Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Il super anno di Mattarella (giustizia a parte)

Claudio Cerasa

Un presidente più forte, che ha limitato i danni del populismo gialloverde e che non si è opposto alla formazione del nuovo governo anti “pieni poteri”. Ma il Quirinale è rimasto silenzioso su Csm, Ilva, prescrizione. Un bilancio

Il trentuno dicembre è tradizionalmente un giorno di bilanci e come ogni anno il bilancio più importante verrà tratteggiato stasera alle 20 e 30 dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il capo dello stato proverà a tirare le fila di questo anno bellissimo ma prima ancora di sentirlo parlare può essere utile mettere insieme un po’ di idee per fare un contro bilancio degli ultimi dodici mesi di Mattarella, che il prossimo 30 gennaio festeggerà i suoi primi cinque anni di mandato (gliene restano altri due).

 

Che cosa si può dire – con rispetto, con realismo ma con onestà – dell’anno di Sergio Mattarella? Abbiamo messo in fila alcuni spunti di riflessione su quello che in fin dei conti è stato per il capo dello stato il suo anno più importante: quello in cui si è trasformato da notaio del popolo ad avvocato dell’Italia. Il 2019 di Sergio Mattarella è stato per certi versi un anno davvero bellissimo per alcuni risultati raggiunti nella prima parte del 2019, quando, triangolando con il presidente del Consiglio del primo governo di questa legislatura, con il suo ministro dell’Economia e con il suo ministro degli Esteri, è riuscito a limitare i danni creati dalla maggioranza gialloverde mantenendo un filo di dialogo con la Francia di Macron nei giorni del delirio grillino con i gilet gialli, evitando una procedura di infrazione che i due vicepremier gialloverdi hanno tentato in tutti i modi di non evitare, tenendo lontani dal governo gialloverde i brutti ceffi anti euro, riequilibrando con una sottile attività diplomatica le spinte anti europeiste messe in campo ora dalla Lega filo putiniana e filo lepenista, ora dal M5s filo Maduro e filo cinese e portando infine il M5s, attraverso Giuseppe Conte, a dare un sostegno – un anno fa difficile da immaginare – al nuovo presidente della Commissione europea. Il principale successo del 2019 di Sergio Mattarella è stato questo, è stato non far perdere all’Italia le coordinate del multilateralismo, dell’europeismo, della non equidistanza tra Patto atlantico e democratura russa. E all’interno di questa cornice, l’altro grande merito del presidente della Repubblica è stato quello, ad agosto, di aver trovato un giusto equilibrio tra il non essere pregiudizialmente contrario alle elezioni e tra il non essere pregiudizialmente contrario a un arrocco del Parlamento contro il leader più popolare d’Italia: Matteo Salvini.

 

Il Mattarella del 2018, quello molto attento alle dinamiche del consenso, anche quello suo personale, avrebbe forse fatto di tutto per non schierarsi e per non mettere all’opposizione il leader più popolare del paese (forte di un 34 per cento appena ottenuto alle europee). Il Mattarella del 2019, ed ecco la novità, è invece un Mattarella più forte, e forse per alcuni versi più sfrontato, che non ha fatto nulla per ostacolare la nascita di un governo di svolta grazie al quale l’Italia, con la complicità di un formidabile trasformismo contro il quale il capo dello stato non ha mai usato mezza parola di critica, ha messo in campo un tentativo politico e parlamentare utile a contenere un leader tanto ricco di oggettivo consenso quanto ricco di evidente irresponsabilità (a proposito di trasformismo: il M5s, così come la Lega, voleva cambiare l’articolo 67 della Costituzione, come è noto, per non permettere più ai parlamentari di essere eletti senza vincolo di mandato, in nome della necessaria e progressiva prevalenza della democrazia diretta su quella rappresentativa, ma il punto in questione è sparito dai programmi di governo e insieme con questo è sparito ogni riferimento ai ministeri per la democrazia diretta, riferimento che invece era presente all’interno del governo precedente: e anche questo è un piccolo ma importante successo del capo dello stato).

 

Tra i meriti di Mattarella, poi, che potrebbe passare alla storia come il presidente che ha provato anche con qualche successo a sgonfiare le forme di populismo presenti in Italia portandole direttamente al governo o usandole per contrastare le forme di populismo rimaste fuori dalle stanze del potere, vi è anche quello di aver trasformato un signor nessuno come Giuseppe Conte in un signor qualcuno (per essere un leader espresso da un partito nemico della democrazia rappresentativa poteva andare peggio) e di aver poi costruito all’interno di questo esecutivo le condizioni per provare (vaste programme) a istituzionalizzare il M5s: pieni poteri, per quanto possibile, a Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, con ruolo di egemonia del premier anche all’interno del grillismo, e conseguente anestetizzazione di Luigi Di Maio attraverso la nomina del capo politico del M5s alla Farnesina – nomina che non ha dato lustro alla Farnesina, ma che ha costretto in un certo senso il capo politico del M5s a strozzare alcuni istinti sfascisti del movimento (il M5s aveva nel suo programma elettorale l’abolizione del Mes, oggi il M5s, con un’acrobazia parlamentare, è diventato a favore del Mes grazie a una serie di piccole e collaterali modifiche che potrebbero essere introdotte nelle prossime settimane).

 

L’attenzione dedicata da Sergio Mattarella al vincolo esterno – Europa, Nato, euro – è stata costante ed efficace e ha contribuito in modo decisivo a smussare gli angoli dell’isteria populista italiana. Ma se c’è invece un terreno sul quale in questo 2019 la moral suasion del presidente della Repubblica non ha funzionato, quel terreno non può che essere legato al delicato dossier della giustizia. E su questo fronte la presa del capo dello stato è risultata, a voler essere generosi, quanto meno deficitaria. Un presidente della Repubblica desideroso di impedire al Parlamento di superare paletti che un paese con la testa sulla spalle non può permettersi di superare avrebbe dovuto dedicare una maggiore attenzione preventiva al caso Ilva – sia quando a luglio la maggioranza gialloverde annunciò l’abolizione dello scudo penale, sia quando a ottobre la maggioranza rossogialla lo scudo penale lo eliminò davvero, sia quando a fine novembre due procure italiane si sono ritrovate a combattere l’una contro l’altra a colpi di avvisi di garanzia, ora per allontanare gli investitori da Ilva ora per avvicinarli di nuovo. Il discorso vale quando si parla dell’acciaieria di Taranto ma vale ovviamente anche quando si parla di Consiglio superiore della magistratura e vale naturalmente anche quando si parla di prescrizione. Nel primo caso, Mattarella – che del Csm come è noto è il numero uno – avrebbe dovuto sentire puzza di bruciato, rispetto al disastro delle nomine alla procura di Roma, già lo scorso 23 maggio, quando il vicepresidente del Csm, David Ermini, proprio su richiesta del presidente del Csm chiese di audire tutti i candidati alla procura di Roma, per non correre troppo e fare le nomine con calma, salvo ritrovarsi poi in minoranza nella commissione nomine, con il risultato di dover constatare che all’interno del Csm la forza delle correnti era diventata più importante dell’impronta del capo dello stato (a votare contro il presidente della Repubblica furono Davigo, Basile, Lepre: il primo non ha bisogno di presentazioni, il secondo è il componente laico in quota Lega, il terzo è un magistrato della corrente di Palamara). 

 

Il Csm inaugurato nella gestione Napolitano (quello guidato cioè da Giovanni Legnini) ebbe il compito di portare avanti una politica di rinnovamento finalizzata a tenere distante il più possibile la politica sfascista dalla guida delle procure più importanti d’Italia (ingroismo no grazie). La domanda, su questo fronte, è allora molto semplice: il nuovo Csm riuscirà a far pesare dentro le procure più la logica del partito del garantismo, di cui Mattarella è portavoce, che quella del partito del giustizialismo, che all’interno del Csm si è coalizzata contro il capo dello stato provando già più volte a sabotarne i disegni? E soprattutto: il nuovo Csm si impegnerà insieme con il presidente della Repubblica a non rendere negoziabili alcuni princìpi non negoziabili dello stato di diritto? Il terzo terreno legato alla giustizia in cui il profilo di Mattarella è risultato debole ha riguardato il tema della prescrizione e i silenzi su questo tema, da parte del presidente, hanno colpito per una ragione semplice. Il capo dello stato è il garante della Costituzione, come si sa, e da garante della Costituzione non può certo essergli sfuggito (e speriamo che non sfugga alla Consulta) come la norma che abolisce la prescrizione a partire dal primo gennaio (buon anno) sia lesiva di un articolo importante della Carta: il numero 111. Un articolo che prescrive un concetto cruciale: la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge, ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale e la legge ne assicura la ragionevole durata. In estrema sintesi, il 2019 di Mattarella è stato un anno importante, forse il migliore da quando è presidente, perché è riuscito con successo a tenere l’Italia ben ancorata all’Europa (e l’odio dei sovranisti rivolto al capo dello stato permette di misurare proprio questa distanza: la distanza tra chi vuol fare di tutto per difendere l’Europa e la distanza tra chi, preferendo il modello Marcello Foa a quello di Sergio Mattarella, vuole fare di tutto per spazzare via gli amici dell’Europa). Ottenuto questo risultato non scontato, il 2020 di Mattarella avrà un obiettivo non di livello inferiore: dimostrare che l’Italia, una volta riuscita a rimanere in Europa, farà di tutto per non far fuggire l’Europa dall’Italia. Per evitare che questo accada, dedicare alla difesa dello stato di diritto la stessa attenzione dedicata alla difesa dell’Europa potrebbe essere un buon inizio. Incrociamo le dita. E buon anno a tutti.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.