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La sottomissione alla cultura del no è la più grande minaccia per il futuro di un paese

Dalla Gronda all’Ilva, dalla Tav alle Olimpiadi. La retorica farlocca della lotta agli sprechi nasconde l’incapacità della morale populista di combattere la battaglia vera: quella contro le inefficienze

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

20 Agosto 2018 alle 07:42

La sottomissione alla cultura del no è la più grande minaccia per il futuro di un paese

Una manifestazione No Tav sotto la Regione Piemonte a Torino (foto LaPresse)

La tragedia di Genova, con le sue decine di morti, con l’orrore di un ponte sospeso per aria, con il dramma dei controlli inefficaci, con l’infamia dello sciacallaggio politico, con le domande sui responsabili del disastro, ha portato al centro del dibattito il nome di una infrastruttura che fino a qualche giorno fa era sconosciuta al grande pubblico e che ora è però diventata il simbolo delle conseguenze che possono essere generate dalla sottomissione di un paese alla cultura del no. L’infrastruttura in questione è la famosa Gronda e ormai tutti sappiamo di cosa si tratta: un’autostrada che avrebbe dovuto collegare Genova con le autostrade del nord per alleggerire il traffico sul viadotto dell’A10 e sul ponte Morandi e che già nel dicembre del 2001 venne inserita dal Cipe all’interno delle opere strategiche da costruire per far fronte a un carico di traffico sul nodo di Genova tre volte superiore a quello ipotizzato nel 1967 al momento della costruzione del ponte Morandi (e che Autostrade avrebbe dovuto costruire senza il contributo dello stato ma con il solo aumento minimo del pedaggio a livello nazionale). Il primo progetto di Gronda risale nientemeno che al 1984 e da quel momento in poi nel corso del tempo in Liguria si è andato via via a consolidare un movimento di protesta intenzionato a fare di tutto pur di fermare la costruzione di un’opera considerata uno spreco di denaro pubblico. 

 

Nascono così i comitati No Gronda e il movimento politico che sceglie di diventare il portavoce ufficiale dei cittadini indignati è lo stesso movimento politico divenuto oggi il primo partito d’Italia: il Movimento 5 stelle. Nel 2013 il sito di Beppe Grillo, genovese anche lui, ospitò con grande risalto un comunicato dei comitati No Gronda in cui venivano spiegati con queste parole i motivi della contrarietà all’opera: “Ci viene poi raccontata, a turno, la favoletta dell’imminente crollo del Ponte Morandi, come ha fatto per ultimo anche l’ex presidente della Provincia, il quale dimostra chiaramente di non avere letto la Relazione conclusiva del dibattito pubblico, presentata da Autostrade nel 2009”. Un anno dopo, nel corso di una grande manifestazione pubblica organizzata al Circo Massimo di Roma dal Movimento 5 stelle, il capo politico del movimento, Beppe Grillo, invitò a fermare anche “con l’esercito” la costruzione della Gronda.

 

Il M5s non è stato in realtà l’unico soggetto politico ad aver ostacolato la costruzione della Gronda e nel corso del tempo anche un sindaco di Genova, Marco Doria, espressione dell’allora partito di Nichi Vendola Sel, sostenuto alla guida della città da una coalizione di centrosinistra che arrivava fino al Pd, scelse di aderire al partito del no Gronda, e l’insieme dei veti produsse il seguente risultato: un progetto nato nel 1984, inserito nel 2001 dal Cipe tra le opere urgenti da costruire in Italia, è riuscito a finire tra i progetti da realizzare solo nel 2017. Quando con un decreto l’allora ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio diede l’ok alla costruzione della Gronda (i lavori sarebbero dovuti partire alla fine di quest’anno) senza sapere poi che un anno dopo il suo successore Danilo Toninelli poco dopo essersi insediato avrebbe mantenuto le promesse del comico a capo del suo partito bloccando nuovamente l’opera e inserendola tra quelle destinate a essere ridiscusse, o cancellate. Oggi sappiamo che se l’opera “costosa” fosse stata costruita molti anni fa ci sarebbero state meno probabilità di vivere la tragedia di Ponte Morandi. Ma la storia che vi abbiamo riassunto è utile per provare a rispondere a una domanda che riguarda un tema persino più importante rispetto al dramma di Genova: da dove nasce la sottomissione alla cultura del no? E che conseguenze ha sul futuro del nostro paese?

 

Il no che si trova dietro al progetto della Gronda non è un no diverso rispetto al no che si trova dietro al progetto sull’Ilva, al progetto della Tav, al progetto della Tap, al progetto delle Olimpiadi e persino, se vogliamo chiamarlo così, al progetto dei vaccini. E’ un no che viene giustificato truffaldinamente facendo ricorso all’arsenale retorico della grammatica degli sprechi ma è un no che in realtà nasconde un’ideologia che c’entra poco con i numeri e c’entra più con una precisa e drammatica visione del mondo riassumibile in tre punti. Primo punto: cavalcare ogni sentimento anti sistema per delegittimare a tutti i costi la casta degli esperti. Secondo punto: alimentare la cultura del sospetto trasformando ogni investimento sul futuro in un’occasione non di possibile sviluppo ma di possibile corruzione. Terzo punto: trasformare in virtù l’incapacità di progettare il futuro facendo leva sull’idea che l’immobilismo ormai sia l’unica forma di purezza e l’unico modo per governare nella legalità. Ma se ci pensiamo bene la retorica farlocca della lotta contro gli sprechi è anche una incredibile cortina fumogena utile a nascondere un’altra incapacità tipica della morale populista, che è quella di non saper combattere contro l’unica cultura che tiene in ostaggio l’Italia: non i famigerati costi della politica ma le inefficienze del sistema burocratico. Aver trasformato la battaglia contro gli sprechi in una battaglia infinitamente più importante rispetto alla battaglia contro le inefficienze è uno dei tanti pericolosi bluff degli estremisti di governo e la conseguenza di tutto ciò è sotto gli occhi di tutti: ci si rifugia nei problemi percepiti per non affrontare i problemi reali con il risultato che occupandosi solo dei problemi farlocchi i problemi veri sono destinati ad aggravarsi sempre di più.

 

Il filo che tiene insieme il no alla Gronda, il no all’Ilva, il no alla Tap, il no alla Tav, il no alle Olimpiadi e se vogliamo anche il no ai vaccini è un filo che può essere osservato sotto molti punti di vista ma è un filo che in fondo non fa altro che mostrarci una verità sempre più difficile da negare: in una società dominata dalla cultura anti sistema essere sottomessi alla cultura del no aiuta a far crescere i propri consensi; ma se si vuole guardare il mondo per quello che è, e non per quello che sembra, essere sottomessi alla cultura del no è anche il modo migliore per rinunciare al più importante investimento per la vita di un paese: l’investimento sul suo futuro. E contro il cialtronismo del no forse è arrivato il momento di smetterla di essere tolleranti.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    20 Agosto 2018 - 16:04

    Il ponte Morandi richiama alla mente il mariuolo Mario Chiesa. Ne seguì quello sbracato impeto moralistico, populista, possiamo dirlo?, che è stato lo sfondo cupo degli ultimi venticinque anni di italica cronaca. Si riparte: stessa spiaggia, stesso mare. Sembra una diabolica trama del destino.

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  • carlo.trinchi

    20 Agosto 2018 - 15:03

    Il paese tra DC e PCI è vissuto, a parte le piccole imprese, cavalli di battaglia del paese, sul concetto di assistenzialismo. Con la caduta del comunismo in Russia e poi, solo poi in Italia, il concetto assistenziale è rimasto ed i 5S lo hanno raccolto sotto la bandiera del waffa, e peggiorato. Oggii siamo sulla via di uno statalismo preoccupante, visti gli scenari mondiali non illustrati e spiegati. Ancora oggi Giorgetti ci dice che il Parlamento non ha più ragione di essere, solo che lui è al potere con altri che vogliono il loro di potere e se lo stato non lo puntelli con leggi ferree di democraticità la paura è grande. Le colpe oltre che di D’Alema e Berlusconi sono di chi da questo sfascio ci vuole portare all’anarchia e quasi ci siamo. Dire da un uomo di governo queste cose non è costatazione ma incapacità di governare trovando vie e logiche di salvezza che sono un disastro annunciato e voluto. Anche da questo punto di vista è tempo di smetterla di essere tolleranti.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    20 Agosto 2018 - 14:02

    Desolante è, ammetterlo pure, ma non si scappa, la cinica, ineludibile realtà è che, al momento la botte dà il vino che ha. Azzuffarsi, sbranarsi per stabilire chi e come vi abbia versato annate di vino imbevibile, serve solo a lasciare le cose come stanno. Non bastano le bottiglie di merum che vi versa il Foglio. Anche lui viene sovrastato dall'imbevibile. Insistiamo.

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  • albertoxmura

    20 Agosto 2018 - 13:01

    C'è un altro elemento terribile che sta emergendo in modo prepotente: lo statalismo. E' l'illusione che il "bene comune" sia meglio amministrato e gestito direttamente dallo Stato, perché lo Stato non può fallire e non mira al profitto (visto come ricchezza sottratta ai cittadini). Vero è che la gestione monopolistica, sia pubblica sia privata, presenta molti inconvenienti. Tuttavia il monopolio pubblico ha quasi sempre portato a immensi sprechi e a scarsissima efficienza, senza guadagno per la sicurezza. Basti pensare all'ATAC di Roma o allo stato in cui versano le strade affidate alla cura dell'ANAS. Il monopolio pubblico è inoltre fonte di corruzione e di spartizione di cariche e prebende tra i partiti e i movimenti politici. Le nazionalizazioni porteranno al default, all'uscita dall'euro e a un'inflazione a doppia o tripla cifra, oltre alla riduzione drastica del potere d'acquisto delle retribuzioni. Alla fine i nuovi parvenu saranno cacciati a furor di popolo, ma sarà tardi.

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