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Il flop Casaleggio è in un numero: iscritti meno 30 per cento

Il mondo sottosopra italiano spiegato con la truffa della democrazia grillina

Luciano Capone

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capone@ilfoglio.it

5 Settembre 2018 alle 06:18

Il flop Casaleggio è in un numero: iscritti meno 30 per cento

Davide Casaleggio (foto LaPresse)

A volte quando si guarda al Movimento 5 stelle pare di trovarsi nel Sottosopra di Stranger Things, uno spaventoso mondo ribaltato popolato di creature mostruose, altre volte nel Paese delle Meraviglie di Alice, un mondo capovolto dove accadono le cose più assurde e insensate: Luigi Di Maio ministro del Lavoro, l’obbligo flessibile sui vaccini, la flat tax a due aliquote, lo sforamento che diventa sfioramento e addirittura Dino Giarrusso – la Iena Dino Giarrusso – capo di un Osservatorio sui concorsi universitari del Ministero della pubblica istruzione. In questo mondo paradossale, il sistema di voto creato da una srl e gestito altrettanto privatamente dall’erede del proprietario della suddetta azienda si chiama “democrazia diretta”. Sull’Associazione Rousseau, la scatola cinese in cui è rinchiuso il primo partito italiano, abbiamo scritto tanto: è un’associazione privata nella disponibilità assoluta ed eterna di Davide Casaleggio che gestisce la vita democratica e finanziaria del M5s, ma che non può essere controllata in alcun modo dal M5s.

 

I paradossi della “democrazia diretta”, dove al vertice ci sarà perennemente per diritto ereditario un tizio mai votato da nessuno, non finiscono qui. Qualche giorno fa, sul Blog delle stelle, organo ufficiale del primo partito italiano, Davide Casaleggio ha scritto un post in cui elogia i grandi successi raggiunti in questi anni. Dopo essersi in un certo modo paragonato a Henry Ford e Steve Jobs, Casaleggio il giovane annuncia la fine del “modello ottocentesco di organizzare la politica”, che poi sarebbe quella che conosciamo come democrazia rappresentativa o liberaldemocrazia: “Oggi i sistemi in grado di connettere un gran numero di persone possiedono proprietà emergenti che producono cambiamenti rivoluzionari”. E naturalmente Roussseau – ovvero un software che al momento dell’ispezione del Garante della Privacy era scaduto da quattro anni, bucato continuamente da chiunque, con un livello indecente di sicurezza, non in grado di garantire né la segretezza né la correttezza del voto – sarebbe un “promotore attivo di questa rivoluzione culturale” perché, dice Casaleggio, “il concetto di democrazia sta evolvendo”. Tra i dati sui successi della piattaforma, ce n’è però uno interessante, che riguarda il numero degli iscritti certificati che sarebbero 100 mila. Un mese fa Casaleggio aveva fatto un post su questo incredibile traguardo: “Oggi abbiamo raggiunto un risultato importante con Rousseau: 100 mila persone iscritte e certificate”.

 

Ora c’è un piccolo problema, se gli iscritti su Rousseau sono 100 mila vuol dire che sono diminuiti. Un anno fa, ad agosto, quando presentò in pompa magna la piattaforma alla stampa estera, Casaleggio disse: “Oggi abbiamo 140 mila iscritti su Rousseau e l’obiettivo è di riuscire ad arrivare a 1 milione di iscritti entro il prossimo anno”. Stesso traguardo strombazzato lo scorso marzo addirittura sul Washington Post: “Il nostro obiettivo vola alto: vogliamo ottenere un milione di iscritti”. Certo, passare da 140 mila a 1 milione in un anno era difficile, voleva dire fare il più 700 per cento. Ma Casaleggio ha fatto di meglio, gli iscritti sono scesi da 140 mila a 100 mila: meno 30 per cento. Naturalmente 100 mila iscritti sono pure troppi, visto che generalmente l’affluenza massima si aggira sui 40 mila, ma far passare la riduzione del numero degli iscritti come un trionfo della democrazia diretta ricorda un po’ la gioia del sottosegretario grillino Buffagni per l’aumento dello spread. In un mondo normale i giornali farebbero un sacco di domande a Casaleggio sul fallimento di un modello che dovrebbe sostituire le nostre istituzioni democratiche, ma nel Sottosopra in cui viviamo ovviamente accade il contrario: è Casaleggio che, durante un evento di Rousseau, intervista Enrico Mentana sullo stato di salute dell’informazione.

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