Impiccalo più in alto

Salvatore Merlo

Roma. Trovano la loro misura nella dismisura, e allora evocano una giustizia sommaria, perché quello che conta è la rappresentazione, la parola definitiva, la reazione a torso nudo, come quando chiesero la messa in stato d’accusa del presidente Sergio Mattarella, seguendo un istinto che li spinge a mantenere un metabolismo sempre accelerato. Quindi adesso, su Facebook e nelle conferenze stampa, gettano un titolo quotato in Borsa alla mercé della speculazione, provocano il crollo di Atlantia a Piazza Affari, sfiorando addirittura l’aggiotaggio: “Quelli pagano le tasse in Lussemburgo”, ha detto infatti Di Maio, diffondendo informazioni false. “Non possiamo attendere i tempi della giustizia quindi revocheremo la concessione ad Autostrade”, ha detto invece Giuseppe Conte, in piedi in mezzo ai suoi datori di lavoro, cioè il ministro dello Sviluppo e il ministro dell’Interno, Di Maio e Salvini, i vicepremier del taglione.

 

E sempre individuano i colpevoli da impiccare al ramo più alto, o in questo caso al pilone, tra quelli che non sono crollati nella tragedia del ponte Morandi, come se non gli interessasse la risoluzione dei problemi e la comprensione dei fenomeni, ma solo un principio tutto lirico e teatrale, una reattività che simula l’efficienza, la trasformazione di uno stato di diritto – che ha tempi, regole, codici, responsabilità – in uno stato della percezione emotiva e della decisione muscolare. Tutte cose che per loro natura non hanno bisogno di alcun controllo, di alcuna indagine, di alcun pensiero complesso, perché ciò che conta è l’annuncio, che sia rapido come un tweet, delle punizioni, delle frustate contro soggetti evanescenti e quasi senza volto, in questo caso i ben poco simpatici rentier del pedaggio autostradale, le cui responsabilità saranno per fortuna valutate dai magistrati, o come i ricchissimi Benetton, che sembrano quegli oligarchi che ogni tanto Putin sbatte in galera per soddisfare la rabbia e l’odio sociale dei suoi sudditi in Russia. “Ecco dove finiscono i nostri pedaggi”, l’ha imitato Di Maio, rivolto al popolo, affinché faccia vendetta.

  

Il ponte è crollato, e senza una riflessione sulle ragioni per le quali l’Italia è un paese la cui modernità è ferma agli anni Sessanta. Spostando il piano dell’attenzione lontano dalle loro stesse lotte medievali contro la Tav, contro i ponti, contro quella bretella autostradale che a Genova poteva sostituire ponte Morandi, i truculenti al governo hanno invece evocato improbabili atti draconiani che hanno avuto l’unico effetto di turbare la Borsa costringendo inoltre gli italiani a dividersi in un tifo da stadio intorno a un disastro che sembra un tragico apologo sull’Italia del 2018. Posizioni dalle quali ieri sono ovviamente dovuti arretrare, così come si rimangiarono quella messa in stato d’accusa per Mattarella che, oggi come allora, era il tentativo disperato di buttare un fumogeno.

  

Se revochi una concessione di beni demaniali, senza imputare un inadempimento, devi pagare un indennizzo. Ma se vuoi imputare un inadempimento, allora devi affrontare un giudizio. Delle due l’una. E per questo, ieri, dall’imperioso “avvieremo la revoca delle concessioni”, il governo è passato all’involuto “avvio della procedura per valutare se si possa arrivare alla revoca della concessione”. Si sa che sempre, nel contorsionismo semantico, si nasconde l’inghippo, e qui si mostra chiaramente dove portano l’indignazione e l’invettiva, e quanto abbassi il tasso di buon senso questo trasloco della ragione dalla testa allo stomaco, dal cervello alle viscere. Di Maio è arrivato alla volgarità assolutista del “chi non sta con me è corrotto e servo”, ovvero: “Gli italiani devono sapere la verità e in questo non li aiuteranno i giornali visto che tra gli azionisti c’è Benetton”. Non è vero. Ma non conta. Impiccalo più in alto.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.