La realtà è più forte del grillismo

Claudio Cerasa

Avvelenare i pozzi ha un prezzo. Perché la caduta di Di Maio ci ricorda che l’anti politica al governo è destinata a scoppiare

Al di là di tutta l’ironia possibile che si può fare sulla parabola di Luigi Di Maio – il sociologo Domenico De Masi aveva da poco paragonato il suo curriculum a quello di Gesù Cristo e chissà che emozioni potrà suscitare nel sociologo la notizia che la crocifissione politica dell’ex leader del M5s è avvenuta giusto a trentatré anni – la caduta del capo politico del Movimento 5 stelle formalizzata ieri a Roma al Tempio di Adriano è un capitombolo che ha una sua rilevanza più per un tema legato ai simboli che per un tema legato alla leadership.

 

Se dovessimo scegliere un titolo sintetico per fotografare il senso della traiettoria di Luigi Di Maio quel titolo potrebbe essere contenuto in cinque parole: il prezzo dell’antipolitica. Al contrario di quello che potrebbero credere in molti, ciò che paga oggi Di Maio non è l’aver tradito le promesse del M5s ma è aver contribuito ad avallare delle premesse che hanno avuto l’effetto di avvelenare gli stessi pozzi della politica da cui oggi, dalle postazioni di governo, il M5s cerca di abbeverarsi provando disperatamente a non rimanere avvelenato. Di Maio paga non solo la sua devozione alla cultura della incompetenza ma paga l’aver visto con i propri occhi cosa vuol dire governare un movimento che ha trasformato l’antipolitica e la politica del no nella sua unica stella polare e che nel giro di due anni si è reso conto di poter essere credibile solo a condizione di cancellare buona parte delle proprie promesse.

 

In questi due anni passati al governo, nonostante i purtroppo non pochi successi ottenuti dal M5s – taglio della prescrizione, taglio dei vitalizi, la truffa del reddito di cittadinanza, l’affacciarsi sul balcone, la distruzione della credibilità di un paese attraverso i disastri su Ilva – Di Maio ha dovuto fare i conti con un problema chiamato “principio di realtà” che ha contribuito a far crollare il M5s nel giro di dodici mesi dal 32 per cento delle politiche al 17 per cento delle europee e le elezioni in Emilia-Romagna potrebbero regalarci in questo senso altre emozioni. E lo scontro con la realtà ha messo magnificamente a nudo l’ideologia tossica del grillismo in un numero sterminato di occasioni.

 

Da antieuropeista convinto, il M5s, per opportunismo, è diventato europeista di fatto. Da antivaccinista convinto, il M5s, per opportunismo, ha messo le campagne contro i vaccini da parte. Da nemico giurato delle banche, nel giro di due anni il M5s ha firmato decreti per salvare prima una grande banca di Genova e poi una grande banca di Bari. Da sostenitore dei peggiori ceffi d’Europa – ricordate i gilet gialli? – il M5s, anche qui per questioni di sopravvivenza, è dovuto passare rapidamente dalla parte dei nemici dei gilet gialli. Da partito che doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, per non perdere il privilegio di restare al governo, si è ritrovato a essere il tonno che difende in modo eroico la sua scatoletta. Da nemico giurato dei compromessi, il M5s, anche qui più per convenienza che per convinzione, in questa legislatura, ha fatto accordi con quasi tutti i partiti presenti nell’arco parlamentare: con la Lega ha fatto un governo, con il Pd ha fatto un altro governo e con Forza Italia ha votato il presidente della Commissione europea. Da nemico giurato delle vecchie categoria della politica – “destra e sinistra non esistono più” – si è infine reso conto che anche i partiti populisti per poter sopravvivere devono scegliere da che parte stare.

 

Diceva Pietro Nenni, nel suo famoso detto, che a fare a gara a fare i puri troverai sempre uno più puro che ti epura. Ma la buona notizia è che il sacrificio di Luigi Di Maio, se vogliamo chiamarlo così, e il suo traumatico scontro con la realtà un merito forse lo hanno avuto: dimostrare che i populismi antisistema governati da un’incompetenza che trasforma l’immobilismo nell’unica forma di onestà consentita sono destinati a essere forse solo un infortunio della storia.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.