Politica
La lunga marcia della destra •
Erano trumpiani. "Salvini e Meloni si devono ripensare". Parla Orsina (e Vittorio Feltri)
Orfano di Trump. Cosa rimane del sovranismo senza più il ciuffo americano? Una chiacchierata con Orsina e Vittorio Feltri: "Salvini e Meloni adesso devono fare come la Merkel"

Meglio orfani che quel padre. Matteo Salvini che postava i selfie con il pollicione alzato non lo ha mai davvero incontrato (figlio illegittimo). Giorgia Meloni fa la conservatrice e ha smesso di indicarlo come un leader (figlia temeraria). Provate a dirlo alla destra italiana che bisogna dimenticare Donald Trump. Si sa che l’uomo ha già promesso ricorsi, la Corte suprema, ma se perde? (e perde). “Ebbene, se perde è chiaro che il nostro sovranismo avrà un’ulteriore spinta a ripensarsi. Dal male potrebbe nascere del bene. Se la sua vittoria, che ricordo rocambolesca, è stata un simbolo, la sua sconfitta non potrà che essere…”. Rocambolesca. “Eh beh, mi pare”. In viaggio, sulla strada che lo porta da Roma a L’Aquila, il professore di Storia contemporanea, Giovanni Orsina, direttore della School of Government della Luiss Guido Carli spiega che si fa presto a dire “io e Trump siamo così”. L’unico passaggio italiano che si ricordi di lui è “Giuseppi”, e si intende il tweet di intesa indirizzato a Giuseppe Conte, e anche il suo ideologo Steve Bannon si è rifugiato ad Atreju, alla festa di Fdi, ma solo quando era in disgrazia. Lo avevano cacciato dalla Casa Bianca. In pratica, e questo lo scriviamo noi, era già un catorcio del pensiero.
“La verità? Non mi sembra che Trump abbia davvero aiutato Salvini e Meloni”. Ma insomma che ci trovavano in lui? “L’arcisovranista. Il muro di fronte al Messico, il protezionismo, la sua battaglia contro il politicamente corretto. Insieme a Trump hanno creduto di poter mettere un freno alla globalizzazione”. Non è che stia andando benissimo neppure per la sinistra. “I democratici infatti non sono contenti. Eppure dovrebbero, visto che probabilmente vincono. Trump ha perso, ma rimane pur sempre intatto il suo blocco sociale, che poi assomiglia per certi versi al blocco sociale che si trova in Italia. La destra italiana rimane sempre al 41 per cento con o senza Trump. Non è forse così?”.
E insomma, dice che la Lega forse cambierà ma non tanto e solo perché hanno un (cattivo) esempio in meno da seguire ma perché è scoppiata una pandemia e perché in Europa è stato approvato il Next Generation Eu. Salvini e la Meloni erano già in “analisi” prima del voto americano? “E’ da un pezzo che Salvini non citofona. E poi diciamolo. Fare il leader di destra, ma che fatica. E’ un elettorato ombroso e antipolitico. La felpa e le citofonate, sotto sotto, gli piacciono. L’elettore di destra è sociologicamente conservatore ma nello stesso tempo rivoluzionario. E come si fa a soddisfarlo? Il tema migratorio era perfetto, ma adesso è in secondo (o terzo) piano. La grande sfida è mettere insieme il moderatismo sociale con il radicalismo politico. E si sa che in Italia solo Silvio Berlusconi ce l’ha fatta”.
Giancarlo Giorgetti che con Trump c’entra come i cavoli a merenda indaga nuovi orizzonti europei. Il massimo sarebbero i popolari, ma, al Foglio, ha ammesso “mica sono così stupido da chiamare chi non mi chiama”. “Ma Giorgetti sa bene che i voti li ha presi Salvini. Non sono voti soltanto della Lega” pensa ancora Orsina che suggerisce la diarchia “perché no? Un Giano bifronte Salvini-Giorgetti”. E pensa pure che la Meloni adesso sia in una posizione di “vantaggio”. Guido Crosetto teorizza la bellezza del partito “noioso”. Il professore la chiama invece la “destra meno urticante”. Detrumpizzata. “E la leader di FdI si è mossa in anticipo. Durante la prima ondata ha interpretato al meglio l’opposizione”. Promossa. “E però, non è che senza Trump la destra non è più destra”. Ah no? “Eh no. La destra non deve piacere alla sinistra e non può essere la sinistra che deve legittimare la destra. La destra è destra” risponde ancora il professore.
E allora cosa si fa? A chi si guarda? Angela Merkel sarebbe un riferimento eccezionale. “Ma la sua egemonia è soprattutto l’egemonia della Germania. Salvini e Meloni non dovrebbero avere tanto un modello estero ma un piano di governo e mi sembra che al momento manchi. Dopo la probabile sconfitta di Trump inizierà un lungo cammino”. Sapete allora che c’è? C’è che il più moderato è Vittorio Feltri, il direttore di Libero: “Allora, premesso che Trump rimane un cowboy americano, che la sua sconfitta non cambia purtroppo la destra italiana”. Ma direttore! “Sì, Trump non mi piace esteticamente. Sul Foglio si può dire che la ‘faceva fuori dal vaso’?”. Uhm. Perché allora ha perso? Lo sa? “Ha perso per le proteste giuste del Black lives Matter. E sa cosa penso? Che hanno ragione loro, i neri. Trump? E’ stato abile, ma adesso c’è solo un modello per la destra. Si chiama Merkel. Idonea. La più brava. E smettiamola di dire che in Italia è tutto un casino. L’industria regge, il pil aumenta. Non siamo andati a farci friggere. La destra riparta da qui”. E’ davvero un altro mondo.
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Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio
