Gse, Consob, Istat e non solo. Il governo ponte e la paralisi del cambiamento
Lega e M5s litigano sulle poltrone. Sviluppo economico al palo. L'ennesima prova di un esecutivo che annuncia rivoluzioni, ma vive di rimandi

Il sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico, Davide Crippa (foto Imagoeconomica)
Roma. Alla fine, la tensione troppo a lungo accumulata, è deflagrata – comme il faut, nell’era del grilloleghismo – nel modo più scomposto. E cioè con un post su Facebook contro i soliti pezzi di burocrati di Via XX Settembre, pubblicato con rabbia al termine dell’ennesimo vertice inconcludente. “Mi sfuggono i motivi per cui il Mef stia rimandando una decisione così importante”. A scriverlo, mercoledì pomeriggio, è stato Davide Crippa, grillino di Novara e sottosegretario al Mise. Si riferiva alla nomina del nuovo presidente di Gse, la società pubblica che si occupa di energie rinnovabili e che gestisce ogni anno 16 miliardi di euro. Un gesto avventato, quello di Crippa, evidentemente sfibrato da mesi di lavorio sottobanco in verità neppure troppo discreto, se è vero che il candidato per cui lui si sta spendendo è noto a tutti da tempo: Roberto Moneta, già ai vertici dipartimento per l’efficienza energetica Enea, l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie. E però da possibile a probabile, poi data perfino per scontata, la promozione di Moneta è divenuta un mistero strano. “L’assemblea giusta per eleggerlo alla presidenza – dicono ora a Via Veneto, non senza un certo nervosismo – sembra sempre la prossima”.
E chissà se sarà quella di oggi: la settima, ormai, dopo le precedenti sei concluse con un nulla di fatto. Uno smacco per Crippa, che infatti ha prima scritto il post al veleno, facendo infuriare anche i vertici del M5s, poi lo ha rimosso dalla sua bacheca non prima però che qualche giornale lo riprendesse. E infine, ieri mattina, ha pubblicato quelle stesse righe sottoforma di comunicato, sul sito del Mise: “Non possiamo più aspettare. Ci aspettiamo che il 5 ottobre l’assemblea del Gse scelga”. Non è detto che avvenga. Anzi. E allora i rinvii non sarebbe più solo un problema per il sottosegretario grillino, ma per centinaia di imprenditori impegnati nel settore energetico. La fibrillazione è tanta, e la rabbia di chi, specie nel nord produttivo, assiste a questa stasi surreale da mesi, cresce. Gse distribuisce incentivi milionari per le rinnovabili, assegna i titoli di efficienza energetica: è insomma uno snodo centrale per il settore. “Colpa del Mef”, sbuffano a Via Veneto; ma è pur vero che nello stesso M5s la designazione di Moneta è tutt’altro che condivisa. E così lo stallo perdura.
Lo stesso che, a giudicare dall’aria che tira, si riproporrà anche per Invitalia: anche per l’agenzia degli investimenti e dello sviluppo, come per Gse, il M5s rivendica la presidenza: “Sarà il braccio armato del governo per la politica industriale”, dicono i grillini. Ma chi in queste settimane ha parlato con Luigi Di Maio e con i suoi consiglieri, sollecitando celerità, ha percepito un’estrema incertezza.
D’altronde anche per la guida di Consob, a venti giorni dalle dimissioni del presidente Mario Nava, non s’intravede soluzione. Si fa il nome di Antonio Rinaldi, allievo del ministro Paolo Savona, e anche quello del capo della procura di Milano, Francesco Greco. E poi c’è Marcello Minenna, dirigente della Commissione di vigilanza sulla Borsa molto vicino a Carla Ruocco, la presidente della commissione Finanze della Camera che tanto si è spesa per la rimozione di Nava. “Al momento nessuno dei tre è spendibile”, tagliano corto al governo. E non perché abbiano chissà quale asso nella manica: “E’ che si è ancora in alto mare”. Così come per l’Antitrust, che verrà assegnata alla Lega e per la quale si pensa a Marina Tavassi, presidente della Corte d’appello di Milano; così come per l’Istat, rimasta orfana della guida di Giorgio Alleva in piena estate. Si era fatto il nome del suo vice, Gian Carlo Blangiardo: poi quell’ipotesi, tanto per cambiare, è sfumata. “Potrebbe volerci ancora un po’”, sospirano ai vertici della Lega, con un misto di fatalismo e di stanchezza.
E allora, mentre ancora non c’è traccia di una versione vagamente attendibile del Def a una settimana e più dalla festa sul balcone di Palazzo Chigi, pare quasi che i pasticci di Genova, i cinquanta e rotti giorni per scegliere un commissario che era quello su cui sin dall’inizio sembrava scontato dovere convergere – il sindaco Marco Bucci – più che un incidente appaiono il modello di questo governo ponte: annuncia rivoluzioni, ma vive di rimandi.