Politica
In attesa di Fico •
Una crisi bellissima (o quasi)
Capire come finirà la crisi oggi non è semplice ma dire che la crisi potrebbe consegnare all’Italia un quadro politico migliore rispetto a quello precedente è una verità non così remota e che potrebbe persino realizzarsi a condizione che i duellanti capiscano che le corde che si irrigidiscono poi si spezzano

Il titolo di questo articolo forse è un po’ spericolato, considerando che nel momento in cui stiamo scrivendo la crisi di governo è tutt’altro che risolta e considerando che le corde che si strapazzano sono sempre corde che alla fine si possono spezzare. Ma la verità allo stato attuale è che venti giorni dopo la fine formale del BisConte, con il ritiro ufficiale da parte di Matteo Renzi delle ministre di Italia viva, le possibilità che il nostro paese, nelle prossime ore, abbia un governo migliore rispetto a quello precedente sono infinitamente superiori rispetto alle possibilità che al termine di questa crisi l’Italia possa cadere dalla famosa padella all’altrettanto famosa brace.
Non sappiamo ancora come finirà (Renzi un tentativo di far saltare il banco lo potrebbe ancora fare) ma sappiamo che le due opzioni vere che si presentano oggi di fronte ai protagonisti della crisi sono due e sono entrambe politicamente da sballo, specie se si pensa a quelle che sembravano essere, il 4 marzo del 2018, le premesse fosche, plumbee e cupe di questa pazza legislatura.
L’opzione numero due, che dovrebbe essere in teoria quella da incubo, quella che si dovrebbe manifestare nel caso di incapacità dei contraenti della vecchia maggioranza di governo di mettersi d’accordo, è ovviamente l’opzione da sogno e coincide con l’idea che sia possibile avere, magari con i voti non ostili di Lega e Forza Italia, un governo guidato da sua eccellenza Mario Draghi, e già la sola idea che il Parlamento meno europeista della storia della Repubblica possa avere i numeri teorici per esprimere un voto di fiducia all’italiano che più di tutti in questi ultimi anni ha incarnato il sogno europeista offre la dimensione perfetta di quale è stata l’incredibile evoluzione di questa legislatura (i film si guardano per intero, non soffermandosi su un singolo fotogramma).
L’opzione numero due è però un’opzione che difficilmente si potrà realizzare, anche se fino a ieri Matteo Renzi continuava a giocare d’azzardo quotando al 50 per cento l’ipotesi di un governo Draghi. E così, per realismo, occorre provare a capire quali trasformazioni positive potrebbe registrare un nuovo governo Conte. E se gli elementi introdotti al tavolo delle trattative in queste ore, sia da Italia viva sia dal Partito democratico, verranno confermati verrebbe da dire che questa crisi, per quanto incomprensibile vista lontano dall’Italia, potrebbe fare persino bene alla maggioranza di governo (e anche all’opposizione).
Si può non essere ottimisti, sul futuro dell’Italia, immaginando che l’esito delle trattative fra gli azionisti della maggioranza potrebbe produrre un contratto di governo in cui vi sarà un po’ meno il modello Bonafede e un po’ più il modello Caiazza, in cui vi sarà un po’ meno giustizialismo e un po’ più garantismo, in cui vi sarà il modello Jobs Act che andrà a riequilibrare il metodo Mimmo Parisi, in cui vi sarà un’attenzione al lavoro che non si andrà a esaurire con l’attenzione al Reddito di cittadinanza, in cui vi sarà una maggiore attenzione al tema dello sblocco dei cantieri, in cui vi sarà una maggiore possibilità, Mes o non Mes, di avere più fondi per finanziare le politiche sanitarie, in cui vi sarà una maggiore propensione a costruire un Recovery plan orientato a utilizzare un po’ meno gli incentivi e un po’ più gli investimenti?
Al di là dei nomi che andranno a ricoprire le caselle di un eventuale Conte ter (è possibile che già oggi vi sia una riunione tra i vertici delle forze di maggioranza) l’evoluzione della crisi, vista sotto questa prospettiva, potrebbe essere l’occasione giusta tanto per offrire al paese un esecutivo migliore rispetto a quello precedente quanto per costringere i partiti presenti in Parlamento a isolare il più possibile gli estremismi presenti al proprio interno. Vale naturalmente per il M5s, che grazie alla crisi ha avuto la possibilità di mettere in un angolo il modello Dibba-Paragone, ma vale tutto sommato anche per il centrodestra, che nelle ultime settimane è stato costretto a mettere in scena uno spettacolo inedito per la leadership salviniana: la corsa alla moderazione.
Succede così che durante la crisi, pur non avendo il coraggio di fare la mossa che avrebbe spiazzato tutti offrendo la propria disponibilità a un governo istituzionale non a tempo, Salvini abbia capito quello che negli ultimi anni non era riuscito a comprendere, ovverosia che l’unico modo che ha il centrodestra per avere una prospettiva di governo non è cercare di spaventare ma è provare a rassicurare. E così, per qualche settimana, niente tweet nostalgici su Trump, niente tweet inferociti sull’immigrazione, poche interviste di Borghi e Bagnai, citazioni di De Gasperi al Senato, critiche a Putin sul caso Navalny in Parlamento europeo, elogio di Silvio Berlusconi come ideale candidato alla presidenza della Repubblica, trasformazione dell’alleanza con Forza Italia in una sorta di patto federativo tra partiti e tentativo disperato di dimostrare che per resettare il centrodestra populista è possibile azzerare il salvinismo senza azzerare la leadership salviniana (vaste programme).
Dire come finirà la crisi oggi non è semplice ma dire che la crisi potrebbe consegnare all’Italia un quadro politico migliore rispetto a quello di prima è una verità non così remota e che potrebbe persino realizzarsi a condizione che i duellanti capiscano che le corde che si irrigidiscono sono corde che poi si possono spezzare e a condizione che i protagonisti della partita comprendano che fare bene è cruciale, ma che fare presto, quando c’è una pandemia, lo è ancora di più.
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Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.
