Matteo Salvini (foto LaPresse)

Il ministro agitatore

Salvatore Merlo

Salvini, la polizia e gli striscioni. “La regola Dc era: mai un capo politico al Viminale”. Parlano Rognoni e Pisanu

Roma. “Le racconto un fatto curioso”, dice Beppe Pisanu, ministro dell’Interno dal 2002 al 2006. “Lei lo sa che quando Mussolini era ministro dell’Interno aveva proibito al Viminale l’uso della camicia nera? Mussolini, fondatore dei fasci di combattimento e della milizia fascista, riteneva che comunque bisognasse salvaguardare una certa indipendenza almeno estetica del Viminale”. E d’altra parte ci dev’essere un motivo se per sessantotto anni la Repubblica italiana non ha mai avuto un ministro dell’Interno che fosse anche capo politico e segretario di partito. “Diciamo che questa era una delle regole non scritte della Prima Repubblica. Si può dire che facesse parte della Costituzione materiale”, dice Virginio Rognoni, novantacinque anni, ministro dell’Interno democristiano dal 1979 al 1983. “Tutti capivano perfettamente che il ministro dell’Interno ha il dovere di essere e di apparire terzo rispetto alla diatriba politica in corso. E infatti, tranne alcune eccezioni, quello era un ministero che veniva affidato a persone non impegnate nemmeno negli organi di partito”. Antica, sperimentata saggezza democristiana. “Una cosa del tutto logica”, continua Rognoni. “Chi sta al Viminale ha dei poteri, dei doveri e dei compiti che gli impongono la terzietà. Una terzietà che è a tutela dei cittadini, i quali non debbono mai dubitare del ministro. Ma una terzietà che è anche a tutela delle forze dell’ordine. Mai si dovrebbe lasciar sospettare che la gestione dell’ordine pubblico possa essere influenzata dalle necessità elettorali e comunicative del ministro”. E infatti prima di Matteo Salvini, solo Angelino Alfano – dal 1946 a oggi – è stato contemporaneamente segretario di partito e capo del Viminale.

 

Quando Angelino Alfano entrò nel governo di Enrico Letta, ad aprile del 2013, alcuni suoi amici e collaboratori gli sconsigliarono vivacemente di prendere il ministero dell’Interno, ricordandogli – pare così gli avesse detto anche Fabrizio Cicchitto, che qualche esperienza l’aveva – la regola aurea della Prima Repubblica. Ad Alfano fu detto all’incirca questo: “Finirà che tu paralizzerai il tuo ruolo di leader di partito per stare dentro le funzioni istituzionali”. E così in effetti andò a finire, perché Alfano da ministro rinunciò a una linea intransigente sull’immigrazione (che pure gli veniva suggerita dall’interno del suo partito) perché da politico non voleva rompere gli equilibri di maggioranza con il Pd. E insomma il suo ruolo di leader e tessitore di equilibri parlamentari ed elettorali entrò in contraddizione con il suo ruolo ministeriale e istituzionale. Il risultato di questo cortocircuito, per Alfano, è stato, com’è noto, la sua scomparsa dal proscenio della politica italiana.

 

Adesso il suo erede, Matteo Salvini, è molto più spavaldo, o forse spregiudicato. E la commistione dei ruoli, anziché danneggiarlo, per adesso lo rafforza. Almeno elettoralmente. Ma non pone minori dubbi e problemi. La sua doppia veste infatti, interpretata con il piglio trucista e securitario, sempre più espone le forze dell’ordine, com’è accaduto domenica scorsa a Firenze, o come succede da diversi giorni con la storia degli striscioni, a critiche e sospetti di tipo politico, anche quando in realtà la polizia agisce nel più assoluto rispetto della legge e della tutela dell’ordine pubblico. “Nessuno che non sia un fanatico penserebbe mai che la polizia agisca al di fuori delle sue prerogative se non ci fosse di mezzo il capo del Viminale che da un palco lancia benedizioni ‘urbi et Orbán’”, dice infatti, non senza ironia, Rognoni. E Pisanu: “La cosa è molto semplice. Il ministro dell’Interno non dovrebbe mai fare comizi. Punto. Perché nel momento esatto in cui fa un comizio si propone come uomo di parte e non come garante di tutti. Ed è evidentemente pericoloso, e sbagliato, che a suscitare tensioni di ordine pubblico sia il ministro dell’Interno. Per fortuna, conoscendo abbastanza bene la polizia di stato e chi la dirige, possiamo stare tranquilli”.

 

Ma che la polizia possa essere sospettata di indossare la felpa di Salvini, insomma la felpa (o la divisa) di un partito, è un elemento che evidentemente inquina il dibattito pubblico democratico. E sempre più spesso, a torto, le forze dell’ordine vengono raggiunte da questo genere di sospetti dai quali – specie in un clima di campagna elettorale permanente e forsennata – difendersi è molto complicato. Ci sono i tweet di Roberto Saviano, alcuni articoli militanti di Repubblica, persino le dichiarazioni di esponenti politici dell’opposizione e del centrosinistra. Tutto questo rende bene l’idea di un paese dal metabolismo accelerato, che avanza per spasmi e che continuamente mima un clima da guerra civile fredda.

 

Domenica a Firenze una contromanifestazione di sinistra, bloccata dalla polizia in piazza della Repubblica, voleva invadere il comizio elettorale di Salvini nella vicinissima piazza Strozzi. Ci sono stati tafferugli, e una carica di alleggerimento che ha destato critiche, anche da parte di diversi deputati del Pd. Ma che sarebbe successo se la polizia non si fosse frapposta tra le due piazze? E in un altro contesto, se non fosse stato Salvini il ministro dell’Interno, la polizia sarebbe stata criticata per aver fatto una cosa ovvia come impedire uno scontro tra tifoserie contrapposte? La risposta è: no. Le tensioni sono acuite, rese esplosive, dal doppio ruolo di Salvini. E allora, come ripete Rognoni: “Bisognerebbe recuperare un po’ dell’antica sapienza primo-repubblicana. Un po’ del buon senso istituzionale perduto. Al Viminale ci vada una figura di garanzia che non fa politica politicante”. E Pisanu: “Persino Cossiga, che pure era importante nella Dc, quando prese il Viminale non aveva nessun tipo di incarico politico. Non era nemmeno nel consiglio nazionale del partito”. Ma forse tutte queste cose Matteo Salvini le sa già. E non lo preoccupano. Anzi.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.