Politica
Una richiesta per Speranza •
Meglio ridurre i parametri del piano di monitoraggio Covid
Il dilemma dei ventuno. Meglio 5? Puntare solo su terapie intensive e ricoveri? La questione dei dati: valutare quelli del giorno prima? La richiesta di riduzione intanto è già partita (vedi cabina di regia)

Foto LaPresse
Ventuno parametri per salvarsi, ventuno parametri per impazzire, ventuno parametri che diventano, via via, come i “21 grammi” del film di Alejandro González Iñárritu, quelli che misurano il peso dell’anima, solo che qui in ballo ci sono il peso e l’incisività della risposta al virus. E insomma sono giorni che i ventuno indicatori del rischio Covid, messi a punto dall’Iss e introdotti con un decreto del ministero della Salute a fine aprile, sono al centro del dibattito nel governo, nella cabina di regia e nel Cts, nell’improvviso, scomodo ruolo di capro espiatorio. E così, nei giorni scorsi, dalla cabina di regia e da alcuni membri del Cts è partita, in via informale, la richiesta di “aggiornare” l’algoritmo di quello che è stato descritto dal premier come “bussola” per il piano d’azione a zone differenziate.
La criticità del sistema “a ventuno parametri” è emersa anche per via del problema collaterale: i dati devono essere inviati dalle regioni. E sono dati che, spalmandosi su così tanti indicatori, e non essendo sempre raccolti uniformemente e accuratamente, rischiano di rallentare la macchina della risposta all’emergenza. Al ministro della Salute Roberto Speranza è stata dunque fatta pervenire in via riservata una richiesta di aggiornamento, modifica e alleggerimento di un meccanismo che, racconta un esperto, “con il passare dei mesi, e con il riaggravarsi della situazione, rischia di far venire il mal di testa anche a noi, pur essendo accuratissimo”. Il punto infatti non è né la validità scientifica né la precisione del metodo, quanto i problemi operativi che può creare sul campo. Se si vogliono riscontrare informazioni utili al momento di emergenza presente, è dunque il concetto espresso nella richiesta informale, si proceda a sfrondare, perché ventuno parametri, in questa situazione, possono creare – questo il sentire di alcuni esperti – un vero “delirio”. Non solo: la richiesta di semplificare, affidandosi soltanto ad alcuni indicatori di rischio imprescindibili, dicono negli ambienti governativi, è in sintonia anche con l’orientamento del premier Giuseppe Conte, a volte perplesso di fronte a qualche eccessiva complessità. Altro rilievo, quello del ritardo dei dati rispetto al reale (finora si riferiscono a una settimana prima). Per decidere quale zona è rossa e quale no e a che punto si è bisognerebbe quindi fornire, dicono i critici, “dati dei ricoveri e delle terapie intensive più recenti, meglio se risalenti al giorno prima”. Anche dal Cts è giunto a un certo punto il consiglio: meglio “rivedere” alla luce della situazione epidemiologica, e puntare su un numero minore di criteri ma con dati aggiornati, per poter agire con aderenza alla situazione. Nella cabina di regia, intanto, si ragiona su una riduzione a cinque o sei parametri. E però c’è anche un problema a monte: i dati che arrivano, quanto sono affidabili? Sempre l’Iss ha messo a punto un sistema di controllo dei dati in arrivo dalle regioni. Ma per quanto il controllo sia accurato, e per quanto il sistema sia sofisticato, e per quanto i criteri siano interconnessi, anche se non tutti equivalenti nella gerarchia di gravità, è ormai opinione non isolata, anche tra i ministri, che un “tagliando” al meccanismo sia urgentissimo. E le regioni? Il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa è convinta che “andrebbe fatto”, dice al Foglio, “anche se certamente non adesso, un ripensamento dell’equilibrio-poteri tra centro e regioni, attraverso una riforma del Titolo V della Costituzione”.
Ma oggi i 21 parametri ancora guidano la decisione sui “passaggi di colore” dei vari territori, nella loro divisione in sottoinsiemi: quelli che indicano la capacità di monitoraggio, quelli che indicano la capacità di accertamento diagnostico, l’indagine e la gestione dei contatti, e quelli che indicano la tenuta dei servizi sanitari. Tra i primi figurano il numero dei casi sintomatici, tra i secondi la percentuale di tamponi positivi. E proprio sui tamponi si è aperto un altro dubbio: le regioni devono calcolare anche gli antigenici o soltanto i molecolari? E però, nella babele di indicatori, a un certo punto ieri lampeggiava una piccola luce, nei colloqui governo-esperti: la crescita dei contagi c’è (da cui le ulteriori restrizioni), ma non è più “esponenziale”.
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Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.
