

Il Bonaccini che dice “stiamo scherzando?” come il Bersani che diceva “siamo matti?”, e il percorso pre e post renziano
La partita deve ancora cominciare, e si gioca sulla base dei numeri, dice il Bonaccini candidato bis a chi vuole affossare con il voto emiliano il Conte bis.
Al Corriere della Sera, a inizio novembre, ha detto che negli anni del suo mandato “la disoccupazione è scesa sotto al 5 per cento” dal 9 per cento a cui era arrivata, e che la sua regione ha anticipato il super-ticket, uno degli argomenti divisivi della manovra economica. Poi ricordava che oltre duecento sindaci, alcuni dei quali eletti con liste civiche di centrodestra, avevano sottoscritto un appello in suo sostegno. Sia come sia, il fatto che Bonaccini (uno che ha percorso tutta la scala interna nell’ex Pci-Pds-Ds-Pd, fin da quando, nei primi Novanta, era segretario provinciale della Sinistra giovanile) si presenti oggi senza logo non stupisce chi ricorda il Bonaccini candidato del 2014, quello che sui manifesti compariva non in verde ma in blu, anche allora molto più in evidenza del partito e con slogan ecumenico (“siamo l’Emilia-Romagna”). Un’Emilia Romagna in cui il tema immigrazione non può essere trattato alla leggera e con toni populistici, in un senso o nell’altro, tanto che il governatore, sempre su La7, ha invitato la sinistra a “fare un bagno di realismo”: “Era stato Marco Minniti a bloccare gli arrivi in questo paese e non Salvini”, ha detto:
“La sinistra deve dire che insieme ai diritti, che per noi sono sacri, vanno garantiti i doveri. Chi viene qui per lavorare o studiare è il benvenuto perché noi siamo la terra dell’ospitalità, ma chi viene qui per trasgredire non può stare alle nostre regole”. E dopo aver visto Piazza Maggiore stracolma di sardine il 14 novembre, Bonaccini ha fatto appello al Pd e non solo: “Dico al mio partito e a coloro che mi vorranno sostenere: torniamo a Piazza Maggiore a dicembre. Sono anni che non andiamo più nelle piazze, torniamoci!”. In piazza Bonaccini ci è sempre andato, perché si è sempre occupato di politica nel partito che le piazze in Emilia le riempiva, ma la politica in casa non l’ha mai portata.


Quando Renzi lo chiamava “Bruce Willis di Campogalliano”, e quando litiga sulla Sanità con l’avversaria leghista Borgonzoni
Figlio di un camionista e di un’operaia, marito di una moglie che lavora nel settore abbigliamento, conosciuta quando era assessore a Modena, durante una riunione con i commercianti della zona,
il governatore uscente e ricandidato si è dato la regola di non parlare di campagne elettorali a cena, e però la campagna elettorale preme, volente o nolente, non soltanto alle porte di casa sua, ma alle porte di tutta la regione – un dirigente emiliano ne parla come di “una piccola Svizzera circondata da una specie di Africa, dove l’asticella di quello che ci si aspetta da chi governa è per forza alta”. Digitalizzata, dunque, è l’Emilia che Bonaccini spera di aver reso fedele; super alfabetizzata; abituata ai processi partecipativi “dal basso” prima dell’avvento dei Cinque stelle; colpita al cuore dal terremoto del 2012, che ha scavato insicurezze nelle certezze di una delle regioni-locomotiva dove il reinventarsi fa parte del vivere. Ricostruire partendo dai luoghi di lavoro, è stata la linea guida nell’Emilia post sisma, nonostante il disorientamento.
Bonaccini è diventato governatore nel 2014, e non a caso oggi parla con attenzione delle esigenze di un mondo imprenditoriale che in Emilia-Romagna si è fatto seguace, prima che altrove, di un modello olivettiano di filantropismo imprenditoriale che porta l’imprenditore a restituire una parte del profitto sotto forma di servizio al territorio. Per esempio l’“opificio Golinelli”, cittadella della cultura creata dall’omonimo imprenditore, o l’“hospice Seragnoli”, centro per l’assistenza gratuita per pazienti oncologici non guaribili, creato dalla famiglia nota per l’impegno in campo socio-sanitario a fianco di quello aziendale.
Parte anche da qui la seconda campagna per la Regione di Bonaccini che, dice un sondaggio SWG, è arrivato secondo nel gradimento dei governatori italiani, dietro al leghista e presidente del Veneto Luca Zaia. E nelle soste al bar o in autogrill (Bonaccini gira spesso con macchina propria), il ricandidato, scrive lui stesso su Twitter, si ferma a scambiare due chiacchiere con gli sconosciuti, forse per capire le ragioni profonde di quel 33,77 per cento andato a Matteo Salvini alle Europee, non molti mesi fa. Che cosa farà davvero l’Emilia-Romagna nessuno ancora può prevedere, anche se, a chi la osservi dall’esterno e a chi la vuole difendere o conquistare, deve sembrare ancora, pur sempre, “Quel gran pezzo dell’Emilia”, per dirla con il titolo del libro scritto dal compianto Edmondo Berselli nel 2004 (ed.Mondadori): “Terra dai confini indefiniti che è il Sud del Nord e il Nord del Sud: qualcuno la chiama Emilia. Due passi più in là prende i colori della Romagna. Guarda con curiosità Milano, è di casa a Mantova, oltre il Po. Forse è un laboratorio politico, dove si aggirano ancora vecchi comunisti, insieme a mortadelle dal volto umano, cinesi importati. E’ una terra di nichilisti ed empirici, balzani e creativi, cordiali e collerici. Di bottegai sublimi… di creatori di illusioni, come il mago dei sogni Federico Fellini”. Modello politico o modello psicologico?, si chiedeva Berselli, e in quel dubbio sta forse la chiave della battaglia che attende il centrosinistra ora rivolto a Bonaccini.