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L’incapacità di distinguere la fuffa dalla realtà spiega la fine dell’opinione pubblica

L'elettorato italiano non è in grado di avere una percezione dei problemi del paese basata su dati reali. Una sorta di suicidio collettivo

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

1 Settembre 2018 alle 06:27

L’incapacità a distinguere la fuffa dalla realtà spiega la fine dell’opinione pubblica

Foto Pixabay

Se l’Italia fosse un paese dotato di un’opinione pubblica con la testa sulle spalle, l’incredibile sondaggio pubblicato due giorni fa sulla prima pagina del Financial Times, relativo all’incapacità del nostro elettorato di avere una percezione dei problemi del paese basata su dati reali e non su dati farlocchi, avrebbe dovuto costringere i principali soggetti dell’informazione italiana a guardarsi allo specchio, ad accendere il computer e a rivolgersi ai propri lettori o ai propri telespettatori con un messaggio composto da tre semplici parole: vi chiediamo scusa. Il sondaggio in questione è quello con cui l’Ipsos ha fotografato un dramma che riguarda una peculiarità del nostro paese, che coincide con un problema che ha avuto una sua centralità nell’ultima campagna elettorale.

 

L’Italia, tra i grandi del mondo, è il paese che più distorce i fatti e dall’immigrazione alla disoccupazione passando per l’economia non c’è un solo ambito della nostra vita in cui vi sia una distanza tra la percezione e la realtà minore rispetto a quella delle altre grandi potenze del pianeta. Rispetto a questi dati, ci si potrebbe interrogare su cosa rischi un paese i cui eletti sono stati scelti sulla base di una programma elettorale tarato più sulle priorità farlocche che su quelle reali – di questi tempi, meglio non avere un mutuo a tasso variabile. Ma così come in economia non si può capire la ragione per cui un prodotto ha un determinato prezzo senza studiare le dinamiche della domanda e dell’offerta, allo stesso modo in politica non si può capire l’origine di un’offerta senza studiare il modo in cui è maturata una domanda. E se in Italia esiste una maggioranza di elettori che ha una visione distorta dei problemi e delle priorità di un paese, la responsabilità non è solo della classe dirigente politica ma è anche, se non prima di tutto, della classe dirigente giornalistica. La stessa che da anni ha rinunciato a combattere una battaglia cruciale per la vita democratica di un paese: spiegare con pazienza ai propri lettori e ai propri telespettatori la differenza tra la fuffa e la realtà. Per spiegare questa differenza, sarebbe stato necessario capire per tempo che cavalcare lo tsunami anti casta avrebbe contribuito solo ad alimentare l’anti parlamentarismo, e non a rafforzare l’identità di un paese. Sarebbe stato necessario capire per tempo che trasformare la battaglia contro i costi della politica nella battaglia centrale di un paese avrebbe contribuito solo ad alimentare l’idea farlocca che all’Italia per risolvere i suoi guai serve in fondo qualche auto blu in meno e non un po’ di efficienza in più. Sarebbe stato necessario capire per tempo che trasformare ogni problema risolvibile in un allarme non risolvibile avrebbe solo contribuito ad alimentare l’industria politica dominata dai professionisti della paura. Sarebbe stato infine necessario capire per tempo che educare un paese a considerare anti democratico ogni politico intenzionato a prendere decisioni impopolari avrebbe contribuito, come nella favola “Al lupo al lupo”, a far perdere di vista i veri valori non negoziabili di una democrazia e di uno stato di diritto. Coltivare una domanda di rancore, si sa, produce un’offerta di rancore e non ci vuole molto a capire che un mercato politico la cui offerta è tarata su una domanda che riflette false priorità è destinato non a risolvere ma a peggiorare i problemi di un paese.

 

Da mesi, i grandi giornali e i grandi programmi televisivi dedicano molta attenzione al fenomeno delle fake news, dando spesso l’intenzione di voler trasformare solo la rete nel principale generatore di notizie farlocche. Ma in un paese come l’Italia in cui tv e giornali costituiscono la principale fonte di informazione per il 65,3 per cento dei cittadini (Agcom 2018) per capire chi ha educato gli elettori a considerare prioritaria l’agenda della fuffa potrebbe non essere sufficiente denunciare la propaganda di un troll russo. La verità è che l’opinione pubblica italiana ha scelto di suicidarsi nel momento in cui ha deciso di non sfidare l’agenda della fuffa. E prima o poi qualcuno dovrà avere il coraggio di ammettere che in un grande paese i mostri di solito nascono quando chi dovrebbe denunciarli decide di fermarsi un attimo lì, a schiacciare un pisolino con i compagni dell’anti casta.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    03 Settembre 2018 - 00:12

    Dice "di questi tempi, meglio non avere un mutuo a tasso variabile". Combinazione ho un mutuo a tasso variabile e posso assicurare che, grazie a Draghi, sta messo piuttosto bene, visto che il tasso reale è tuttora negativo. Il grosso problema c'è stato invece nel 2008 quando, in piena crisi e dopo il fallimento di Lehman Brothers, l'allora governatore della BCE Trichet continuava insensatamente ad alzare i tassi, portando il mio mutuo da un iniziale 3% a più del 6%, e senza nessun pericolo né sovranista né populista. L'unico pericolo è stato quello o di un incompetente o di uno che perseguiva altri interessi (magari francesi, perchè no)

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    02 Settembre 2018 - 13:01

    Al direttore - La cosiddetta opinione pubblica non è altro che un grande insieme, diviso in sottoinsiemi, di brave persone, manipolabili, suggestionabili, condizionate dalla loro eccitata peristalsi intestinale fuori controllo. Per tenerla costantemente attiva, ogni parte ricorre tramite il quarto potere, l’informazione, ad ogni stimolo pensabile. True and Fake, perdono il loro originale significato: diventano intercambiabili secondo convenienze e tattiche contingenti. Si può chiedere al grande insieme di riuscire autonomamente a separare il grano dal loglio? Non credo. In epoca di esaltate peristalsi, solo fattori esterni possono avere, con le buone o con le cattive, la capacità di ricondurle alla loro necessaria, ma quieta, funzione fisiologica. Non è auspicabile soluzione, non sarà un pranzo di gala, ma se il convento non passa altro …

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  • lakejku

    01 Settembre 2018 - 17:05

    Io amo leggere Il Foglio per il tempo che mi fa prendere, per gli scossoni che mi dà e anche per le incazzature che mi fa venire ma non è mai un giornale che mi liscia per il pelo....e invece in tutti i questi anni ho letto, visto, ascoltato giornalisti che hanno parlato allo stomaco e all'ano dei cittadini. Si sono dimenticati testa e cuore.

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  • gianaott

    01 Settembre 2018 - 16:04

    Perfetto Direttore, ma secondo lei quando mai l' opinione pubblica è stata in grado di esprimere una valutazione ponderata sulle vicende politiche e storiche? Il fatto è che, in passato, questa si fidava della guida di esperti e/o di politici di ampio respiro. Oggi, nell' ottica dell' "Uno vale Uno", la maggior parte della popolazione "brancola nel buio" della scarsa cultura e della informazione superficiale eppure, nonostante ciò, ciascuno si sente autorizzato a "pontificare" . Temo che questo nuovo Medio Evo sia solo appena cominciato!

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