Svolta. Il dossier del Pd per pacificare la Libia con i nostri militari

Al governo non si esclude più una forza d’interposizione europea a guida italiana per uscire dalla morsa di Erdogan e Putin. La paura di una guerra civile
10 GEN 20
Ultimo aggiornamento: 21:19
Immagine di Svolta. Il dossier del Pd per pacificare la Libia con i nostri militari

Foto d'archivio, forze UNIFIL impegnate sul campo in Libano (foto LaPresse)

Roma. La scelta d’imprimere una svolta è maturata giovedì sera, nel corso di una riunione ristretta al Nazareno. È stato lì che lo stato maggiore del Pd ha stabilito che l’obiettivo da perseguire, per evitare che l’Italia finisca relegata al ruolo di spettatore del precipitare degli eventi in Libia, è quello di promuovere una forza d’interposizione europea, sotto la regia di Roma: una soluzione che prevede l’invio di soldati italiani in Libia, con lo scopo di facilitare una mediazione tra Khalifa Haftar e Fayez al Serraj. E ancor più tra quelli che sono ormai i rispettivi protettori: Russia e Turchia. Nella consapevolezza, comunque, che lo stallo sarà lungo e tribolato, e che si dovrà scongiurare il rischio tutt’altro che inconsistente dell’escalation. Uno scenario che in parte ricorda il Libano, citato nella riunione come “un modello”, dove a garantire un equilibrio di pace sostanziale è proprio una forza d’interposizione che dal 2006 è stata a lungo (ed è tuttora) sotto la guida dell’Italia, seppure nel quadro dell’Onu.
Forza d’interposizione europea, dunque, ma non – come ha spiegato Lorenzo Guerini ai suoi interlocutori – “dell’Unione europea”: non è insomma a Josep Borrell che si può demandare l’onere dell’iniziativa. Una linea diplomatica e militare può essere invece indicata dai principali paesi dell’Unione nella sede della Conferenza di Berlino: e per questo che nella riunione di giovedì si ribadita la necessità di calendarizzare al più presto il summit, da svolgersi comunque sotto l’egida degli Stati Uniti.
È proprio a Washington, infatti, che si deve chiedere sostegno in Libia; ed è all’Amministrazione Trump che l’Italia, in particolare, deve chiedere quell’investitura necessaria a ottenere un ruolo di guida della missione. Può farlo, il governo italiano, non solo in nome della storica presenza sul territorio, ma anche in virtù – qualcuno dirà: in cambio – del rinnovato impegno delle nostre Forze armate nell’altro fronte caldo, quello iracheno. Dove, significativamente, Guerini ha ribadito la fedeltà del nostro contingente – il secondo più numeroso dopo quello americano – agli impegni definiti nella cornice della Nato. E non a caso ai vertici diplomatici italiani, nei giorni stessi in cui il Parlamento di Baghdad votava il ritiro delle forze militari straniere, il governo iracheno ha chiesto di garantire il proseguimento della missione di addestramento delle forze locali. Restare in Iraq, dunque, per tornare decisivi in Libia: il sottile crinale lungo cui il Pd intende indirizzare la marcia del governo è proprio questo. Ne hanno convenuto, in sostanza, tutti i presenti alla riunione di giovedì: oltre al ministro della Difesa, quello per i Rapporti con l’Ue Enzo Amendola, il vicesegretario Andrea Orlando, i sottosegretari Matteo Mauri e Marina Sereni, l’esponente dem nel Copasir Enrico Borghi e una manciata di parlamentari. Anche perché, nel frattempo, un chiaro orientamento l’esecutivo Conte non sembra averlo.
E anzi, ad avere inquietato non poco la delegazione dem al governo è stata proprio la sfida tutta mediatica ingaggiata dal premier e da Luigi Di Maio (e più ancora dai rispettivi responsabili della comunicazione) su un dossier così delicato: una gazzarra di tweet e dichiarazioni scomposte dietro a cui, però, s’intravede una divaricazione di strategia allarmante, con la Farnesina schiacciata su posizioni filorusse in sostegno di Haftar e Palazzo Chigi più sensibile alle richieste di Serraj, seppure con un progressivo avvicinamento di Conte alla visione di Guerini. Del resto, nel Pd considerano anche quello di una spartizione della Libia di sapore ottocentesco – tra una Tripolitania controllata da Ankara e una Cirenaica sotto la sfera d’influenza di Mosca – come uno scenario da scongiurare, specie perché aumenterebbe il rischio di una nuova radicalizzazione delle milizie del Daesh nella capitale libica. E proprio una forza d’interposizione europea, ma a guida italiana, appare al Pd l’unica soluzione per aggirare la morsa di Erdogan e Putin sulla Libia.