Il "full monty" di Casalino

I colloqui simultanei di Conte con i giornali, la strategia di Casalino e le altre tecniche di “spin”. L'idea di "fare come nei sottomarini quando si spara a salve", la tattica "Sherazade" e lo scontro tra "comunicazione di prodotto" e "comunicazione corporate".
11 DIC 20
Ultimo aggiornamento: 05:02
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Non siamo (per fortuna, vista la drammaticità) dalle parti de “Le idi di marzo”, il film del 2011 in cui George Clooney, nelle vesti di regista e attore, si cimentava con le mosse sotterranee dei comunicatori politici durante le primarie americane. Siamo a Roma, la sera del 9 dicembre 2020, dalle parti di Rocco Casalino, portavoce del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ideatore delle sortite mediatiche di un premier che mercoledì sera, dopo il discorso di Matteo Renzi sul Recovery fund in Senato, discorso applaudito dalle opposizioni e non disdegnato dal Pd, ha adottato, con Casalino ai posti di combattimento, la strategia anche detta, all’anglosassone, del “full monty”: in questo caso non sinonimo di streap-tease, come nel film omonimo sui disoccupati spogliarellisti, ma sinonimo del voler “riempire tutti gli spazi possibili contemporaneamente”. Vale a dire convoco telefonicamente i principali quotidiani, per colloqui tanto “riservati” quanto costellati di concetti ricorrenti.
E se ieri, dunque, gli scambi di veduta-intervista-retroscena comparivano, lungo una linea sospesa tra preoccupazione e azzardo, su Corriere, Repubblica e Stampa, con eco sul Messaggero e con titoli diversi su contenuti simili (il cui succo era, in ogni caso, “coinvolgeremo tutti”, con corollario di altre parole utili a depotenziare l’effetto dell’attacco renziano), il 12 giugno scorso, in giorni di contestazioni anti-governative, il “full monty” di Rocco aveva prodotto addirittura l’occupazione mediatica simultanea di sei testate: Corriere, Repubblica, Stampa, Sole 24 Ore, Messaggero e Fatto. E se oggi è possibile, nei vari colloqui, ritrovare in ogni caso variazioni sul tema del “colossale fraintendimento sul Recovery Fund” o delle “vittorie e sconfitte” che al premier non interessano, ché “qui vince o perde l’Italia” o sul tema del “governo che può continuare solo sulla base della fiducia di ciascuna forza di maggioranza”, in quel giorno di giugno le interviste esclusive, ma in batteria, prevedevano la declinazione multipla di rassicurazioni sui famosi e famigerati Stati Generali, oltre a piccole differenze. E così sul Corriere compariva la frase sul “clima migliore di quello che sembra”, su Repubblica quella sulla mancata istituzione delle zone rosse, sulla Stampa quella sull’eventuale partito personale, sul Sole24 ore e sul Messaggero quella sul “rilancio del paese”, mentre sul Fatto Conte appariva convinto di ogni decisione presa durante la prima ondata pandemica, caratterizzata altresì dalle dirette Facebook serali del premier, con Casalino in versione vigile urbano virtuale: colui che gestisce il flusso di domande e insofferenze (visti anche i ritardi di ore).
Ma a quale bisogno strategico-comunicativo corrisponde il “full monty” di Rocco? Fare un briefing con la stampa quotidiana, ma evitare il fuoco di fila delle agenzie, con rischio di risposta immediata degli altri leader politici? Non chiudere la giornata in tv? O fare “come nei sottomarini”, suggerisce un esperto di comunicazione politica, “sparando finti missili a salve per potersi muovere indisturbato”? O ancora sperimentare la “tecnica Sherazade”, quella del “ti racconto una nuova storia per non morire”? Finora Casalino ha cercato di espandere, per Conte, la dimensione collegiale mancante a forza di tavoli e foto di gruppo. Ma per la task force eventuale del Recovery non c’è ancora, e non a caso, un luogo fisico che possa dare suggello visivo al bisogno di condivisione. “Quello tra Renzi e Conte è stato uno scontro tra comunicazione per così dire di prodotto, quella del leader di Italia Viva, e comunicazione-corporate, quella del premier”, dice Lelio Alfonso, già direttore della comunicazione istituzionale presso la Presidenza del Consiglio ai tempi del governo Prodi 2006-2008, poi campaign manager e ora autore, con Gianluca Comin, di “Zona rossa-il Covid19 tra infodemia e comunicazione” (ed. Guerini Associati): “Entrambi hanno voluto dimostrare di essere al centro del campo. Il premier nella parte di colui che attende e colpisce successivamente, non potendo gareggiare sul piano della politica maieutica. Volendo fare un paragone calcistico, Renzi ha giocato tra le linee, Conte a zona”.