Politica
La crisi vista dal Nazareno •
Nel Pd s’affacciano i piani b (ma per Zingaretti l’alternativa è il voto)
Il Partito democratico appare diviso sulle scelte da prendere nel caso in cui il dialogo tra Renzi e Conte dovesse naufragare

Roma. Nicola Zingaretti e i suoi nelle ultime ore ripetono spesso la parola chiave della settimana: affidabilità. Matteo Renzi, dicono al Nazareno, deve mostrarsi affidabile. L’altra parola chiave è Conte, nel senso di Giuseppe. E’ lui il nome per la presidenza del Consiglio, come stabilito in direzione nazionale. Ma è l’unico? “Per ora c’è Conte”, dice Matteo Orfini. Per ora. Al che la domanda sorge spontanea: ma esiste un piano B qualora l’ipotesi Conte più dialogo con un Renzi responsabile e responsabilizzato dovesse naufragare? Il Pd, scavando a fondo, appare diviso sulle scelte successive.
Il segretario non ha al momento nessun piano B, se non un governo istituzionale che porti poi il paese alle elezioni. Nel resto del partito, invece, abbondano le zone grigie, e c’è già chi si prepara ad affrontare le varie subordinate che si potrebbero verificare. Compresa un’apertura a Forza Italia che, dice Dario Nardella al Foglio, “ha senso se si cambia profondamente l’agenda e la composizione del governo Conte ter”.
Naturalmente resta da capire se Forza Italia possa essere davvero interessata a un governo con Conte presidente del Consiglio (“Non mi pare che ci sia l’apertura ad un governo Urusla o altre formule simili visto che Berlusconi ha deciso di andare da Mattarella insieme al centrodestra unito”, ha detto ieri sera il vicesegretario del Pd Andrea Orlando). E resta da capire se la prospettiva interessi tutto il Pd. Lorenzo Guerini considera la maggioranza Ursula un’ipotesi complicata e a domanda precisa si mostra diffidente con i suoi interlocutori. Meglio restare fermi allo schema Conte con Renzi dialogante, ci dice Stefano Ceccanti: “Renzi ha posto in importanza gerarchica ragioni di policy al primo posto e problema di leadership al secondo. In una logica di equilibri politici un partito minore non può avere ragione su entrambi. Anche nelle democrazie proporzionaliste i partiti piccoli ottengono ragioni di merito sulle policy e di struttura ministeriale ma il premier lo decide il primo partito”. E il Pd ha indicato Conte. Per ora, appunto, come direbbe Orfini. Ma quale potrebbe essere la prospettiva? La illustra un autorevole sottosegretario del Pd: “E’ chiaro che noi, Leu e Cinque stelle possiamo solo stringerci su Conte adesso e aspettare di capire se qualcosa si muove, sulla base di un lavorio che è comunque in atto. Ma se questa principale dovesse fallire, la subordinata di una maggioranza più ampia deve già essere pronta senza perdere tempo. Al popolo grillino intanto va fatta digerire l’ipotesi di alleanza con Forza Italia. E in questi giorni mi pare che la cosa sia stata abbondantemente digerita. Se viene meno Conte – e per ora non se lo augura nessuno di noi ma può succedere – c’è già uno schema pronto”. E lo schema senza Conte potrebbe mettere insieme un governo in cui c’è anche Forza Italia? “Sì, ripetendo il patto alla rovescia del governo gialloverde, di non belligeranza nel centrodestra”, dice ancora l’autorevole sottosegretario del Pd al Foglio. “Ma per ora c’è la fase Conte. E secondo me è ancora molto improbabile che fallisca”. Certo, Conte è in difficoltà, tra Renzi che continua ad attaccarlo e i senatori responsabili che tornano all’ovile, ma “è ancora l’ipotesi più solida, soprattutto perché tiene insieme i Cinque stelle: la vera incognita è lì, se reggono o esplodono”. Prima di chiedersi infatti se Di Maio possa fare il presidente del Consiglio con l’appoggio del Pd, bisognerebbe farsi un’altra domanda: ma Di Maio su quanti parlamentari del M5s può contare? Tra i grillini c’è chi dice soltanto una cinquantina.