Trasformista sarà lei!
La crisi e le differenze tra un trasformismo evolutivo e uno degenerativo

Foto LaPresse
Trasformismo è un’altra parola equivoca o malata. E’ usata moralisticamente per descrivere un fenomeno evolutivo della politica, tipico in particolare dei regimi di democrazia parlamentare. Settori della maggioranza o dell’opposizione cambiano posizione, favoriscono nuovi progetti di governabilità e di potere, e in questo cambio si realizza lo spazio trasformistico o metamorfico paragonato a una palude. Tutti dovrebbero sapere, visto che l’ignoranza è solo facoltativa, che all’origine dell’Unità d’Italia, per fare un esempio solo e ravvicinato, sta un atto di trasformismo, il famoso connubio destra-sinistra, al centro, tra Cavour e Rattazzi. E che cosa illumina il trasformismo e ne fa una cosa seria, una procedura di grande orizzonte e non un caso di opportunismo banale o, come direbbero i cretini collettivi, di poltrone? Lo scopo, l’efficacia rispetto a un progetto (nel caso storico in questione l’unità del paese, scusate se è poco).
La mia tesi, non così azzardata, è che se dalla crisi si esce con un TrisConte, si conferma un itinerario legittimo, trasformista per necessità, che parte dalla cacciata di Salvini, auspice Renzi, e dalla torsione dei 5 stelle vincitori delle elezioni del 2018, mediante l’avvocato di Volturara Appula, delizioso paesino carico di storia, da gruppazzo di scassinatori a partito un po’ grottesco ma europeista. Conte, l’avvocato del popolo e dell’Europa, tra Padre Pio e Rocco Casalino, ha fatto due cosette o ne è stato al centro: il lockdown e la svolta dell’indebitamento comune di cui l’Italia è beneficiaria per un terzo. Se continua lui, TrisConte, con all’ingrosso il suo governo e la sua maggioranza di base, per dirla con i censori moralistici del trasformismo, l’atto originario di svolta con le sue buone, ottime conseguenze è sviluppato e legittimato in un trasformismo buono. Si fa un governo per tirarne le somme in coerenza, vaccini e Recovery plan.
Se invece si impasticcia un nuovo nome per Palazzo Chigi, una nuova squadra che dà soddisfazione a questo o a quello, e un soi disant nuovo programma perfezionista, ecco che il trasformismo diventa cattivo, diventa impostura, corrisponde ai tratti che gli affibbiano i moralisti più incalliti, si stacca dall’origine politica del BisConte e dagli scopi perseguiti e impostati per oltre un anno. Conte non è insostituibile per principio, ovviamente, con tutti i suoi difetti e i suoi notevoli meriti. Ma nessuno sarebbe mai in grado di indicare, per un esecutivo diversamente guidato, una base di legittimazione politica come quella che portò alla svolta post Papeete. E che ha prodotto la battaglia contro la pandemia e la trasformazione dell’Italia nel laboratorio privilegiato di una grande svolta europea nel segno del riequilibrio e dell’addio alla nozione più gretta di austerità (la frugalità). Sarebbero premiate le ambizioni di piccole formazioni, di grandi intelligenze, di gruppi editoriali e giornalistici in cerca di bellurie, di correnti e gruppi di potere, di confindustriali frustrati, di personalità in ascesa ripida e improbabile. Con la sola eccezione di un governo Draghi di unità nazionale, supertecnico e superpolitico, che però non è nelle cose e nelle aspirazioni degli stessi protagonisti. Trasformista a mmia? Trasformista sarà lei.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.




