Nella stanza di Zingaretti: "Sono ancora qua, eh già" .

Intrufolati nella sede del Pd. “Meno male che ci davano tutti per morti”, dice il segretario. Scene di un successo quasi inaspettato
22 SET 20
Ultimo aggiornamento: 04:10
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“Ci davano tutti per morti, eh”. Invece, segretario Nicola Zingaretti? “Per la prima volta la maggioranza parlamentare è maggioranza anche nel paese. E poi il Pd oggi è il primo partito italiano. Le pare poco?”.
Risata bonaria, sotto alla mascherina. Al secondo piano del Nazareno, i volti, o meglio gli occhi, sono distesi. Nella stanza del segretario si chiacchiera e si telefona con dolce frenesia. Dario Franceschini è in piedi e fa avanti e indietro; Andrea Orlando compulsa il cellulare per avere (brutte) notizie dalla sua Liguria; Enzo Amendola ha il ciuffo euforico; il lungo Piero Fassino è compassato, come sempre, ma disteso su una poltroncina.
Marina Sereni, viceministro degli Esteri, è in piedi davanti alla finestra; Roberta Pinotti guarda le ultime proiezioni. Di sopra, in terrazza, Giuseppe Provenzano saltella da una telecamera all’altra per dichiarare su tutto: sud, referendum, regionali. Che caos. Meglio ritornare di sotto, e scendere di un piano. Zingaretti ha da poco ricevuto la telefonata di “complimenti” del premier. Giuseppe Conte commenterà i risultati del referendum e soprattutto quelli delle regionali, solo oggi. Ieri ha preferito far posare la polvere e far decantare la situazione. Di sicuro ha tirato un grosso sospiro di sollievo e se ne vanno in un soffio le tentazioni di spallata (di Salvini & Meloni), ma anche i governi di salute pubblica con tutti dentro. Solo brutti ricordi, suggestioni da cancellare. Sta andando in onda un altro film. “Complimenti, Nicola. Non era facile. E soprattutto non era scontato”, è la sintesi del messaggio che il capo del governo rivolge al segretario. Già, non era scontato. O meglio, come dicono i democrat romani (qui c’è molta Capitale in queste stanze, ma non si vede Goffredo Bettini): “Non ce la portavamo da casa (la vittoria)”.
Basti pensare al successo di Michele Emiliano. Che adesso il Pd, con il ministro Francesco Boccia, rivendica in chiave interna anti Renzi: “Che vi avevo detto su Scalfarotto? Già, era tanto se arrivava all’1 per cento…”, scherza, ma non troppo, il titolare degli Affari regionali con i suoi amici. Intanto, al quartier generale democratico capita di captare anche battute velenose su Calenda e su Azione: “Calenda chi? Non esiste. Ah, esiste su Twitter”. E’ tutta una festa al Partito democratico. L’ex parlamentare Marco Miccoli, altro quirito e storico sodale del segretario, commenta: “Adesso ci manca solo di trovare un buon candidato per Roma e siamo a posto”. Su questo argomento, invece, Zingaretti preferisce glissare e pensare ai ballottaggi delle comunali: “Vedrete, ci sarà un effetto traino importante fra due settimane”. Il segretario dice che al momento non si parla di rimpasti.
Al momento o oggi? La pratica divide il partito. Franceschini è per non toccare nulla, i gruppi parlamentari scalpitano. E Zingaretti? “Oggi non si parla di queste cose, oggi è il giorno del nostro orgoglio, l’orgoglio di una comunità che non si è mai data per vinta”. E soprattutto è il giorno del suo orgoglio. Non a caso nelle chat dei parlamentari dem, subito veicolate dall’ufficio stampa, gira la clip di Zingaretti che parla in un comizio con sottofondo di Vasco Rossi: “Io sono ancora qua, eh già”. Ed è quindi una canzone del Blasco, solido antisovranista e con tanti vaffa per no vax, la colonna sonora di questo pomeriggio. Da far ascoltare, magari a Stefano Bonaccini e a quel pezzo di Pd che voleva subito un nuovo congresso e un nuovo leader. La settimana scorsa il segretario pensava che alla fine, rimpasto o no, un chiarimento intorno alla maggioranza sarebbe stato cosa buona e giusta. E così sarà. Magari non per chiedere più ministeri (“L’ipotesi che Nicola entri nel governo è lunare”, dice chi lo conosce bene), ma per dettare la linea sul Recovery fund. Sulle priorità e sulla velocità con cui bisognerà presentare i progetti senza interessi particolari. Non solo: dopo questo successo Zingaretti è sempre più convinto che il Mes non sarà una pratica rinviabile, con buona pace dei grillini. Eccolo, il segretario: pronto a condizionare l’agenda del governo da dentro (entrismo). “Meno male, che davano tutti il Pd per morto, eh”. E invece? “Sono ancora qua”.