Di Maio e i guai di una dottrina ubriaca

La Farnesina è ormai piegata su Pechino. Smettiamo di far finta che sia normale
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6 MAY 20
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foto LaPresse

Pensiamo con la nostra testa, dice il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. In un’intervista al Corriere della Sera (forse non a caso a pagina quindici), l’ex leader dei Cinque stelle ripete come un disco rotto la linea di politica estera promossa dal Movimento, che potremmo battezzare come “la dottrina ubriaca”: siamo atlantisti, stiamo con la Nato, con la Ue, però anche con la Cina. Ma Trump accusa la Cina di aver provocato la pandemia: “Non voglio entrare nel merito. Ci affidiamo alla scienza” (risponde l’ex capo del partito degli antivaccinisti). Come fa un ministro a scappare così smaccatamente a una domanda cruciale? L’intervistatore insiste: ma guardi che mezzo mondo sta chiedendo un’indagine internazionale sull’origine del virus. E’ una fase di politica internazionale delicatissima, l’Italia da che parte sta? Di Maio non afferra, e risponde: sì, ma l’Italia è stata trasparente. Alcuni stati hanno annunciato addirittura azioni legali contro la Cina: “Ma vede non è questo il punto”. E invece è proprio questo il punto. Di Maio trova “francamente singolare anche solo parlare” della sua amicizia con la Cina, ma è questa la responsabilità di un ministro. Perché continuare a dichiararsi atlantisti non serve, se nelle parole e nei fatti ci si comporta come un funzionario di Pechino. E poi il capolavoro di strategia politica: se le tensioni aumentano, l’Italia che fa? “Speriamo non aumentino”.
Il paragone con la Francia e la Germania – ce l’avete con noi e la Via della Seta, perché non con loro?, ripete di continuo – non regge: Francia e Germania fanno più affari di noi con la Cina, ma solo noi ci siamo trasformati nel fiore all’occhiello della propaganda cinese. Parigi e Berlino hanno posto dei limiti invalicabili, specialmente su un argomento che Di Maio non ha mai neanche sfiorato: i diritti universali dell’uomo. Su Hong Kong, su Taiwan, sulle responsabilità in questa pandemia. L’unica cosa che hanno in comune Mike Pompeo e il presidente cinese Xi Jinping – visto che per i Cinque stelle sono intercambiabili – è che di entrambi Di Maio ha sbagliato il nome. Un ministro degli Esteri che parla così e che ragiona così mette in pericolo la nostra posizione nel mondo e il nostro rapporto con l’America.