlamentari i collegi sarebbero vastissimi, e dunque servirebbero le primarie per i candidati”, mettono qua e là nel Pd le mani avanti un po’ tutti. “Sì, sarebbe il modo migliore per decidere le liste”, dice Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dem dell’Anci. Per il resto c’è un clima di circospezione, non molesta, intorno al nuovo corso del Nazareno. Letta passa la giornata a pensare a cose logistiche (manterrà la stanzetta che fu di Nicola Zingaretti?) ma anche molto serie come il caso AstraZeneca, che entra nella carne viva del paese e soprattutto dell’Europa. Durante la giornata si muove con diplomazia con Palazzo Chigi. Ma parla di riforme anche con i leader dell’opposizione (Meloni, Tajani, Toti, Lupi) e cerca Matteo Salvini.


La giornata ha un brivido con la visita (postuma) di Nicola Zingaretti a Mario Draghi: i due praticamente non si conoscevano. E adesso che il governatore non è più leader del Pd c’è stato il modo di farli incontrare. “Per smentire le cattiverie - come le chiama l’ex segretario dem - circolate in questi giorni così convulsi”.


Di fatto è la questione vaccini a occupare tutta la giornata politica, compresa quella di Letta che si era messo in agenda di inviare un vademecum a tutti i circoli del Pd per iniziare un processo di condivisione pronto a sfociare in un’altra assemblea, come quella di domenica. Invece AstraZeneca fagocita tutto.  O quasi. In serata Letta invia un questionario di venti punti sulla sua relazione scorporata. Vuole conoscere il parere dei territori. Letta lascia aperto un ventunesimo punto per chiedere ai circoli come vorranno interloquire con il quartier generale: agorà digitali o appuntamenti fisici e dunque in presenza? Due settimane per rispondere.    


 Davanti a questo caos, passano in subordine le reazioni freddine del M5s alla proposta di Ius soli (subito rilanciata da Matteo Salvini: “Vuole fare cadere il governo?”). E tutto scorre veloce e caotico, tra i dubbi dei parlamentari in chat e le chiacchiere riservate dei tre big Pd che stanno al governo. Consapevoli che la musica è cambiata anche per loro. Lo capiranno dalla nuova segreteria, ma magari anche dalle nomine che verranno nelle partecipate.
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.