Cercasi riformismo non asintomatico

Uno stato che si impossessa delle leve economiche si ritrova di fronte a una scelta: cambiare tutto scommettendo sull’efficienza o ridurre le libertà togliendo spazio all’iniziativa privata. Come superare vecchi dogmi scrivendo una nuova stagione
27 LUG 20
Ultimo aggiornamento: 21:36
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(foto LaPresse)

C’è un gigantesco tema politico che in questi mesi di gestione della pandemia è emerso in modo per così dire poderoso sulla timeline degli economisti di tutto il mondo. Il tema sarà forse meno accattivante delle peripezie finanziarie dell’ex fidanzato di Rocco Casalino e delle scombiccherate tesi difensive di Attilio Fontana ma ha una sua centralità indiscutibile che è stata messa a fuoco con intelligenza dall’ultimo numero dell’Economist. A voler essere brutali, si potrebbe dire che il punto è questo: cari economisti di tutto il mondo, cari liberisti, cari statalisti, cari keynesiani, cari friedmaniani, cari sostenitori dello stato pesante, cari sostenitori dello stato leggero, cari sostenitori del rigore, cari sostenitori dell’austerità, cari sostenitori dello stato spendaccione, cari nemici dell’inflazione, spiace per voi, ma questa stagione non sembra avere le caratteristiche giuste per offrire la giusta cittadinanza alle vostre dottrine. L’Economist, naturalmente, lo dice in modo più sofisticato di come ve lo diciamo noi e lo dice prendendo atto di quattro verità difficili da negare emerse negli ultimi mesi: l’utilizzo ormai pressoché discrezionale da parte degli stati più ricchi del debito pubblico (l’Fmi prevede che i paesi più sviluppati prenderanno in prestito nei prossimi mesi circa il 17 per cento del loro pil per trovare risorse pari a 4,2 triliardi di dollari), l’acquisto massiccio seppure indiretto di debito da parte delle banche centrali (non vale solo per la Bce), la presenza più robusta di un tempo dello stato in economia (in America la Federal reserve, insieme con il Tesoro, è entrata nei mercati finanziari, acquistando le obbligazioni di AT&T, di Apple e persino di Coca-Cola) e la fine delle teorie economiche costruite mettendo al centro di tutto il termometro dell’inflazione (che un tempo era il target principale e unico delle banche centrali e oggi non lo è più). Non si sa se la fotografia scattata dall’Economist sarà una fotografia che resisterà nel tempo. Ma ciò che invece si sa è che la stagione che si è aperta anche in Italia (dove a giorni verrà votato uno scostamento di bilancio di 25 miliardi di euro e in totale sono 100 miliardi di scostamenti votati nel 2020) è una stagione all’interno della quale la politica economica che vincerà sarà quella capace di creare una sintesi tra le vecchie teorie e le nuove necessità.
Non è più dunque una stagione di small government ma è semmai una stagione di smart government in cui ciò che farà la differenza tra uno stato e l’altro non sarà solo la capacità di iniettare denaro nell’economia (l’Italia, con il prossimo scostamento di bilancio, sarà il paese che nel post Covid ha impegnato in rapporto al pil più risorse di tutti i paesi europei, Germania compresa, ovvero il 48,7 per cento della ricchezza nazionale rispetto al 47,8 dei tedeschi, il 27,3 della Francia) ma sarà la capacità di rendere lo stato maggiormente efficiente mettendolo nelle condizioni di essere all’altezza delle aspettative del mercato. Non sarà più dunque sufficiente teorizzare la necessità di avere uno stato il più possibile lontano dall’economia e non sarà dunque più sufficiente teorizzare la necessità di avere uno stato capace di muoversi da supplente del mercato. Sarà necessario invece adattarsi alla nuova stagione evitando che lo stato utilizzi la sua maggiore presenza nel mercato per moltiplicare marchette e clientele, ricordandosi poi che, in presenza di una serie di regole che saranno per forza di cose più flessibili di un tempo a dare giudizi sulla capacità di un paese di essere considerato affidabile saranno più i mercati che le istituzioni comunitarie (e dunque affidare la guida del proprio mondo al modello Mazzucato potrebbe essere mai come oggi un’idea pericolosa).
La sfida dell’economia del futuro è una sfida al centro della quale vi sarà un’idea diversa relativamente al funzionamento del pubblico nel mondo del mercato aperto (e il modello giusto da guardare più che quello dell’Alitalia, spendere per salvare senza curarsi di come ristrutturare, corrisponde a quello della Lufthansa, nel cui capitale il governo tedesco è entrato ponendo come condizione la non interferenza dello stato nelle scelte manageriali) ma è una sfida all’interno della quale vi sarà anche un tema diverso che ha a che fare con la cultura politica dei paesi che saranno chiamati a costruire un futuro seguendo i nuovi schemi dell’economia. Perché uno stato che si impossessa sempre di più delle leve economiche è uno stato che si ritrova di fronte a una scelta: cambiare se stesso senza cadere in una tentazione, tipica dei regimi neoilliberali, dove di solito a un aumento del ruolo dello stato coincide un minore spazio per la decisione privata e le libertà individuali. Uno stato che sceglie di reinventarsi facendosi guidare dal principio dell’efficienza (e che mette la creazione di ricchezza su un piedistallo più alto rispetto alla semplice redistribuzione della ricchezza) è uno stato capace di creare nuovi anticorpi contro il populismo. Uno stato che sceglie di reinventarsi facendosi guidare dal principio della clientela (e che mette la redistribuzione della ricchezza su un piedistallo più alto rispetto alla creazione della ricchezza) è uno stato destinato a creare le condizioni giuste per far rinascere dalle ceneri il cialtronismo nazionalista. Scegliere da che parte stare non dovrebbe essere così difficile. Bellezze, è ora dello smart government.