I guai della Appendino rallentano la Tav. Così il M5s prepara l’abiura

Valerio Valentini

Roma. Giovanni Tria, col garbo che gli è proprio, lo dice quasi in un moto di prepolitica spontaneità: “Io personalmente spero che si faccia”, confessa il ministro dell’Economia parlando della Tav. Ma la dissimulazione è evidente, ché Tria sa bene che la questione della Torino-Lione richiede, spiegano i parlamentari grillini più pragmatici, “tempo e tatto”.

 

E’ questo, infatti, che ha chiesto Chiara Appendino. Tempo e tatto. Lo ha chiesto, innanzitutto, a Laura Castelli, la sottosegretaria grillina all’Economia che, se non altra per pertinenza territoriale, lei che è di Collegno, da mesi si è presa la briga di gestire la delicata faccenda della Tav. Dipendesse dalla Castelli, il tempo per la conversione al realismo verrebbe giudicato ormai maturo. E non perché la deputata trentaquattrenne abbia ripudiato le sue battaglie di gioventù tra i boschi della Valsusa: è solo che i doveri del governo impongono certe rinunce, per quanto dolorose, e dunque meglio affrettarsi a ripiegarle, le belle bandiere. Compresa quella del No Tav, che la Castelli ha tenuto per anni affissa nel suo ufficio a Montecitorio.

 

Tutto pronto, allora, per la grande svolta? Non ancora. A dettare pazienza, a chiedere un supplemento di riflessione, ora è la Appendino. La sindaca di Torino, che in verità non ha mai condiviso le posizione dei No Tav più esagitati, sa che la attendono mesi difficili. Innanzitutto perché dovrà affrontare due beghe giudiziarie: quella sui fatti di Piazza San Carlo, per i quali la procura ha chiesto il rinvio a giudizio della prima cittadina, accusata di disastro, lesioni e omicidio colposi; e quella relativa all’inchiesta sul bilancio sospetto del 2017, dove la Appendino figura indagata con l’accusa di falso ideologico in atto pubblico – una storiaccia da cinque milioni di euro per la quale la sindaca ha appena chiesto di essere interrogata dai giudici. Ma non ci sono solo i processi ad angustiare le giornate della Appendino: c’è anche la fibrillazione costante della sua maggioranza sul tema delle Olimpiadi.

 

Ieri, da Palazzo Chigi, è stata di fatto ufficializzata l’ipotesi dei Giochi tripartiti: Torino, Milano e Cortina con pari dignità, almeno sulla carta, almeno per ora. E’ forse il meglio che la bocconiana grillina potesse ottenere, dopo mesi di annunci e smentite, fughe in avanti e ritrattazioni, balbettii e crisi di pianto a Palazzo civico. C’è una parte del gruppo del M5s in Sala Rossa che considera un abominio la sola candidatura olimpica, e che di fronte a un’abiura sulla Tav non esiterebbe a fare saltare la giunta.

 

La Appendino lo ha spiegato ai vertici nazionali del Movimento, che a loro volta hanno chiesto comprensione all’alleato leghista. E così Giancarlo Giorgetti – che attraverso il controllo sui fondi del Cipe gioca un ruolo altrettanto fondamentale, nella partita sulle grandi opere, di quello di Danilo Toninelli – ha tranquillizzato investitori e tecnici della Torino-Lione, nei giorni scorsi: l’opera si farà, seppur ridimensionata. “Bisogna concedere ai grillini – ha ribadito – di poter salvare la faccia nell’annunciare la loro retromarcia”. E dunque: via la stazione di Susa, maggiore attenzione alle ricadute ambientali, utilizzo, almeno in una prima fase, della linea storica tra Avigliana e Orbassano, in grado di sostenere il traffico della nuova tratta fintantoché che questa non entrerà a pieno regime. Dovrebbe bastare a Toninelli, che comunque attenderà fino a febbraio prima di dichiarare conclusa la sua famigerata analisi costi-benefici. E poi ci sono le europee e le regionali piemontesi, per le quali il M5s non può rinunciare ai voti dei No Tav. “Se ne riparlerà a giugno 2019”, dicono i leghisti. Con questo intendendo, però, e in modo implicitamente perentorio, che entro quel termine il M5s dovrà maturare il suo ripensamento, costi quel costi. Anche perché, fanno notare nello stato maggiore del Carroccio, anche Sergio Mattarella è “quantomeno molto vigile” sulla vicenda, che del resto mette in gioco anche la credibilità internazionale del nostro paese, che ha già firmato degli impegni con la Francia e con l’Ue. E questo, ne sono consapevoli anche i ministri grillini, vale un po’ di più delle tribolazioni della Appendino.

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