Fiducia e legittimità, quel che manca all'Italia
Gli Stati Uniti e noi, due sistemi diversi. Là la politica forma le corti, ma tutti hanno fiducia bipartisan nel fatto che le toghe saranno imparziali esecutori della legge. E poche regole, ma sanzioni certe se le infrangi

Quando i francesi votano il presidente, a pochi minuti dalla chiusura delle urne in tv si assiste al gioco delle immaginette sovrapposte sullo sfondo del Palazzo dell’Eliseo, l’ultima volta il mezzobusto di Marine Le Pen e quello di Emmanuel Macron, e subito dopo un istante di suspense appare il volto di chi ha vinto. Notaio, funzionario e prefetto sono la nostra triade euronapoleonica. Negli Stati Uniti, come stranoto, non si conta il voto popolare con metodo centralizzato, con il contorno di un facile gioco di proiezioni statistiche e l’esito in tempo reale, si contano i voti dei singoli stati che inviano una delegazione di grandi elettori nel Collegio elettorale. Sicché tutto è più lungo e complicato, c’è il numero magico di 270 da raggiungere per diventare presidente eletto, il dubbio sugli stati in cui i risultati, quando non ci sia una valanga per l’uno o per l’altro, sono in bilico, e infine c’è il ruolo di controllo e decisione sulla conta da parte dei giudici, a volte più cavallerescamente con Bush vs Gore nel 2000 e a volte più cupamente e minacciosamente come con Trump vs Biden or ora.
I giudici in America sono elettivi o di nomina politica, quelli supremi sono a vita, mentre in Europa sono una casta togata vincitrice di concorsi e un ordine che si autogoverna e si autodetermina le carriere. Anche negli Stati Uniti ci sono giudici politicizzati o giudici corrotti, normale, ma del sistema americano è parte questa per noi (in particolare noi italiani) misteriosa caratteristica: la politica forma le corti, ma tutti hanno fiducia bipartisan nel fatto che le toghe saranno imparziali esecutori della legge, questione di etica pubblica, di formazione del ceto, di esposizione a un’opinione generale intrisa di severità puritana, non incline a compromessi in fatto di giustizia.
Nel processo elettorale a nessuno è venuto in mente, non ai liberal e nemmeno a Trump che sollecitava pronunciamenti legali in suo favore, che i tutori del diritto avrebbero favorito riconteggi o blocchi dello scrutinio a richiesta, senza indizi massicci o prove, senza sostanza per ottenerli. Pensate se Davigo Di Pietro De Magistris o Palamara fossero arbitri della cernita dei voti nei nostri collegi elettorali: chi si fiderebbe, chi se ne starebbe sereno a aspettare il loro responso? Eppure teoricamente da noi la politica, che di là dall’oceano nomina e decide, non mette becco.
Si dice che il presidente scelto dagli elettori a Washington è proclamato come eletto, con tutte le guarentigie della transizione compreso lo spazio aereo sorvegliato e altro (quando l’avversario non è un Truce ex arancione, ora grigio di capelli), dall’Ap, l’Associated Press, un organo della stampa. E’ vero, per tradizione il call degli stati diventa notizia e fatto pubblico quando è rilanciato come dato inoppugnabile dall’Ap. Anche i media, così divisivi per altri motivi, sono come i giudici depositari di una grande fiducia, in realtà. Lo stesso per i funzionari pubblici che, non importa se in stati governati da maggioranze repubblicane o democratiche, devono in effetti a scrutinio ultimato definirlo, comunicarlo, formalizzarlo. Fiducia, anche lì. Perfino il comportamento dei Grandi Elettori, che devono ratificare la scelta del popolo votando secondo i suoi desiderata per l’uno o per l’altro, non è normato da altro che non sia la fiducia, e solo in alcuni stati c’è una legge obbligante per questi elettori di secondo grado. I tentativi di delegittimazione ci sono, ma nonostante un voto che comincia per posta mesi prima, e che nel caso recente si è prodotto con una valanga di lettere e formulari, e malgrado diverse leggi locali per le procedure elettorali, tutte stabilite stato per stato, con eventuali ricorsi giudicati dalle corti, niente da fare, la legittimità si produce in mezzo a quello che a noi pare un caos decentrato e inafferrabile.
Ci ha sempre stupito il fatto che in molte parti d’America ti puoi sposare sulla base di dichiarazioni d’amore e fedeltà, in un fiat pochissimo documentale o burocratico, e anche divorziare a razzo, e che in un albergo potevi dire, fino a non molto tempo fa, di chiamarti George Washington o Napoleone Bonaparte, senza ulteriori indagini della réception. Poi però se infrangi la legge, la sanzione è durissima e inevitabile, la pena certa e ravvicinata nel tempo, insomma tutto un sistema che è il contrario del nostro. E fiducia, questo ingrediente decisivo a cui noi opponiamo dappertutto sistemi di regole, vuol dire tradizione e senso comune, cose che valgono perfino dopo quattro anni di deragliamenti di tipo allucinogeno in questi due campi.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
