“Non me ne vado, ma il Pd torni allo spirito del Lingotto”. Parla FioroniBenamati: "Se Renzi diventa un avversario del Pd"

Beppe Fioroni, di fronte alla scissione di Matteo Renzi, spera che il partito recuperi “i tanti silenti abbandoni”
18 SET 19
Ultimo aggiornamento: 08:32
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Beppe Fioroni (Foto LaPresse)

Roma. E’ stato tra i fondatori del Pd (e prima del Ppi e della Margherita), ministro nel governo Prodi II e deputato per più di vent’anni. E oggi Beppe Fioroni, di fronte alla mossa scissionistica di Matteo Renzi, dice: “O il Pd torna a essere il Pd del 2007, quello che aveva investito sulla possibilità di costruire un soggetto di centrosinistra innovativo e inclusivo che facesse tesoro della cultura cattolico-popolare e cattolico-liberale, e scommette davvero sul suo futuro, oppure si prenda atto che se diventa una ‘cosa di sinistra’ si è persa di vista la battaglia originaria”. Non è d’accordo con Goffredo Bettini, Giuseppe Fioroni, e cioè con il Bettini che qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, ha disegnato i contorni di una nuova realtà in cui Pd e M5s possano “mischiare i loro elettorati” (per non dire dell’idea di “separazione consensuale” che, dice Fioroni, “presuppone che il progetto del Pd sia già morto e sepolto”. Né è d’accordo, l’ex ministro, con l’impostazione del sindaco di Milano Beppe Sala: “Non si può banalizzare, non si può dire c’è chi entra e c’è chi esce. Dodici anni fa abbiamo investito su un connubio tra due culture, e se oggi qualcuno entra o esce dal partito il prodotto finale rischia di non essere lo stesso. E io non mi rassegno a pensare che quel progetto del 2007 sia già morto. Credo ci sia ancora la possibilità di far risorgere un partito plurale che possa farsi vera alternativa all’antipolitica e al sovranismo”.
Non da oggi Fioroni la pensa così, tanto che gli è tornato alla mente il giorno di fine febbraio 2014 in cui – unico dissidente – durante un’animata direzione del Pd ha votato contro la decisione di far entrare il Pd nel Pse: “Significava per me collocare il Pd in Europa al museo delle cere”. Ci fu allora del sarcasmo di fronte al suo No. “Sono pronto a un seminario con Fioroni per spiegargli l’influenza del cristianesimo sociale nel socialismo europeo”, aveva detto allora Massimo D’Alema”; “comprerò i popcorn per assistere all’epico scontro D’Alema-Fioroni”, aveva risposto Renzi. E oggi, con l’ex premier rottamatore pronto alla formazione dei nuovi gruppi parlamentari, sembra a Fioroni “che si sia purtroppo già in una fase fratelli-coltelli, con sfogo di aggressività reciproca che nuoce sia al Pd sia a Renzi. Non è quello che voglio io e non è quello che vogliono i tanti moderati e cattolici democratici e popolari che si sono ritirati o messi per così dire in pausa di riflessione dal dibattito negli ultimi anni – chi dopo che Pier Luigi Bersani ha scelto di allearsi con Sel, chi nel periodo renziano, chi in quest’ultimo scorcio zingarettiano. E però oggi Zingaretti ha davanti una grande sfida: deve dimostrare di essere all’altezza del compito di ricostruire un partito in cui, come nel 2007, anche i moderati e i riformisti si possano sentire a casa – non certo ospiti sgraditi e paganti. Serve una grande operazione di recupero dei tanti silenti abbandoni.
Se invece si dà corpo e sostanza alla sensazione superficiale di revanche antirenzista, e si segue poi lo schema della separazione consensuale, beh, il Pd è finito e la scissione diventa un serio problema. Il Pd ha bisogno del cattolicesimo liberale. Che cosa vuole fare ora Zingaretti: è in grado di ridare pluralità? Di riportare a galla lo spirito del Lingotto?” . Quanto a Renzi, Fioroni trova che la sua operazione, al momento, pur senza meritare “anatemi” perché “è una scelta politica”, “abbia bisogno di più afflato e passione, per non essere considerata soltanto una cosa di Palazzo. Vediamo alla prova dei fatti attorno a quale pensiero si strutturerà”. Quindi non andrebbe con Renzi, Fioroni? “Prima di dire ‘me ne vado’ da un partito in cui ho investito dodici anni della mia vita ci penso, e voglio vedere se è in grado di rigenerarsi. E dunque non vado via, ma dico che Zingaretti è arrivato al punto: o rilancia l’idea del Pd delle origini oppure dica chiaramente che la ritiene superata. Intanto bisogna recuperare la presenza sul territorio: 140 caratteri di Twitter non possono rendere vana l’interlocuzione con persone in carne e ossa. E questo riguarda sia il Pd sia Matteo Renzi”.