Il passo di Calenda per evitare il metodo Giletti

L’autocritica non c’entra. C’entra la lealtà di un rapporto col Pd che si chiede di rinnovare. Vuole diventare sindaco di Roma, dunque vuole essere eletto. Ma ci vogliono i voti
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11 OCT 20
Ultimo aggiornamento: 04:00 AM
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Calenda vuole diventare sindaco di Roma, dunque vuole essere eletto. Per essere eletto sono necessarie qualità che sono in pieno possesso di un candidato come lui, poi ci vogliono i voti che quelle qualità riconoscono, che scommettono sul candidato. Anche questo è strettamente necessario, e Calenda immagino lo sappia. Ha ordinato pare due sondaggi, quanto prendo se il Pd mi sostiene, quanto prendo se mi candido contro tutto e contro tutti. In effetti, forse è vero che Calenda, se si candidi da solo, può far perdere il candidato del centrosinistra alla successione della bambolina, che arriverebbe terza dopo centrosinistra e centrodestra, si spera. Scalfarotto doveva far perdere Emiliano in Puglia, e vincere Fitto, ma non è successo, nessuno è perfetto. Nel caso di Calenda però va’ a sapere.
Calenda è perfetto invece per diventare sindaco di Roma, come ho già argomentato altrove, cioè qui: esperienza, cultura, eloquenza, romanità, un certo piglio, conoscenza dei dossier, attitudine all’amministrazione (è un manager, tra l’altro), gli mancano solo carattere (cioè un impasto di alterigia e umiltà) e profilo politico chiaro. Se vuole lanciare un partito piccolino, Azione!, dal Campidoglio, deve farlo con i propri voti, ovvio.
Se vuole mettere insieme un nuovo polo liberale e riformista alternativo al poco del possibile e al possibile del poco, cioè a questa maggioranza politica e presidenziale, in questo Parlamento, così com’è fatta e virologicamente testata, deve farlo con voti propri. Se vuole i voti mobilitabili forse dal Pd, allora il discorso diventa più credibile e cambia di qualità.
Dicono, dice, che gli ho chiesto di fare un’autocritica di stampo marxista, c’è chi aggiunge stalinista o maoista. Vabbè. Ho lavorato tanto per l’anticomunismo, anche a pagamento, negli ultimi trent’anni della mia vita, che l’accusa di essere rimasto comunista mi fa un baffo. Certo è che quando ho lasciato baracca e burattini, nel lontano 1982, mi sono subito dimesso dalla carica elettiva che ricoprivo, nel Consiglio comunale di Torino: i voti non erano miei o solo miei, la comunità politica che abbandonavo aveva diritto di riprendersi il mio seggio, che non era mio. Loro gentilmente respinsero le dimissioni, ci mancherebbe, e io le ripresentai subito. Allora si usava così, e se sono rimasto comunista in quel senso, sì, lo sono rimasto. Penso che non puoi candidarti, vincere le elezioni con un partito, poi dimetterti e tenerti come una proprietà personale lo spazio politico ottenuto grazie anche ai suoi slanci, alla sua fatica, ai suoi sforzi più o meno generosi. Umanesimo maoista, stalinista trotzkista, leninista, chissà, anche la bienséance, anche le buone maniere dell’Antico Regime tutto sommato implicano una riflessione premarxista, premaoista, prestalinista, preleninista, credo.
Quindi l’autocritica non c’entra. C’entra la lealtà di un rapporto che si chiede di rinnovare. Lo si fa con courtoisie, con gentilezza, riflettendo serenamente sul passato, su tutti quegli applausi chiesti e ottenuti contro Bettini e Zingaretti e Franceschini. Peraltro, gli applausi popolari costano niente, i voti costicchiano di più. Poi c’è l’errore politico. Tutto si può dire, tutto, proprio tutto, ma non che il Pd si sia fatto divorare dai grillozzi, non dico il contrario, questo no, ho rispetto per gli incompetenti come per i competenti, quorum Calenda, ho imparato che è meglio non fare troppo gli spiritosi sul bibitaro, ma insomma. Ammettere senza le ceneri sul capo di aver fatto un errore di valutazione è il giusto prezzo per rinnovare un rapporto politico andato a male, o no? E’ anche il segnale chiaro che non si vuole fare una furbata neoazionista, che non si vuole fare la mosca cocchiera di un clan o di una lobby, si vuole davvero contribuire, cosa che vale più della fondazione di un piccolo partito riformista e liberale, alla grande impresa nazionale e internazionale di rimettere in sesto Roma, di riparare le buche della bambolina eccetera. Ma forse sbaglio io, e allora ci attende come un destino cinico e baro il sindaco Giletti, un Trump all’amatriciana fuori tempo. Io ho sempre Buzzi dietro cui ripararmi, e voi?