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Di Maio e la concupiscenza immobiliare

Il lavoro in nero nell'azienda del padre del leader grillino e i sentimenti al centro del dramma politico spiegati con Balzac e Chateaubriand

28 Novembre 2018 alle 20:15

Di Maio e la concupiscenza immobiliare

Foto Imagoeconomica

Chi ha detto mai che le colpe dei padri non ricadono sui figli? La storia di Adamo e della sua compagna non ha insegnato niente a nessuno? Eppoi perché mai l’eredità sì, l’ereditarietà pure, e la colpa no? Come si fa a essere così selettivi? Se poi Mr Ping era anche azionista dell’impresina che fittava lavoro in nero, intestazione di ricchezza sociale e famigliare che fu una buona e paterna azione verso un bravo giovane che non si segnalava in fatto di studio e di lavoro, ma era predestinato al ministero della Fatica, questo è un di più che taglia la testa al toro con tutte le corna e i dilemmi etici dei nullatenenti. La mela fu mangiata, via, ammettiamolo. Detto questo a Mr Ping tutto si perdona, perché è innocente appunto in tutto, dal balcone allo spread al decreto dignità: finì per sempre il sogno nostro di governanti colpevoli ma intraprendenti, espressione di classi dirigenti pigre ma capaci talvolta di energia, come di sé diceva Coleridge (an indolent man capable of energies). Ora ogni cosa è abborracciata, farlocca, genericamente attivistica, e la si paga in nero o non la si paga affatto, in ipotesi, come il contratto a titolo gratuito per riportare il nerissimo Grillo in tv che la simpatica sòla di RaiDue sta per firmare ottimamente. Bestiole, politici bibliconi, ingenui di tutte le risme, sappiatelo: la colpa dei padri ricade sui figli e l’ira dei figli dei figli si abbatterà sui padri. E’ la catena delle generazioni.

 

La colpa più grave però, come sempre, è la concupiscenza. Brama, desiderio ardente, incontrollato, di acquisire, possedere, non necessariamente nella sottosfera del carnale nudo e crudo, per non dire del delibato sessuale, anche in altri campi. Tutto l’Ottocento romantico è pervaso dall’idea che la felicità è un fastoso imbroglio al quale si sostituisce l’abitudine. Ne era convinto Puškin: l’abitudine ci è data dall’alto, sostituisce la felicità.

 

Lo sapeva Chateaubriand: se avessi la stoltezza di cercare ancora la felicità, la cercherei nell’abitudine. Un racconto di Balzac, meno celebre del “Curato del villaggio” ma altrettanto bello, che si chiama “Il parroco di Tours”, dice più castamente e prosasticamente che “i celibi sostituiscono i sentimenti con le abitudini. Quando a questo sistema morale, che li porta ad attraversare la vita, piuttosto che a vivere, si somma un carattere debole, le cose materiali acquistano su di loro un potere sorprendente”. E’ una storia di provincia, plumbea e triste, in cui si rincorrono le trame innocenti e le voglie di un don Birotteau, l’infamia gagliarda di un don Troubert, e l’inclinazione alla vendetta, nubile, della zitella vendicativa Mlle Gamard. Celibi, nubili, e il valore delle cose materiali con il loro potere sorprendente. Al centro del doloroso intrigo di società e di chiesa, di caratteri ombrosi e di gerarchie, sta un appartamento agognato e invidiato, con i suoi mobili, i suoi tendaggi, i candelieri, i camini, l’ampia metratura e l’affaccio speciale e tutto il resto, quadri compresi. Si vive o si attraversa la vita sotto la pioggia nerastra dell’invidia, si trionfa, si aspira, si detesta e si muore alfine per un quadricamere con vista. Nel suo genio connotativo l’autore della Comédie trova la formula perfetta, modernissima, contemporanea, per definire il sentimento a noi così caro che sta al centro del dramma: “Concupiscenza immobiliare”.

 

I condoni, le villette di famiglia ipercondonate, Ischia e tutto il resto, Terza Repubblica, non sono che il ricordo dei galoppatoi della villa del dottor Broccoletti, Prima Repubblica, delle piscine a conchiglia vere o presunte dei nuovi Principi di Benevento, Prima Repubblica, delle liti sulle ristrutturazioni faraoniche dell’appartamento dell’onorevole e della mitologia sulla famosa villa di Hammamet, dove sarebbe stata trasportata (eppoi dicono le fake news) una fontana intera smontata e rimontata per la bisogna dalla sua sede originaria dalle parti del Castello Sforzesco. D’altra parte fu Mino Martinazzoli, compianto, a lumeggiare quanto la vera riforma politica dell’era berlusconica sia stata inaugurata nel momento in cui le consultazioni per la formazione dei governi principiarono a farsi nella Villa San Martino, Arcore e Biscione. Niente di nuovo nel tinello sotto il sole, siamo quegli italiani proprietari all’84 per cento di abitazione, per adesso negati alla sharing economy, e continuiamo a orientarci, in fatto di teologia politica e morale, sulla costellazione della concupiscenza immobiliare. Nella catena delle generazioni.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • eleonid

    29 Novembre 2018 - 07:07

    Ma come si diceva , non tanto tempo fa , sig. Ferrara! Ma io tengo famiglia.

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  • luciano.pellegrini59

    29 Novembre 2018 - 06:06

    sei un grande. grazie

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  • guido.valota

    28 Novembre 2018 - 23:11

    Perle ai porci. O’ scugnizzo ha risolto con tre concetti legati rispettivamente agli aspetti politico, personale e lavorativo: colpa di chi c’era prima - mio padre chi? - io non c’ero e se c’ero dormivo.

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