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La trasformazione di Moavero in un nuovo vicepremier

Dal Salvimaio al Coavero. Come il ministro degli Esteri è diventato il vero braccio destro del presidente del Consiglio

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11 Gennaio 2019 alle 06:00

La trasformazione di Moavero in un nuovo vicepremier

Enzo Moavero Milanesi (foto LaPresse)

Roma. Raccontano che nei giorni tribolati di fine maggio, quelli delle richieste di impeachment via Facebook, Matteo Salvini si domandasse, scherzando chissà fino a che punto, se fosse proprio necessario inserire nella nuova lista dei ministri uno con due cognomi, ché in fondo “il cambiamento” esigeva anche una certa attenzione all’onomastica. Nella prima, di lista, quella che Giuseppe Conte presentò a Mattarella la sera del 27 maggio, vedendosela bocciare, Enzo Moavero Milanesi non c’era: al suo posto, come responsabile della Farnesina, era stato inserito Luca Giansanti. Poi, nella trattativa che seguì, l’inserimento dello storico braccio destro di Mario Monti divenne necessario.

  

Make Euro great again. Parla il ministro Moavero

La crisi turca come lezione per gli anti Euro (uscire non conviene). Le differenze tra il 2011 e il 2018. L’importanza dello spread (e i guai che ci sono). Il rischio della fine di Schengen senza svolte sui migranti. Intervista al ministro degli Esteri

   

Perché nel frattempo Paolo Savona, abbandonata la via che lo avrebbe dovuto portare a Via XX Settembre, venne trasferito al ministero degli Affari europei. E a quel punto, ad affiancare, e forse neutralizzare, l’economista sardo, era indispensabile che fosse il diplomatico italiano che più di ogni altro vanta confidenza e famigliarità con gli odiati burocrati “euroinomani” di Bruxelles. Quelli che non a caso lo considerano “la voce ragionevole sui dossier sensibili”, oltreché quella invocata per rimediare agli scivoloni verbali – l’ultimo, in ordine di tempo, l’appello di Di Maio ai gilet gialli – dei due dioscuri del grilloleghismo, l’ultimo dei quali; quelli per i quali lo stesso Conte, per almeno un paio di consigli europei, era “quello che camminava accanto a Moavero”. “Se Conte rivendica di avere persuaso Juncker in venti minuti – spiegano ora a Palazzo Berlaymont – Moavero è quello che ha fatto in modo, nei venti giorni precedenti, che quella chiacchierata finale potesse avere un senso”.

    

D’altronde il destino di Moavero era già scritto: dirigere la Farnesina, certo, ma in più sovrintendere ai rapporti tra la diplomazia italiana e quella europea (delega, quella per il Consiglio affari generali, che infatti il ministro ha tenuto per sé, insieme a quella sul medio oriente). Così, se Savona ha compiuto un viaggio in sei mesi, alla volta di Strasburgo, Moavero continuava a fare la spola tra Roma e Bruxelles e Lussemburgo, e da quelle missioni, in quegli incontri, traeva con discrezione una crescente legittimazione.

 

Perché Salvini faceva il bullo coi migranti trattenuti sulla Diciotti, Di Maio s’affacciava giulivo sul balcone di Palazzo Chigi, mezzo governo dava dell’ubriacone al presidente della commissione: e poi Moavero volava a Bruxelles per cercare di spiegare, di mediare. “Chiedete a Giorgetti, le prediche che ogni volta gli faceva al ritorno”, dicono gli uomini di governo leghisti, quasi tutti spaventati dal carattere non proprio docile di Moavero. Riccardo Merlo, leader del Movimento italiani all’estero finito a fare il sottosegretario alla Farnesina, uscì furente dal colloquio in cui gli venne comunicato che no, del Sudamerica non si sarebbe occupato lui. “Ma è assurdo, sono nato e cresciuto a Buenos Aires”, ripeteva ancora, a metà settembre, davanti a un bar di Ponte Milvio: “Picchi, della Lega, aveva chiesto l’Asia e si è visto assegnare il Sudamerica. Provate a chiedergli dov’è il Perù, a Picchi, e non ve lo saprà dire”. E così in parecchi, alla Camera, riportano di un crescente malessere dei sottosegretari – oltre a Picchi e Merlo, i grillini Di Stefano e Del Re – per tutta una serie di viaggi negati, risorse risicate, il divieto di assumere collaboratori: “Un solo consigliere diplomatico e uno personale a testa, e basta”.

  

Un po’ come per Tria, sulla sua riservatezza, sulla scarsa fiducia che sembra nutrire per i suoi vice grilloleghisti, si susseguono aneddoti e dicerie: come quella su una recente circolare ministeriale diramata per regolare il parcheggio nel piazzale interno della Farnesina. Sono soprattutto i leghisti, però, a guardare con sospetto la nascita di un “Coavero” quasi alternativo al “Salvimaio”. I grillini, ammesso che non siano solo più bravi a dissimulare, dicono di stimarlo, loro che del resto lo vedrebbero bene anche nel ruolo di commissario europeo, dopo le elezioni di maggio. Nel Carroccio non ci pensano neppure: “Il commissario – sentenziano – lo farà Lorenzo Fontana”, ministro della Famiglia. Senza contare che poi ci sono Borghi e Bagnai, pressati dalla loro claque social – quelli che “Moavero l’intruso”, “Moavero il cameriere dei poteri forti” – ad alimentare un costante malcontento verso il ministro.

   

A metà agosto Borghi lo bacchettò addirittura per aver rilasciato un’intervista al Foglio (“posto non più propizio al governo”) in cui elogiava l’euro come fonte di stabilità economica. A fine novembre, l’ostilità s’è rinnovata sul Global compact, col prode Borghi di nuovo assediato dai suoi fan twittaroli. L’ultimo episodio, la festa per Nancy Pelosi a Washington, nella sede dell’ambasciata italiana: una festa a cui Moavero non ha partecipato, ma di cui pure è stato ritenuto il responsabile da Salvini: “Io lavoro per incontrare Trump, e questi celebrano chi ne chiede l’impeachment. Pazzesco”. Tutto molto gonfiato, ovviamente. Alla fine ogni cosa si è chiarita: ma è bastato a Moavero per ricordargli come lo stare dalla parte della ragionevolezza, nel governo della follia, significhi spesso stare dalla parte del torto.

Valerio Valentini

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